AMATRICIANA AMARA (DIO È CONTRO L’EUTANASIA)

AMATRICIANA AMARA (DIO È CONTRO L’EUTANASIA)
Lettura boomer
Il racconto di oggi riguarda un'amicizia, una di quelle amicizie maschili tanto ben descritte dai film di Salvatores dei primi anni '90 (la Trilogia della Fuga). Uno di quegli incontri che si leggono nelle biografie dei grandi autori, come quello tra Leopardi e Pietro Giordani, quello tra Osvaldo Paniccia e Andrea Dipré o quello tra Biggiogero e (il) Popper.

Sabato 12 agosto 2023. Riassunto delle puntate precedenti:

Sono capitato qui a Kayalıpınar, nel distretto di Yıldızeli, nella provincia di Sivas, nel profondo Erdoğanistan, il 17 luglio, perché il mio professore di ittitologia mi ha proposto di partecipare a uno scavo archeologico. Ero entusiasta. Scrivevo di voler vivere il clima rigido e gli altipiani impervi che furon culla della gloriosa civiltà di Ḫatti. Volevo toccare la terra, sentire la terra. E certo di terra ne ho sentita e respirata, scaraventatami in faccia dalle quotidiane raffiche di vento mentre setacciavo la ceramica dei miei ittiti.

Qui la vita è difficile. Sono pur sempre un filologo, io. Che qualcosa andasse male era già stato annunciato dal licenziamento di Serdal, alias cowboy man, un operaio cafone, un rozzo contadinaccio che amava fare battute e importunare le persone.

Licenziato per aver detto che cercava qualcosa di prezioso e nessuno gli avrebbe impedito di trovarlo. Sono l’unico ad avere una foto con quell’uomo. La mia luna di miele con l’archeologia è finita dopo sei giorni, quando il grande capo, İsmail Bey, il Signor İsmail, che io e il mio collega Angelo abbiamo ribattezzato il Grande Puffo, ha deciso di allontanarmi da Ahmet, mio kardaş (o gardaş, non ho ben capito quale sia la variante dialettale locale di kardeş ‘fratello’)

E poi, nell’ordine:

  • Beste, la mia bestie, la più carina e la più simpatica di tutti, la sola che era venuta a chiedermi come stessi, se n’è andata in lacrime sbattendo la porta;
  • Deniz, mio compagno di stanza, si sveglia nel cuore della notte, va in bagno, sbatte la porta e guarda video senza curarsi della mia presenza;
  • Nurbahar mi dà ordini alle cinque del mattino sulla dimensione che devono avere cetrioli e pomodori;
  • La professoressa M, direttrice dello scavo, prima non mi spiega le cose e poi si lamenta perché ho compilato male il diario di scavo;
  • Ho litigato con Tuğçe, che sosteneva che io le avevo fatto perdere del tempo durante la preparazione del pranzo;
  • Parlando con Rula, l’antropologa fisica, ho scoperto che sono lento, che sono diverso e che faccio le cose in maniera diversa in quanto italiano.

Finché, dopo l’ennesimo litigio, questa volta riguardo all’uso della lavatrice, trovando la cosa vagamente razzista, sono esploso e le ho detto che sarà pure la maniera italiana di fare le cose, ma in Italia siamo soliti farci favori senza rinfacciarceli e senza che altre venti persone ficchino il naso.

Sembrava la scena di Quo vado? in cui Checco s’incazza al supermercato.

Da quel momento, Rula ha iniziato a ignorarmi. Martedì è venuta da me e mi ha detto che sono stato irrispettoso nei suoi confronti, che non siamo più amici (ma quando mai lo siamo stati?) e che d’ora in avanti la dovrò chiamare professoressa. In effetti, l’ho sempre chiamata Rula, ma non per maleducazione, bensì perché non conoscevo il suo cognoeutanasiame e non avevo capito che qui i professori si chiamano per nome con l’aggiunta dell’onorifico hocam, ‘maestro’. Mi ha detto che è troppo tardi per scusarsi, che nessuno studente le aveva mai parlato in quel modo, che nessuno aveva GRIDATO contro di lei, battendo i pugni sul tavolo e sbattendo la porta.

Tutte cose che sono assolutamente sicuro di non aver fatto. Ho alzato un po’ la voce perché mi sono sentito offeso, punto e basta. Sono fiero di essere il primo ad avere reagito di fronte a una persona che stava esprimendo idee vagamente razziste e anti-italiane.

Quando ho saputo che anche Deniz sarebbe andato via prima del previsto, sebbene – a quanto pareper una normale rotazione, sono caduto in una profonda malinconia. Mi ha detto, nel suo inglese storpiato dalla cattiva pronuncia e dalla balbuzie: «I’m coming on Sunday». Non ho capito. 

«What? Where are you coming? To work in my trench?» 

«I’m coming home» 

«Ah, you’re leaving…»

eutanasia

Mi sono sentito solo e ho trovato il coraggio per scrivere a Beste. Le ho detto «penso che tu sia una persona meravigliosa», mi ha risposto «anche tu sei stato un buon amico». Penso sia quella che si chiama friendzone. È vero, ha ribadito il suo invito ad andare a trovarla a Istanbul, ma era semplice formalità. In cuor suo pensa che a Istanbul non ci andrò mai. Invece ci andrò, prima o poi. Forse con Angelo. Un rapido scambio di battute su Jung e il test delle sedici personalità. Mi chiede qual è il mio archetipo, quale personaggio del Signore degli Anelli, ma non le interessa veramente la risposta.

Mette un punto alla fine del messaggio. Un punto. Punto e basta. Un punto passivo-aggressivo. Un modo stupido di comunicare. L’ho imparato a mie spese. Quando ti mettono un punto alla fine del messaggio, devi scappare a gambe levate, se non vuoi essere accusato di stalking. Punto e a capo. Ma come si va a capo se il punto non l’ho messo io? 

Comunque, la professoressa M mi ha promesso che sarei andato molto d’accordo col mio nuovo compagno di stanza. «And, also, he’s very nice». Così, lunedì mattina ho accolto Gökhan. Alto, occhialuto, faccia da persona seria e composta. Bruttino, in realtà, come lui stesso ammette.

All’inizio non mi fa una buona impressione. Sembra il classico matematico perfettino, iperformale, ipersottomesso, iperlecchino, che frequenta tutte le lezioni sedendosi in prima fila per farsi vedere bene dal docente. Introverso di un’introversioneeutanasia negativa.

Lo associo istintivamente a quel coglione che studia Storia che, dopo essersi fatto spiegare dettagliatamente le due proposte di scavo dal mio professore di ittitologia, e dopo aver insistito per essere ricevuto per primo, si è alzato e se n’è andato dicendo: «Professore, mi dispiace ma, come già le avevo detto, non sono interessato, perché mi piace di più la storia rispetto all'archeologia».

Invece, mi sbagliavo di grosso. Gökhan è un tipo molto interessante.

Legge, e molto, e c’è subito una grande sintonia, anche perché sul campo mi aiuta facendo da interprete per il mio operaio Burak, che non capisce un acca di inglese. Mi dice che adora il romanzo post-moderno. Conosce Calvino, Buzzati e GIOVANNI PAPINI.

Sì, Giovanni Papini! Incredibile!

Canticchia La ballata dell’amore cieco di De André, ma non ne conosce il significato (roba molto alla Carcarlo Pravettoni), io gli parlo di Svevo, di Pirandello e del D’Annunzio, di quanto Dante e Manzoni abbiano rotto i coglioni, della necessità di mandare affanculo Seneca. Ne parliamo la sera in compagnia di Ali, altro soggetto molto interessante, un ex-banchiere in pensione che si è dato all’archeologia classica. Ne parliamo sorseggiando succo di ciliegia, ché l’alcol non si vende per motivi religiosi in questo hotel alla periferia della periferia del mondo civilizzato.

Mercoledì avevo bisogno di un nuovo paio di scarponi. I miei, che pure erano quasi nuovi di zecca, si erano rotti dopo appena tre settimane. Ho chiesto il permesso di andare a Sivas con un interprete (nessuno parla inglese in Turchia!) e la professoressa M me l’ha concesso.

Poi mi ha chiesto perché avessi litigato con Rula e le ho detto che mi ero sentito offeso da quelle frasi. Ha riconosciuto che quelle parole non erano per niente piacevoli e mi ha suggerito di comprarle un piccolo regalo, come gesto simbolico, per chiederle scusa.

Ma di cosa dovrei chiederle scusa? E che cosa le potrei prendere? Qualcosa, un piccolo contenitore. Un piccolo contenitore di cazzate.

Emre ci ha portati in macchina e Gökhan è stato il mio interprete. Abbiamo dovuto girare per ben tre negozi, pare che in Turchia gli scarponi da montagna non esistano (eppure qui siamo a 1300m di altitudine!)

Passeggiando per Sivas, ho potuto conoscerlo un po’ meglio. È un liberale. Liberale in senso classico, seguace di Adam Smith. Mi chiede se conosco qualche autore turco, gli faccio il nome di Nâzım Hikmet, non ne vuole sentir parlare. Quel fottuto comunista. Provo allora con Orhan Pamuk, che ho solo sentito nominare quando ho iniziato a studiare un po’ di turco da autodidatta. Mi consiglia Benim Adım Kırmızı (Il mio nome è Rosso). Una storia in 58 capitoli ambientata nel XVII secolo e raccontata da tante prospettive diverse. Un romanzo sull’abbandono della tradizione nella pittura. Ha capito tutto, ha tutta la mia attenzione.

È anche simpatico: quando dobbiamo girare a sinistra mi dice Nâzım Hikmet, quando dobbiamo andare a destra Adam Smith.

È la prima volta anche per lui a Sivas. Com’è diversa questa Turchia dalla sua! Com’è strano questo mondo anche per lui, europeo come me, tifoso del Galatasaray per ragioni identitarie. Lui che vuole scrivere un romanzo che non gli pubblicheranno mai, in cui critica ogni autoritaritarismo, da Erdoğan ai santi laici Atatürk e Inönü.

Lui che ha un noeutanasianno greco e una famiglia che ha vissuto l’orrore delle deportazioni forzate, lui che si è rassegnato a scrivere un elogio di Atatürk per la professoressa M.

Può forse dirsi libero? Ali dice che la gente di Sivas è triste, depressa.

Non sono d’accordo: ho visto anche gente che si ritrovava per grigliate all’aperto, persone che giocavano a carte al bar, sorseggiando un tè o un caffè turco, insomma un senso di comunità che nel nostro civile Occidente si è perso. Ho visto anche dei sivassiani felici. E il velo non è solo simbolo di oppressione. È anche una forma di riappropriazione identitaria.

La mia posizione politica non potrebbe essere più distante da quella di Gökhan. Gli ho esplicitato – come già a Bestela mia intenzione di scrivere un trattato anti-Rousseau che si apra con le parole «Gli uomini nascono in catene e ovunque s’illudono di essere liberi».

A dire il vero, ho già scritto le prime righe. Argomento, giungiamo alla conclusione che i cacciatori-raccoglitori vivevano la vita migliore in assoluto. La sera, tutti raccolti intorno al focolare a filosofare. Moltissimo tempo libero. Altroché questo fottuto scavo archeologico.

Lo ha scritto James C. Scott, la rivoluzione agricola fu una catastrofe. 

L’altro ieri abbiamo trovato un utensile paleolitico e la professoressa M ci ha detto che nel Paleolitico Burak sarebbe andato a caccia, Gökhan avrebbe raccolto e io avrei setacciato. Già, e nessun incarico settimanale. Nessun rompicoglioni alle cinque del mattino che venga a dirti come tagliare pomodori e cetrioli. Un chopper in testa a chi rompe la quiete.

Comunque, Gökhan mi ha aiutato tantissimo sia a comunicare con Burak sia nei fottutissimi weekly shift di Nurbahar. Con lui le giornate sono trascorse più leggere. Mentre io preparavo la presentazione su PowerPoint, lui lavava la ceramica, e viceversa. Anche lui è stato rimproverato da Nurbahar, neanche lui la sopporta. Inoltre, mi ha fatto capire che sono una persona molto importante per lui.

Mi ha invitato a casa sua, nella sua Istanbul, dice che i suoi genitori mi vogliono conoscere. Si fida di me, al punto che mi ha rivelato un segreto: è venuto qui perché vuole scrivere un romanzo sull’archeologia.

Questa per lui è un’esperienza antropologica: vuole sapere come vivono, come pensano questi archeologi. Gli ho detto che anche a me interessa questo tipo di ricerca, ma non mi piace il termine “antropologia”, che è ideologicamente connotato. Ai decolonizzatori marxisti oppongo Bruce Chatwin, ultimo esploratore. Me l’ha citato anche Angelo: lui sostiene che l’archeologia è un modo per soddisfare, o meglio placare, quel richiamo nomadico che è intrinseco a ogni uomo.

Forse il mio è talmente forte che dopo soli sei giorni volevo già andarmene via da questo posto di merda. 

Con Gökhan mi sono scagliato contro il politicamente corretto e forse ho parlato un po’ troppo liberamente. Mi ha detto di essere vegetariano, mi ha chiesto cosa ne pensassi. Gli ho detto che è una scelta individuale, che stimo ma non condivido, e che non deve diventare ideologia, che non deve essere imposta agli altri come voleva qualcuno nella mia residenza universitaria. 

Per quanto riguarda Rula, invece, nessun miglioramento. Abbiamo continuato a evitarci a vicenda. Mercoledì non ho proprio avuto tempo per prenderle qualcosa, e non avrei saputo cosa prenderle. Giovedì, poi, un nuovo evento drammatico ha sconvolto le nostre già non tranquille vite di archeologi.

Rula aveva chiamato me e altri ragazzi per svolgere un lavoro pesante (togliere delle grandi pietre da una tomba tardoromana/bizantina), quando all’improvviso Burak ha indicato un punto sotto la sua tenda, tutti sono impazziti e non ho più capito nulla.

Ho sentito solo la parola Jandarma. Insomma, si trattava di qualcosa di serio. E infatti poco dopo, mentre setacciavo, ecco arrivare un Jandarma. La polizia s’incazza.

La professoressa M mi ha spiegato che avevano trovato quattro topi morti ai quattro angoli della tenda, più un topo decapitato sul tavolino di Emre. Una chiara minaccia nei nostri confronti. Il giorno dopo, altri tre topi. Ho visto personalmente Burak prenderli in mano e buttarli via lontano (scena disgustosa)

La professoressa M dice che gli autori potrebbero essere gli operai che hanno lavorato coi tedeschi nel 2017, che hanno lasciato sul campo quelli che chiamiamo German pits, o più volgarmente buchi di groviera. Facevano la caccia al tesoro, loro. Più probabilmente, sarà stato qualche contadino incazzato. [Specifico che sto raccontando una storia che è stata censurata dal governo turco. Se non mi vedrete più, saprete il perché]

In compenso, mostro di avere nei confronti di Rula una certa sensibilità. Volevano che io e Angelo cucinassimo per tutti. Forse la professoressa M lo propone per mettermi di buon umore, per farmi sentire meglio: quando cuciniamo noi sono tutti più buoni. È il nostro giorno, il giorno italiano. Io volevo fare una puttanesca, ma quei cretini non mangiano le acciughe.

E quindi alla fine abbiamo optato per un’amatriciana alla Kayalıpınar. Di nuovo con la pastırma. L’amatriciana del riscatto. E io mi sono preoccupato per Rula, che so essere allergica all’olio d’oliva, ma ci ha detto che non era un problema e alla fine oggi non era neppure sul campo. Sul campo non c’era neppure Ali, che è partito questa mattina, dopo soli dieci giorni. Non ne poteva più. Non dev’essere stato facile neanche per lui scavare per la prima volta a settant’anni. 

AMATRICIANA ḤALAL ALLA KAYALIPINAR

(RICETTA PER 10 ARCHEOLOGI)

Ingredienti:

  • 1500 gr di spaghetti;
  • 600 gr di pastırma;
  • 8 pomodori turchi di medie dimensioni;
  • 300 gr di parmigiano. 
  1. Per prima cosa, occupatevi dei pomodori. Questa volta, vi hanno comprato dei pomodori di medie dimensioni, ma non illudetevi: non sono per niente succosi e anche questa volta custodiranno gelosamente la loro acqua. Inoltre, avete poco tempo.
  2. Comunque, tagliateli a piccoli pezzi e preparate il sugo. +
  3. Nel frattempo, mettete a bollire l’acqua della pasta
  4. Questa volta, la pastırma è già tagliata a fette molto sottili (circa 3 mm), questo vi risparmierà anche la fatica di dover rimuovere lo strato di spezie esterno, che darebbe al piatto un gusto eccessivamente esotico, e comunque troppo amaro per risultare gradevole al palato, o anche solo edibile.
  5. Quindi, tagliate la pastırma a striscioline lunghe circa 2/3 cm. Versate i pezzetti di pastırma in una padella antiaderente, aggiungete un filo d’olio (non è mica guanciale, che si scioglie nel suo grasso!) e rosolate per circa 10 minuti a fiamma medio-alta.
  6. Il risultato dev’essere simile a una pancetta affumicata più che al grasso guanciale o alla pancetta dolce (mi perdonino i puristi dell’amatriciana, ma siamo pur sempre nella Turchia profonda!)
  7. Aggiungete gli spaghetti e fateli cuocere per 11 minuti.
  8. Poi, rassegnatevi all’idea che da quei fottutissimi pomodori non otterrete mai un sugo decente, aggiungete il vostro “sugo” e la pastırma e servite così, perché siete dei cretini e vi siete dimenticati di mettere il pepe.
  9. Aggiungete olio a volontà per non far incollare la pasta. 

Questo è davvero il peggior piatto che io abbia preparato qui in Turchia. Questa volta non ripeterò la pappardella su Latouche e sul placare la globalizzazione adattando un piatto tradizionale italiano al gusto locale dell’Anatolia profonda, come la Coca-Cola latinoamericana. Non citerò Pellegrino Artusi e il suo positivismo culinario rispettando la legge di Tobler-Mussafia. Nella scienza in cucina e nell’arte di mangiar bene ho fallito miseramente.

A ciò si aggiunga che abbiamo avanzato circa 300 grammi di pasta, che io e Angelo ci siamo divisi la sera.

Un’amatriciana in solitudine, un silenzio di tomba, un’amatriciana amara. 

Avevo chiesto a Gökhan di preparare la presentazione mentre lavavo la ceramica. Gli avevo lasciato il mio computer perché continuasse dal mio vecchio PowerPoint.

Alle sei rientro in stanza e non lo vedo.

Apro il computer e non c’è niente. Alle sei e mezza inizia la presentazione. Mi guardo intorno disorientato. Chiedo a Nurbahar dove sia. Non lo sa. Arriva il mio turno. Mi scuso, dico che toccava a Gökhan. Nessuno si era accorto della sua assenza. Lo vanno a cercare. Io vado in cucina, disperato. Penso che forse non ne poteva più. Della vita, di Nurbahar, di questo fottuto scavo anatolico. Mi dicono che forse gli è successo qualcosa. Allontanamento volontario, penso io. 

Tornano. Lui non parla. Dopo qualche minuto, scopro che la professoressa M gli sta comprando un biglietto per l’aereo per farlo tornare a casa il prima possibile.

Nurbahar mi dice che suo padre è in fin di vita.

Poi entra nella mia stanza, mi chiede quali siano i miei e i suoi vestiti. Le dico che i suoi sono sulla destra. Le porto i suoi asciugamani.

Non li vuole, sono bagnati.

Gökhan è seduto su una sedia, davanti all’ingresso. Non parla. Qualche minuto dopo vedo partire la macchina della professoressa M. Non ho neanche tempo di salutarlo.

Non mi resta che tornare in cucina, a finire con Angelo quell’amatriciana che è rimasta e che Gokhan non ha neppure assaggiato in quanto vegetariano.

Saltata in padella è migliore, ma è comunque un’amatriciana amara, col groppo in gola. 

L’addio a Gökhan è il più doloroso da quando sono arrivato in Turchia.

È avvenuto tutto così in fretta… Ho perso un fratello, quasi sicuramente non lo rivedrò mai più. Di lui mi restano tre bottiglie di una strana bevanda con arancia e biscotto (!) e due asciugamani. Li lascio sul letto, in attesa. Come se dovesse tornare da un momento all’altro. Come se si fosse solo preso una vacanza. In realtà è sempre qui, accanto a me.

Mi resta un’informazione vaga e non verificata sullo stato di salute del padre, che peraltro proviene da una persona che non sopporto.

Povero Gökhan, andatosene per necessità e non per capriccio come quella troia di Beste. 

Penso a ciò che abbiamo detto nei giorni scorsi.

Abbiamo parlato di eutanasia. Gli ho detto che sono tendenzialmente contrario.

Che un medico deve fare tutto il possibile per salvare una vita, non può dimenticare il giuramento d’Ippocrate.

Che esistono condizioni come lo stato vegetativo in cui comunemente si pensa che la coscienza sia irrecuperabile e invece è soltanto impossibilitata a comunicare con il mondo esterno. Gli ho parlato di un articolo di Massimo Reichlin sugli studi del neuropsicologo inglese Adrian Owen secondo i quali il 17% dei pazienti in stato vegetativo è capace di coscienza. 

Attraverso le tecniche di neuroimmagine, e in particolare la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che registra il livello di attivazione delle diverse aree cerebrali misurando l’aumento del flusso di sangue ossigenato associato al compimento di una certa funzione, Owen ha dimostrato che in una parte rilevante di pazienti in stato vegetativo la consapevolezza di sé e del mondo esterno permane, nonostante la loro totale assenza di risposte dal punto di vista clinico.

L’obiettivo era di mostrare l’eventuale analogia tra le attivazioni cerebrali di pazienti non responsivi affetti da lesioni cerebrali e quelle di volontari sani, a fronte dell’esposizione al medesimo stimolo. 

L’esperimento più noto, eseguito su una sola paziente e pubblicato nel 2006, richiedeva di svolgere un duplice compito cognitivo:

  • In primo luogo, di immaginare di giocare una partita a tennis;
  • In secondo luogo, di immaginare di andare nella propria camera da letto.

Il primo compito attiva nel nostro cervello le stesse aree della corteccia premotoria che sono attive quando compiamo effettivamente l’attività sportiva in questione; il secondo richiede la consultazione di una mappa spaziale archiviata nel nostro cervello ed è collegato all’attività di una particolare zona dell’ippocampo.

In entrambi i compiti, l’attività cerebrale della paziente in stato vegetativo risultò sovrapponibile a quella dei volontari sani e un successivo esperimento dimostrò che questo risultato non dipendeva da una reazione automatica, non consapevole, alle parole che le venivano rivolte dagli sperimentatori, bensì da una precisa volontà comunicativa.

Infatti, fu chiesto ai volontari sani di ignorare le istruzioni che ricevevano: in questo caso, risultò che il semplice stimolo uditivo non era sufficiente ad attivare le aree cerebrali in questione. 

Owen e colleghi hanno potuto anche stabilire delle forme di comunicazione con pazienti in stato vegetativo.

Ai soggetti posti sotto fMRI veniva detto che, se volevano rispondere positivamente, dovevano immaginare di giocare a tennis; se volevano rispondere negativamente, dovevano pensare di esplorare la propria camera da letto.

Dunque, i pazienti sono stati sottoposti a semplici domande relative, per esempio, ai nomi dei propri parenti e si è potuto verificare che i soggetti erano in grado di comprendere le istruzioni ricevute verbalmente e di fornire risposte coerenti.  

Peraltro, questi esperimenti presuppongono la capacità di questi pazienti di seguire istruzioni che richiedono sforzi cognitivi relativamente consistenti, come immaginare di giocare a tennis per circa 30 secondi.

Negli esperimenti più recenti, si sono utilizzati frammenti di film, in particolare quelli il cui racconto crea suspense nello spettatore, come i film di Hitchcock, e si è osservato che i cervelli degli spettatori si sincronizzano, ossia manifestano le stesse attivazioni cerebrali nel seguire i colpi di scena mostrati dalla pellicola.

Pertanto, questo esperimento ha consentito di desumere l’esistenza di consapevolezza in pazienti in stato vegetativo senza richiedere loro risposte a istruzioni esplicite, ma solo osservandone la reazione cerebrale. 

Uno dei pazienti più significativi, in stato vegetativo da 12 anni, non solo era in grado di dire chi fosse e dove si trovasse, ma sapeva anche quanto tempo era trascorso dall’incidente e persino il nome della persona che l’accudiva.

Inoltre, confermò di non provare dolore.

Alcuni hanno avuto dei recuperi funzionali clamorosi, riacquisendo in pieno la consapevolezza e recuperando in parte anche le funzioni motorie; in altri casi, i risultati sono stati nulli. Inoltre, gli studi effettuati su pazienti affetti dalla sindrome del chiavistello (ovvero capaci di muovere solo gli occhi), hanno mostrato che, contrariamente a quel che tendiamo a pensare noi sani, il 72% di questi soggetti dichiara di essere felice e solo il 7% è favorevole all’eutanasia.

Questi dati sovvertono la nostra tendenza a pensare che una vita in simili condizioni non sia degna di essere vissuta e che una vita nel letto di un ospedale sia una vita di dolore.

Gli ho spiegato tutto questo. Gli ho detto di prendere il caso di un padre in stato vegetativo con una moglie e dei figli piccoli.

Fino a che punto il diritto di questo padre di porre fine alla propria vita è superiore a quello di un figlio di vedere il proprio padre? Quanto il suo desiderio di morire è influenzato dalla percezione comune secondo la quale chi è nel letto di un ospedale soffre?

Invece è solo un sonno, un sonno da cui da un momento all’altro si potrebbe risvegliare.

Anche dopo 57 anni, come Epimenide cretese. E se ci fosse anche solo una possibilità su un milione di poterlo risvegliare, io lo terrei in vita. Sarà forse un residuo criptocristiano: non distruggerò Sodoma se vi troverò dieci giusti, e in ogni caso risparmierò Lot.

Ma poi chi l’ha detto che un uomo dev’essere libero di decidere della propria vita? Decisioni come queste tirano in ballo troppe persone.

Checché ne dicesse Margareth Thatcher, l’individuo non esiste. La coscienza ha una dimensione interpersonale. L’uomo non prende mai decisioni autonomamente, senza lasciarsi influenzare dai propri familiari, coi quali ha un legame naturale, essenziale, che precede il contratto sociale. La frase della Thatcher va capovolta. L’individuo non esiste, esiste solo la società. Una realtà ben più terribile, a tratti inquietante.

In altre parole, L’UOMO NON È LIBERO.

L’ho scritto nell’incipit del mio trattato politico anti-Rousseau che forse mai pubblicherò: 

«L’uomo nasce in catene, e ovunque s’illude d’essere libero. Reciso il cordone ombelicale, il neonato è convinto di non dipendere più da nessuno. 

Cinque secondi dopo inizia a frignare. Ha freddo, ha fame, ha sonno, è solo. Ha bisogno della madre. Quella catena che prima era fisicamente rappresentata dal cordone ombelicale ora è ricostruita, a livello astratto, al fine immediato di sopravvivere. Il bambino dipenderà per sempre dalla madre, consciamente o inconsciamente.

Raggiunta la maturità, incolperà la madre di averlo messo al mondo solo e infelice. Per parte sua, la madre incolperà sé stessa. Volenti o nolenti, la felicità dell’uno dipenderà da quella dell’altro. E la felicità di entrambi dipenderà da quella del padre/marito. 

Non è mai esistito lo ‘stato di natura’, favola che ha contagiato ogni teorico della politica. Non è mai esistito quel mondo immaginato da Hobbes o da Locke in cui i singoli individui sono fedeli solo a loro stessi.

L’individuo deve al suo appartenere a un gruppo – sia esso di consanguinei o di soci – non solo la sua libertà, ma anche l’essere sé stesso. Recenti studi di etologia, di neuropsicologia e di psicologia cognitiva dimostrano che la coscienza umana nasce, vive e si sviluppa solo nel contesto della relazione fra le persone». 

Avevamo parlato di tutto questo. Di bioetica, del secondo film del Decalogo di Kieslowski.

E ora suo padre è in fin di vita.

Gli ho portato sfiga, sono uno jettatore. O forse il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe; il Dio di Gesù, di Giuda e di Maometto; il Dio dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani si è voluto vendicare contro quel miscredente.

eutanasia

Fatto sta che sono disperato. Vado a piangere ascoltando Wish you were here. 


PS: io e Gökhan ci siamo ancora sentiti. Suo padre non era in fin di vita, ma è rimasto paralizzato in seguito a un intervento in ospedale. Gökhan mi ha detto che sarò un personaggio del suo romanzo. Dedicargli questo articolo del tutto insignificante mi sembra il minimo.
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