2 settimane

ANATOMIA DELLO STACCO DA TERRA

ANATOMIA DELLO STACCO DA TERRA
Preparo la barra, la poggio a terra. I pesi piano piano vanno ad inserirsi nelle estremità.

Plop! Plop! Plop! Plop!

I dischi si inclinano leggermente per l’eccessivo giuoco tra i diametri.

La molla chiude e biscotta le lastre di ghisa. Prendo il gesso liquido e lo spalmo sulle mani. Il profumo del gesso e dell’alcool apre le narici e la mente entra per una frazione di secondo nel proprio mondo. Mi inchino sulla barra, prendo un leggero respiro.

L’aria entra nei polmoni e l’ossigeno alimenta il mio corpo, quel tanto che basta per offrirmi gli ultimi atti di lucidità al cervello. Mi guardo attorno, è sabato e non c’è nessuno all’ora di pranzo. La magnesite a base di alcool si sta asciugando lasciando attaccata sui miei palmi la secca polvere bianca.

Avvicino le gambe alla barra, si muove leggermente in avanti mentre gli stinchi delicatamente la toccano fino a che la pianta dei miei piedi non è ben in appoggio sul terreno.

Afferro saldamente la barra: i muscoli delle dita si tendono, la pelle si salda sull’acciaio cromato, l’attrito immobilizza ogni tentativo di rotazione attorno l’asse dell’asta.

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La mano sinistra ha la presa inversa e l’avambraccio ben teso guarda verso lo specchio. Abbasso le natiche (non troppo) mi guardo allo specchio, la schiena inarcata ora si ripiega irrigidendosi; le scapole scivolano come placche tettoniche e si mettono in posizione.

I muscoli lombari diventano duri come la cementazione dell’acciaio, i dorsali dietro le braccia diventano l’impalcatura che solleverà il carico e si stringe saldamente come se tenessi una boccia sotto l’ascella. Le gambe sono in completa tensione.

L’intero corpo entra in una fase di altissima carica: i muscoli si induriscono con l’unico intento di vincere le forze e i vincoli naturali dell’anatomia umana e della massa in ghisa. La leva si fa sentire con il carico che reagisce al mio intento di sollevarlo.

Prendo un largo respiro, faccio entrare l’ossigeno nei polmoni e raggiunge il cervello, ora non più per nutrirsi di coscienza, ma per alimentare con le sue scariche i muscoli: l’intero processo ha il solo fine di sollevare un peso, non vi è alcun pensiero, ragionamento o calcolo che il cervello deve compiere. L’unico dovere è la rigidità del corpo, la costante emissione di energia esplosiva che non deve cedere mai fino al conseguimento dell’alzata.

L’istinto, la reazione naturale delle leve del mio corpo compensano la mancanza di flussi di coscienza da parte della mia mente che si disattiva momentaneamente, per pochi attimi. I tricipiti femorali sono in fibrillazione, non vorrebbero altro che esplodere fra un momento e l’altro. È ora, il segnale parte dal mio cervello.

La scarica raggiunge le mie gambe, la tensione sulla pianta del piede è esplosiva: non sono io che sto sollevando un peso:

Sono io che spingo l’intera Terra con i piedi lontano da me.

La corsa in alto vince l’accelerazione negativa che reagisce alla mia alzata; le gambe da piegate iniziano a cambiare angolazione usando come leva le ginocchia, l’energia prodotta per un semplice movimento, quello di alzarsi da uno sgabello, non è mai stato così esplosiva.

La scarica ha anche raggiunto le mie spalle che non si abbandonano fiacche ma rimangono salde e diritte salendo alla stessa accelerazione delle gambe rigide come un tronco d’albero; le mani, quelle delicate mani in grado di accarezzare una rosa senza danneggiarla ora sono serrate attorno alla barra e non vogliono abbandonare la presa per nulla al mondo… sono appeso al bordo di un promontorio.

La scarica raggiunge l’area lombare dove i muscoli ora applicheranno una leva con fulcro la zona terminale della schiena; raggiunge gli addominali che si irrigidiscono e trasformano il mio busto nell’asta dell’onagro.

Il mio viso diventa rosso, sembra stia emanando rabbia e desiderio di distruzione, ma è solo un’impressione.

Gli occhi si colorano di rosa, il collo mostra i segni dei muscoli tesi.

Oh-Hop!!! Oh-Hop!!! Oh-Hop!!! Oh-Hop!!!

Sono una statua.

La schiena si è raddrizzata contemporaneamente alla rotazione delle cosce attorno al fulcro delle ginocchia; il petto è gonfio, le braccia sostengono il peso, le gambe hanno prodotto l’onda d’urto come un colpo d’ariete: l’energia si è scaricata in calore e lavoro meccanico.

La barra ha compiuto un movimento nella sola direzione verticale vincendo l’accelerazione gravitazionale.

L’aria è bloccata in un serbatoio ad alta pressione, il diaframma la sta spingendo da sotto mentre la gola come una valvola la blocca da sopra; ho l’irrigidimento di tutto il busto. L’ossigeno inizia a mancare, è chiaro che il corpo non può sostenere oltre un certo peso per un certo tempo.

Abbandono Il mio corpo, i muscoli perdono la tensione della molla in acciaio duro e rilassandosi sotto controllo si riduce sensibilmente anche la forza applicata. In questa fase le braccia seguono la barra lungo la sua discesa, la quale passa dall’energia potenziale massima a quella minima lungo la corsa trasformandosi in energia cinetica.

SBAM!

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Il rumore riecheggia come una stanza vuota nella stanza, la mancanza di ossigeno fa sbiadire le immagini, per qualche secondo sembra di pesare come una piuma. La mente si mischia alla musica che pompa come carburante la motivazione di compiere tale scellerato gesto apparentemente inutile. I battiti del cuore sono in sincronia ai battiti delle percussioni della musica, non vi è melodia, solo puro rumore che corre veloce.

Mi rialzo, i muscoli sono funzionanti, il cervello riprende a pensare, l’ossigeno si ridistribuisce nel corpo, il viso ritorna al colore roseo, il sudore inizia a scivolare sulla pelle.

C’è un potere nascosto nell’uomo: quello di poter superare sé stesso.

Liberamente, con la sua lucidità mentale, si pone un obiettivo che in apparenza è superiore e limitante, sia fisicamente che mentalmente. L’uomo studia il suo limite, empiricamente riconosce i difetti e infine sa scavalcarli con la facilità di un montone che scala il volto pallido di una montagna alpina.

Questa enorme forza astratta, invisibile, è talmente impressionante da essere la concausa delle nostre opere concrete; l’architettura, l’ingegneria, l’arte sono solo figlie di questa grandezza fisica dell’uomo di saper reinventare le cose. In un’azienda tutto ciò si chiama Problem Solving ed è un carattere essenziale del dipendete per poter proseguire nella sua carriera e senza cui non vi è l’evoluzione industriale che porta innovazione e sviluppo.

Quando è il fisico ad essere il fattore limitante, ecco che anche qui sappiamo risolvere la nostra difficoltà garantendo la nostra crescita e maturazione, come un fiore che diventa un succulento frutto. L’attività fisica è dunque arte, è architettura ed ingegneria perché mostra la bellezza del fisico, la strutturazione del corpo e il meccanismo di funzionamento di sé stesso. L’uomo è estremamente potente e di conseguenza pericoloso, ma è un rischio che ci piace correre.

Dateci un fulcro e con la Forza di Volontà cambieremo per sempre il mondo.

L’indomabile spirito dell’uomo non ha limiti.

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