A ricercar la Bella Morte, altri 5 modi di Morire BASATI!

A ricercar la Bella Morte, altri 5 modi di Morire BASATI!
Fischia sei morto! Risate generali! Applauso, un applauso!

Sei morto ma non ti senti abbastanza basato?

Non sei morto bene allora, e non hai emulato questi precedenti 5 morti, le cui morti sono, ovviamente, basate.

Quindi eccone altre cinque, perché morire son bravi tutti ma pochi entrano nella leggenda.


  1. Lev Trotsky

Particolarmente inviso al regime di Josif Stalin, Lev Trotsky, uno dei padri della rivoluzione d’ottobre, fu costretto a fuggire in Messico.

Ma Trotsky non poteva certamente sfuggire al gigantesco occhio sovietico, che si avvalse, per eliminare il nemico politico, di una spia decisamente sui generis.

Se il nome Ramón Mercader vi dirà poco, vi dirà moco anche quello di Maria Mercader, sua cugina, nonché seconda moglie del grande Vittorio De Sica, e madre dell’immortale Christian De Sica. Ora, Trotsky non può di certo essere considerato un basato, ma le modalità della sua morte sì. Noi di Blast celebriamo i cinepanettoni come eterna astrazione e celebrazione del grottesco, contro l’eccesso di realtà di cui, onestamente, ci siamo anche un po’ rotti le palle. Morire picconato dal cugino di secondo grado di Christian De Sica?

Basato. 


  1. Aleksandr Sergeevič Puškin

Un altro poeta. R*sso (oh nooooooooooooooooooooo)

Checcé ne dicano gli occidentali (qualunque cosa voglia dire questa parolaccia che ha l’aspro sapore di cazzata) la Russia vanta una tradizione poetica e letteraria veramente straordinaria.

Puškin ne fu tra i maggiori interpreti.

Riprendo le parole di Davide Brullo in un bell’articolo su questo argomento dalla sua rivista Pangea:

«Il poeta fu ferito, spirò due giorni dopo. “La morte di Puškin risvegliò Pietroburgo dall’apatia, tutta la città si riscosse”, scrisse Ivan Panaev, che scriveva su Sovremennik, la rivista fondata l’anno prima proprio da Puškin.

La morte di Puškin divenne motivo di scandalo, poi di chiacchiera, infine l’emblema stesso della poesia.

Ne trassero quadri, brevi drammi, che tendevano al grottesco, e una vaga morale sul destino. Molti anni dopo, l’8 giugno del 1880, Fëdor Dostoevskij pronunciava il suo fatidico Discorso su Puškin, facendo del poeta: un fenomeno straordinario, un fenomeno unico dell’anima russa… un fenomeno anche profetico, ovvero il principio della nostra vera autocoscienza.

Era un ribaltamento critico, una conversione, potremmo dire.

Puškin, cresciuto in adorazione di Byron, diventava una specie di Isaia della letteratura russa, il suo Messia.

Puškin muore in duello, dopo aver sfidato uno dei corteggiatori della sua notoriamente bellissima moglie.

Una sorta di delitto d'onore con esito inverso. Perché alla fine il destino del poeta è sempre, inevitabilmente, quello di soccombere alla vita, di venire schiacciato da un'esistenza a cui si è perennemente inadeguati.

E va bene così.

Basato.


  1. Orfeo

Un lungo salto all’indietro ci riporta all’origine di tutto. Al mito.

Dove si ricercano le verità dell’esistenza. Il mito e la religione – mettiamocelo in testa – non esistono in funzione degli eventi naturali che essi spiegavano. Il mito e la religione possiedono una valenza sociale, culturale e antropologica che non si può banalizzare, relegandola alla mera interpretazione della realtà. Bastonati i detrattori del mito, possiamo proseguire nella nostra dissertazione. Orfeo si cala negli inferi per recuperare la sua amata Euridice.

Gli sarà però permesso di riaverla se, precedendola mentre la riconduce in superficie, non le volgerà lo sguardo, fidandosi della promessa di Ade e Proserpina.

Orfeo, preso dall'angoscia di poter essere stato ingannato, si gira verso Euridice, perdendola per sempre.

«Sol per te, bella Euridice, / benedico il mio tormento, / dopo ‘l duol vie più contento, / dopo il mal vie più felice» scriveva Alessandro Striggio, musicando La favola di Orfeo, capolavoro barocco del Divin Claudio Monteverdi.

Monteverdi, per il suo Orfeo, prevede due finali diversi.

  • Uno, quello tutt’ora eseguito nei teatri di tutto il mondo, vede Orfeo, privato di Euridice, accolto in cielo dal dio Apollo («Saliam cantando al cielo, / dove ha virtù verace / degno premio di sé, diletto e pace», cantano insieme al termine dell’opera).
  • L'altro, nascosto, distrutto, perduto, dato alle fiamme che sia, vede Orfeo, come vuole il mito, fatto a pezzi dalle Baccanti. La testa cade sulla sua famigerata lira e galleggia sul fiume, continuando a cantare. Zeus, toccato dall'evento commovente, trasforma la lira in una costellazione.

Venire decapitato, continuare a cantare e vedersi dedicata una costellazione?

Nulla da aggiungere, se non…

Basato.


  1. Edipo

Peschiamo ancora nella mitologia.

Stavolta parliamo di quel mariuolo di Edipo. La sua storia non la riprendiamo perché già quel pazzo sgravato di Freud ne ha parlato a sufficienza e basta una ragazzina infoiata di quattordici anni per sapere la teoria pazzerella e incestuosa di quel crucco cocainomane.

(Ok la smetto, però fanculo la psicanalisi: se volete capire qualcosa di voi stessi andate in un bosco e ascoltate il vento che accarezza i rami e assaporate la pioggia mattutina che vi sfiora il viso! Mannaggia agli psicologi e alle loro poltrone in pelle!)

A proposito di bosco. Edipo, anziano e cieco, vaga per tutta la Grecia in cerca di accoglienza.

Questa accoglienza la trova a Colono. Una volta accolto (non senza difficoltà) dagli abitanti del posto, Edipo, richiamato da una voce misteriosa e dal rombo di un tuono, si addentra nel bosco delle dee Eumenidi. Il suo corpo non sarà ritrovato. L’assoluzione finale. Il ritorno al bosco, alle origini della vita, alla pace. La morte come ascensione, come purificazione ultima, qualsiasi cosa ci sia dopo di essa.

Edipo?

Basato.


  1. Jacopo Ortis

Siamo tutti inadeguati alla vita. E più si è accesi dalle proprie idee, più si rinnega un’esistenza non soddisfacente. Il suicidio è una strada estrema, al limite dell’inettitudine.

È il trionfo del disagio, del senso di nausea che ci prende quando ci rendiamo conto che nulla ha più senso, che ogni battaglia comincia già morta, che ogni ogni goccia di sudore sulle tempia è una goccia di sangue dispersa nel nulla, che il compromesso è l'unica strada per ottenere le briciole, ma è anche la più odiosa forma di annichilimento di sé.

La creatura in cui si proietta Ugo Foscolo, Jacopo Ortis, nelle sue ultime lettere vomita tutto questa insofferenza. Svanito il sogno d’amore e la speranza di una rivalsa per la sua patria, torna nella sua Venezia a salutare per l’ultima volta la madre, per poi darsi la morte trafiggendosi il petto con un pugnale e lasciandosi morire in una lunga notte di tormenti.

Una fine tragica. Assoluta. Un altro uomo morto d’amore.

Basato.

Bonus: l’eternità

Queste elencate sono grandi morti della storia e del mito.

Sono racconti incastonati nell’eternità.

Ma la morte da sé non basta. La morte non è nulla se si è arrendevoli nei confronti della vita. La morte non è il fine ultimo, ma il coronamento della vita.

Il nostro non è un invito a cercare la morte, bensì a cercare la bella morte.

A dare la vita per qualcosa di più grande.

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