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Artoldo: BLAST INTERVISTA (SECONDA PARTE)

Artoldo: BLAST INTERVISTA (SECONDA PARTE)
NFT, mostre, arte, cultura, robe sataniche. Solo in questa seconda parte della intervista a Artoldo!

4) Satana, interessante. Quindi internet è il male?
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Wundersaar: Internet perde in allure quando smette di essere noumeno per essere solo fenomeno, quando perde il mistero per la trasparenza, la dimensione cospirativa per quella di business as usual, la profondità dell’intricato, del reticolato per quella della piattaforma e ne riacquista nella metafora del reticolo-collega-i-puntini, delle bread crumbs. Riacquista tra l’altro proprio quella forma d’intelligence deformata sotto la cui egida la rete è nata.

Ne guadagna in pratica in praticità la vita di tutti, scema la capacità strategica dell’utente in favore della tattica e il contrario succede per chi quegli utenti li aggrega secondo una sua strategia di lunga gittata. Le tattiche lasciano però il tempo che trovano proprio perché non ne contestano i meccanismi economici, riducendo queste a misure di vendita, di svendita, per cui perdono tutta la beltà della ribellione che la tattica ha invece in sé per definizione. Se il gioco è questo, allora è un Tetris per terrapiattisti, dove il fine e la fine combaciano con l’appiattimento della linea. Internet è una potenza e come tutte le potenze è rimedio nel suo maneggio e veleno rimane però in quanto sostanza, proprio come tutto il mondo materiale d’altronde che non trascende. Rimane l’impossibilità se non di questo fraseggio oscuro, forse oscurantista da dark web per anime belle.

Ecco, non è Satana, è di più, di meglio. È comunque almeno la luce retroilluminante uno schermo che non fosse per lui rimarrebbe spenta – schermi che non sarebbero mai rimasti accesi la notte di propria sponte per un applicativo come un foglio Excel, forse piuttosto per un montaggio filmico o un editing fotografico, per un modello 3D o un rendering non per forza per un progetto professionale che inizia e finisce assumendo la forma di lavoro; rimane accesa invece per il proprio personalissimo spersonalizzato progetto di autoprofilazione a cui certi mezzi affilatisi su internet danno al massimo una mano. L’italianismo tedesco sich profilieren offre una sponda allo sdoganamento del concetto che letteralmente tradotto significa qualcosa del tipo darsi un tono dandosi da fare a costruirsi un profilo spendibile, con un accento sulla serietà professionale della cosa o a volte usato con accezione negativa per sottolineare l’acribia di quel costruirsi, una sorta di neorampatismo, sebbene mai smaliziato, come invece è da noi, così abituati ad ammiccamenti provenienti dalla comunanza con un senso d’arte visiva prima e poi per la moda e con tutti i sensuali parafernalia che ne conseguono in un saltarello, mica in un walzer, comunque sempre sopra le righe, con musica leggerissima, mica da sintesi faustiane. Ma lì ritorniamo al lavorio cognitivo che surclassa in enfasi qualsiasi tipologia di lavoro e da qui all’acume dei post-operaisti ad inquadrarne l’acme.

Internet è male inquadrandolo dal punto di vista di un’antropologia negativa alla Scuola di Francoforte, che vede il mezzo come cappa asfissiante calata dall’alto, mentre, sebbene attraverso un tipo di lavoro non retribuito per cui tutti lavoriamo per le company della rete, lo stesso quello a cui si assiste è una costruzione dal basso, autoproduzione dal basso, per cui di converso le company che lì operano servono. Vale il precetto banale, sgranchisci le gambe ogni tanto e stai dritto con la schiena.

5) Siete satanisti?

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Wundersaar: La cosa è che la risposta alla mia primigenia sete impuramente mista tra l’intellettuale e lo spirituale non si sarebbe estinta nel mainstream e quindi non sarebbe nemmeno mai sfociata in facili esaltazioni buone per tutti coloro che hanno resistenza per la notte, dove ci trovo di tutto e tante amene cose ma non per forza quella febbre del sabato sera che in molti il buio accende; troppo facile già solo per il fatto che ho i bioritmi da sempre settati al contrario di ciò che il mondo vuole e a me non piace rendermi le cose facili. Assecondare un’idiosincrasia mi è sempre sembrato troppo ragionevole e noioso, a prescindere da quale quell’idiosincrasia fosse. Più una conquista la luce, dato che la notte comunque scassa parecchio – ma tanto è un gioco di rimandi, si pensi solo all’etimologia di Lucifero.
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Interessante piuttosto la Kali e le sue sorelle perché mi interessa chi spaventa e non c’entra il femminismo – mica è Il Giardino delle vergini suicide – perché per natura ho sempre scelto di non esserlo, ipocritamente femminista e nel non esserlo sono anni luce oltre facili e finti smancerie; sarei d’accordo con il femminismo al momento solo nel senso di una lotta contro il gattamortismo, vera malattia influenzale del secolo. Quando poi il gattamortismo cerca di farsi attivo addirittura politicamente, beh, lascio sta roba a chi vuole occuparsi della Ferragna6Co., che sembra essere stata eletta a speranza per una certa sinistra maldestra. Hostess del capitale, magari le unghiste sbaraglieranno tutti e riusciranno 1) a sindacalizzarsi – che nemmeno quelli del precariato dei call center, perché appunto loro non sono precarie, le unghie anche di plastica cresceranno sempre – e 2) a creare il nuovo femminismo della microplastica (nonostante adorino tutte il bio-mio-mio, in questo ultimo lustro con i loro solventi ed acetoni hanno portato alla moria almeno tutto il mare dei Sargassi, senza batter ciglio, che le ciglia di plastica pesano sul PIL; spero tali protesi non valgano come transumane, perché al massimo sono transumanza, con tutto il rispetto per il bestiame dei pascoli)

Più che l’autarchia a cui non ascrivo grande interesse, mi interessa il solipsismo perché è la mia vera cifra metodologica, la vera protezione contro vampiri (Satanic panic forever), plebe, serpi, g-(c)olpз  Borghesз  di sorta – da cui cerco di difendermi studiando controffensive digitali da vecchia teenager protagonista di serie su hacker invisi a tutti. Ci va vero talento per la solitudine, un talento non di facciata, multisfaccettato, sfacciato. Poi a piacere scender dalle stelle, che belle che belle – e godersi che quando li degni della tua presenza non ce n’è più per nessuno, gatte morte prime della lista (avranno la loro protezione nella Rappresentante di lista, che Lei le protegga)

Laddove il superamento del rito inglese ha lasciato la possibilità di logge miste se proprio un giorno dovessi scendere dalla mia torre d’avorio – scansando con ripugna esserei a sei zampe onnipresenti, la vera invasione degli ultracorpi più territoriali degli ultrà – in cerca di iniziazioni, ecco, potrei optare per portare scompiglio tra fratelli facendomi passare per una nipote di una qualche principessa di Giordania (tra le uniche donne fatte entrare in confraternita), infiltrandomici a mo’ di trickster – figura culturale ancestrale, buona per portare scompiglio in ogni MASSOLIT; la religione razionale è intrigante, per il bagliore di un attimo sembra un’alternativa valida all’ideologia, al netto dell’umanità però, ma tutti i gruppi di potere segreto hanno fatto storicamente o pena o schifo con una percentuale da record, loro che considerano gli altri umani come poco più che primati; gli esempi del loro agire conosciuti sono piuttosto empi, gli altri se li tengono per loro per definizione, hanno sedotto con tutti i segreti dei metalli, con il loro grembiulino bianco da Grätel e i guanti da camerieri dell’Hotel Sacher o da commessi di Palazzo Madama. Ma magari ne fondo una io di sfratellanza universale, ma solo nel metaverso.

L’unico allineamento che cerco è quello col flusso creativo. No, al diavolo i satanisti, al massimo buoni per uno sketch de I soliti idioti, a noi personalmente non serve detronizzare El Diablo e metterci al suo posto – sulla parte carnale, più allettante il baccanale, ma dipende dalla fase lunare, niente contro, ma la sola estetizzazione è un po’ lame, siamo blasé fino al midollo e non per posa, strike a pose, per assetto stellare, posa delle stelle, kundalini e voguying valgono ben una messa nera; abbiamo provato a credere, ad aver una fede, per quel che si riesce e ci riesce poco, piuttosto è sempre interessante mettere in crisi il sistema e i benpensanti, per quel che si riesce e ci si riesce troppo poco. Obbedire meno che meno, al diavolo le gerarchie tutte. Combattere, pfui! meglio regia, coreografia, orchestra, abbasso la maestra e i primi della classe in mostra, lasciare tempo al tempo, attendere sulla riva e intanto darsi all’ippica come nobile arte nomade, stalla sotto le stelle, anti stallo. Interessano ad ogni modo le strategie di lungo corso, quando si porta il pensiero fino in fondo e poi si rinuncia all’azione come nelle discipline tantriche – forzata inerzia come nello zen, forse la rivoluzione è una piroletta; consapevolezza del wu wei, azione o non azione dettata dall’essere nel nu del momento; psiche individuale ft. psiche sociale contro psicosi, ma il confine è comunque labile, C. G. Jung ha sempre avvertito dell’eventuale insorgente spersonalizzazione. L’irrazionalismo è chiaramente defezione dal modello propinato, tanti cercano di creare nuove utopie da contrapporre alla distopia che vedono e che forse è solo complessità sfuggente dal controllo – perché non si ha fede nell’ordine del caos, che è poi quello della natura, perché scegliere tra il Crudo e il Cotto è ormai idolatrare la mela o aborrire il granbiscotto, i crudisti vedono solo coltura, disdegnano la cultura e così andando mettono in conto la mela marcia. Meglio il cibo liquido di miele e d’ambrosia di un’imprecisata Età dell’Oro, negli ani ‘80 ci comunque avevano riprovato con il risotto ai foglietti d’oro, quando si lascia mano libera alle reiterpretazioni.

Odio i bombaroli – i cavalieri del lavoro che i bombaroli odiano li detesto solo -, terrore provocato, fatto sentire e subire è da infimi senza fantasia, fantasie esplosive sono solo pensieri ossessivi, facilmente inferiori per facili menti volgari – protetti da apparati statali di uno Stato che odiano come ribelli figli di papà che questo infine proteggerà sebbene lo stesso Stato colpisca energicamente da lezione d’elezione solo bombaroli che gridano alla libertà da scelte scellerate di ig-nobili cavalieri del lavoro con ostentata energia, nucleare; per fortuna chi vuole intendere capisce oltre la giurisprudenza che comunque anche in certe opere di laido depistaggio lascia tracce, scagionando nomi, ma facendo affiorare la trama nonostante tutto, l’onestà percepisce la bassezza riflette Günther Anders in L’odio è antiquato – vedi pene severe inflitte a chi ha ideologicamente ammazzato da una parte o ragionato troppo forte contro poteri forti fino a portare in alcuni estremi casi a sragionare chi c’era già portato e pene irrisorie, assoluzioni, non imputazioni, sviamenti sui mandanti di chi ha piazzato bombe su piazze e treni, facendo pure del sarcasmo sulla toponomastica, vedi piazza della Loggia.

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Se non mi vedo nell’azione collettiva è perché ho bisogno di concentrazione per creare, non distruggere, salvare, ma non per la gloria, per non perdersi, per ricordare quando sarà tempo – non di continuo, non questa smania -, per non smarrirsi troppo. Riesco a vivere come un vietcong, in cunicoli a mangiar riso, non devo aver ragione, infatti spero spesso di non aver ragione e non è sottomissione.

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Altro tema è la possessione, oggi va di moda possedere un cane o tanti, forma di possesso largamente socialmente accettata, c’è da chiedersi come mai i mastini dell’alt-right così pruderici appunto contro ogni forma di possessione per loro contro natura non si scaglino ad abbaiare contro questa orgia così alla luce del sole, invece di scatenare panico satanico monocorde nonostante le variazioni sul tema.

Sebbene non in modalità testa a testa, pensieri e parole li trovo a sinistra sociologicamente infinitamente più pregnanti e solidi, artisticamente il discorso si ribalta all’insegna di una fascinazione per cose dello spirito che sanno d’irrealtà e sogno e che comunque hanno affascinato nel corso della storia, alcuni non allineati o che si sono allineati sentitisi chiamati alle armi, temi ricorrenti, tutti appannaggio della destra, che studio come oggetti culturali e anelo solo come sfondo senza portare fino in fondo, nel solco dello studio etnografico in cerca del Re del Mondo, il tutto però solo per qualche secondo, giusto il tempo di sviluppare una nuova coscienza di moltitudine al suo cospetto. Come il protagonista allettato ne L’altra parte (: Die andere Seite) di Alfred Kubin, dove scoprirà solo strani rituali e edifici in cui sono avvenuti delitti, un vintage sempiterno che è vera innaturalità, alla faccia di cosa i conservatori nudi e crudi sentenziano sia naturale o meno.

Storicamente il pensiero progressista è stato quello ad occuparsi del mondo degli uomini incarnati – Toni Negri parla di ontologia dialettica degli operaisti, analisi del lavoro vivo vs. ontologia hegeliana sebbene nella modalità rovesciata da Marx – nella contemporaneità, del potere oppressore ed egemone e non del potere assoluto espresso in caste, regni e cavallerie di sorta, considerazioni inattuali troppo inattuali nella terra dei sogni. Ma si vede che c’è qualcuno a cui piacciono sìttanto i Baroni che tollerano anche la mafia o meglio, alla mafia storicamente piace abrode il maccartismo e a casa nostra il liberismo sfrenatamente venato di patriarcato. La destra se ne fotte delle cause perché ha una visione immobilista del mondo, quindi fa facilonericamente di tutte le cause un fascio. La cosa assurda è che Nietzsche tanto aborriva la metafisica, la trascendenza, quanto la corrente irrazionale a cui si ispirano quelli che si identificano tradizionalmente politicamente come nietzschani ne è intrisa e lo esalta – mi piace pensare al filosofo che si sentiva al di là del bene e del male come ad un esistenzialista interessato solo alla vita oltre il materialismo, oltre la mera sopravvivenza qui e ora senza il pensiero della sopravvivenza altrove; comunque bello che si fosse dichiarato apolide, questo dovrebbe dare molto da riflettere ai nazionalismi vari. La destra è convinta che la via morale, che i più sofisticati ed esoterici chiamano via del pensiero, sia la sola garanzia alla via sociale e lo ha spesso espresso moraleggiando sulla razza e agendo col sangue, lo stesso sangue che accusavano invece i soliti altri di utilizzare a scopi nefandi, l’accusa del sangue, ce ne va di facciazza tosta – inventandosi il panico cabalistico.

Ma il tempo della storia resta estraneo al tempo del segreto e del mito che loro inseguono. Il realismo che credono solo interiore, mentre la realtà è lì fuori. Il Dexter preferisce scoprire retroscena sovrasensibili nella storia invece che cercare la via della comprensione dei fatti sociali. Per fortuna non servono arcane pratiche occulte per star bene, nonostante siano interessanti, ma in sé arme a doppio taglio di integralismo e fondamentalismo. Don DeLillo in un suo romanzo ambientato tra la Grecia e le continue incursioni di un milieu di expats tecnocrati della fine ‘70 nel Medioriente, contrappone questo micromondo di faccendieri globe trotter funzionari quadri alla servitù di agenzie di servizi, alle mediterraneità delle genti che in un continuo parlottare si scambiano tanto di quella saggezza sul corpo e su come farlo stare bene, per mezzo di una cultura tramandata nello scambio quotidiano dell’oralità, il conservatorismo da conserve, da marmellate, l’unico che mi piace – sebbene, anche lì il botulino si insidia quando il necessario automatismo non è più trance ma reiterazione svuotata, cooptazione, imitazione con la glassa dell’esaltazione, quando invece di pensare in termini da esportazione universale del bello e buono – che attenzione, è ugualmente presente e distribuito – si preferisce rinchiudersi nel recinto di un gruppo distinto. La tragedia greca secondo Nietzsche nelle sue Considerazioni inattuali, portava in grembo nella sua qualità di poter essere rivissuta la comprensione della vita.

Promuovo invece l’etnografia come modalità del sorprendersi della variabilità culturale capace di proporre soluzioni esistenti a problemi nuovi – l’adagio del marketing dice sempre il contrario. I poeti non si candidano, alcuni fanno i vati, altri lavano più bianco – infatti D’Annunzio era anche l’antelitteram del copywriter, sebbene di ultraeccezione –, i filosofi al potere si gasano un filo troppo, per questo poi i neopitagorici a sfornare (col numerus clausus, si intende) esperti di numerologia, che come per esplicita confessione di un tal Aniceto Del Massa: Sono esperto in numerologia; ma non so quale sia il mio numero; sono esperto in astrologia ma il sedici giugno non ho saputo decifrare che sarei caduto dal filobus, e così eccomi qui a scrivere con la mano sinistra, sono esperto in arti molteplici e non ho mai pensato di servirmene o di trarne qualche utilità; ma so di essere un incapace, un buono a nulla come il mio grande vecchio bambino che mi ha iniziato al Tao. No, un po’ di tantra, hatha e kundalini ma a cui forse fra alcuni mesi potrei anche preferire lo zen o lo shintoismo, tanto per intenderci, calarsi in tali pratiche e dottrine è utile per provare a migliorare alcune cose delle qualità meditative, mica per andarci fuori di testa. Dopo il corpo-peccato, il corpo-fabbrica, il corpo-massa, il corpo-missile, il corpo-piacere dell’edonismo contemporaneo, metafore di cui scriveva negli anni ‘70 Regis Debray che è stato compagno di Ernesto Che Guevara in Bolivia e fu accusato di esserne stato il delatore – a difenderlo una petizione di intellettuali, artisti e politici di grosso calibro di dx e sn -, nel criticare la società dello spettacolo, trovo che oggi la biopolitica si stia concentrando sul corpo-laboratorio. Che comporta scenari da incubo ma di cui bisogna trovare il tallone d’achille. L’incubo è non solo diventare carne da scempio individualmente sebbene anche considerati nella nostra dimensione collettiva, ma nel miglior caso, come è già successo con il corpo-piacere, di pedere il corpo sociale come riferimento. Ad ogni modo questa prospettiva è già qui, e davanti alla catastrofe ambientale e agli scenari digitali – sebbene ci sarà una fase fisica di questo sviluppo, in cui muoveremo il corpo in ambienti ricreati – è paradigmatico cercare di preservarsi un’integrità fisica. Cioè la trascendenza solo per essere più forti nell’immanenza, nell’analisi, nella critica e per concretizzare una diversa organizzazione della proprietà, dell’avere e mmagare dell’essere nel mondo che ne deriva. Magari una blockchain society, trasparente ed anonimizzata, con meccanismi automatici desecretati, ma nello stesso momento green, senza nessun green washing, viva l’open source! Tanto tutto il resto era già noia ;-( ma da dove verrà la gioia? Sarà un nuovo messianesimo? Speriamo almeno sia fraternamente russo (ci dobbiamo credere? uhm, non servono gli aruspici per scuotere la testa)

Età dell’Acquario alla russa, panslavismo, pane e caviale, Steiner ne era sicuro.

L’esoterismo è certo un leitmotiv della nostra ispirazione, aspirazione al suo poetico, ma non al suo politico, funzionamento troppo analogo a quello dell’ideologia e della religione. Contrario all’analisi sociale, ipostatizza tutto. Esoterismo è utopia, lo vediamo proprio in maniera opposta rispetto allo scopo ultimo, che poi è pratico, dell’occultismo, che è avere tutto – rimanendo una visione del mondo vassalla quindi del vecchio e nuovo ordine mondiale. Anche quella costruzione razionale nata per spiegare l’ideologia (tedesca:-) e diventata essa stessa ideologia, nonostante spieghi ancora veramente molto, si scontra con cause ed effetti nuovi che sebbene si possano spiegare all’interno e attraverso di essa, nel giustamente spiegare stridono.

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Perché è cambiata la coscienza, diventando sempre falsa, del marxismo non si è avverata la rivoluzione ma l’internazionale falsificazione della coscienza. Il capitalismo prima sistema esterno, si è antropomorfizzato, incarnandosi in noi tutti, trasformandoci tutti in capitalisti. Quindi il tempo è denaro sempre. E cercare di capire complicate catene di cause ed effetti complessi è un lusso sempre meno accessibile, nemmeno con il giornaletto e la favella porta a porta degli studenti con il paltò e cappellino bolscevico che già solo per la lunghezza e la tipografia dei loro articoli, senza parlare del tono retorico-astorico e del contenuto drammatico-romantico fan tremare le vene ai polsi del più flemmatico. La classe non è acqua, ma nemmeno più composto colloidale, comunque questione liquida, confluita ovunque, dispersa; ma se l’acqua ha memoria, allora dell’acqua ha quella memoria nostalgica, sentimento sentito ancora come umano, più avvolgente dell’appartenenza, più amniotico, ma al contempo contenuto in quadri di memoria sociale, le memorie di classe e della classe – che Suckerberg  ce l’ha messa tutta a renderla per sempre odiosa, tutti quei compagni di classe irretiti, zero solidarietà, compagni per modo di dire, ognuno a sparar sentenze – quel quarto stato che attraversa compatto la modernità fino a sciogliersi come neve al sole postmoderno.

Quadri sociali della memoria, fotografia di classe sbiadita e in cui sempre più spesso uno non si ritrova, come se quel giorno non fosse in classe. Forse perché da un certo punto in poi, dopo spranghe, sangue, bombe e ferocia e galera solo per alcuni e latitanza in Francia per certi e in Giapponi lontani ed Argentine per altri, i figli della reazione del non se ne può più hanno iniziato senza saper né leggere né scrivere a capitalizzare tutto il tempo per uscire dall’odiata classe e infilarsi in un ceto senza distrazioni dal sogno dello yuppismo e del panino imbottito e timberland anni ‘80.

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Progetto partito finite le medie, meta ceto medio. Ci sono riusciti in pochi ed è stata una congiuntura economica favorevole alle prime generazioni massicciamente state all’università, metà anni ‘90, prima dell’idiota Processo di Bologna (progetto che per un brutto scherzo della storia la burocrazia europea ha proprio voluto chiamare così in onore della prima università al mondo, ma che invece evoca una strage impunita) che con la retorica della lontananza dell’università dal mondo del lavoro e dei fuori corso parcheggiati ha reso il percorso universitario troooppo più smart, vuoi mettere? Triennale di qui, master di là e poi mi compro un altro master se mi garba.

Allora, ho appena scoperto che dal 1999 al 2009 sulle pergamene dei laureati che avevano optato di rimanere nel vecchio ordinamento per i corsi di studio precedentemente quinquiennali o quadriennali (lauree oggi chiamate a ciclo unico) – e ne hanno avuto facoltà di scelta almeno fino al 2004 – c’è scritto in vergati caratteri cubitali solo Laurea e non Laurea magistrale e che quindi la dicitura riguardante il titolo apposta sulla pergamena in possesso moltitudini di laureati magistrali italiani non li distingue da quelli che avevano optato nel New Deal apertosi per i tre anni. Praticamente avevano solo scelleratamente deciso che anche le triennali, lauree brevi (le hanno chiamate in mille modi, anche bachelor per fare l’accoppiata con master, come da coppia fetish, tanta era la confusione in quelle teste d’uovo di burocrati della domenica) avrebbe prodotto Dottori in serie, tanto per non fare un torto a nessuno facendone a centinai di migliaia, senza aver indicato come chiamare quei titoli e così facendo causando danno a quelli che avevano studiato più a lungo. A scoprirlo cadono le braccia, era meglio darsi all’agricoltura, meno male che avevo optato per rimanere nel vecchio ordinamento, avevo subodorato che sarebbe stato quello il regime di maggior libertà, con almeno l’ora d’aria e senza firme verso e al ritorno dal bagno. E fu così che portai avanti la splendida Tradizione dei fuori corso riparando a Berlino.

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Summa summarum, una faccenda da action class per cui lo Stato dovrebbe risarcire un enorme numero di oggi 40-45enni da lui stesso downgraded per opera delle sue istituzioni più sacre. Quando nel 2009 è stato posto rimedio, mica per onore del vero ma solo per pararsi le spalle le università stesse, non abbiamo assistito a nessuno mea culpa istituzionale, ma in modo clandestino le amministrazioni si sono limitate zitte zitte a caricare nei profili delle segreterie studenti anche un certificato di equipollenza, profili che il laureato ovviamente non aveva più alcun motivo di visitare – una volta scaricato il certificato di laurea degradato a tua insaputa mica vai a scaricarlo di nuovo, ma viaggi con quello e nei CV inviati dici di essere in possesso di una magistrale mentre il certificato attesta una generica Laurea quindi indistinguibile da una triennale, praticamente tutta una serie di figuracce in cui passi da imbroglione bipolare. Ma mi è sembrato che tutti i malcapitati a cui ho fatto notare questo abominio abbiano reagito con noncuranza, reazioni del tipo ma mi cambia qualcosa per il riscatto della laurea?, ma se tutti i certificati erano così, allora chi se frega, quelli degli uffici risorse umane di sicuro sapevano della cosa, ma tanto siamo in Italia.

Solo uno fra tanti esempi di pochezza blindata per cui è lecito chiedersi ma essendo in un letame di letargia del genere, non è meglio che l’umanità vada per un attimo a sognare pecore elettriche che così intanto i pascoli rinverdiscono? In questo momento non credo che nemmeno un potente rituale esoterico ci possa salvare, meglio rifugiarsi nel fermare i propri pensieri da naufraghi in bottiglie che però adesso si perderebbero nella plastica oceanica, quindi torniamo alla soluzione blockchain. Potremmo diventare tutti memorabili memorialisti! O tuffatori nel pozzo del metaverso con salti mortali. Avvelena più il pozzo o l’acquedotto?

Ad ogni modo, nonostante la lotta politica marxista abbia odiato la categoria sociologica di ceto, sebbene questa fosse caratterizzata da una forza euristica notevole – emanazione del pensiero di Max Weber, togli una R ed hai un’altra spiegazione del mondo – capace di descrivere un corpo sociale variegato e poderoso, che comprendeva la società dei servizi in espansione, nemica giurata del proletariato (comunque a livello ritualistico, la maledizione è riuscita, una parte si proletizzerà senza altra possibilità di riscatto). Ma quella categoria euristica invece di diventare strumento conoscitivo diventava nel discorso politico, mediatico e comunicativo raggruppamento grossolano, il ceto medio, raggruppamento informe che raccoglieva appunto pezzi di classe trasversali di cui si doveva invece capire il minimo comune denominatore (proletari più ricchi, piccoli imprenditori, piccolo borghesi vari, artigiani, ma soprattutto lavoratori dei servizi) demonizzata per deficienza analitica completa, incapacità di portare il pensiero fino in fondo, non volontà di capire l’economico che si riteneva al contempo leva del mondo e che intanto, diventando sempre più finanza era assurto a puro Diavolo. Ceto medio impiegatizio però rimaneva il grande sogno di tutti e di alcuni segreto, sempre più irreale e sempre più rappresentato come vicino, perché tagliare infatti le corde di un’ascensore sociale che comunque sai difettoso, quando poi si schianta dirai succede!

Intanto, gli studenti, sempre più facili dottori, sempre meno occupatori di facoltà, li impieghiamo a prendersi titoli a cazzo, che fanno curriculum, a mendicare stage, a rimanere in una bolla. Finché la tecnologia del capitalismo avanzato non li sdogana tutti come piccoli imprenditori di sé stessi e super titolati licenziati a pieno titolo dall’università della strada. Frustrati – disoccupazione mai risolta -, montati – tanti titoli assieme danno alla testa -, stressati – che i capitalisti si sono sempre lamentati che il loro era un lavoro difficile, figurarsi quando sei capitalista in un modo completamente fantasy e privo di un sostrato materiale -, incattiviti – da quando mondo è mondo sai com’è, la competizione non è proprio una panacea sociale -, in stallo perpetuo.

In veglia per un futuro che come il blues è un continuo smorzarsi, scampoli alla fiera dell’est per due soldi che nemmeno ci sono. Oggi lungimiranza è vita segregata, un moto di sdegno monacale con il delivery. E ciao. Fare lavori da nerd, lavori cognitivi, online, spesso creativi, altre volte ossessivi, ma anche piuttosto contemplativi. Un rifiuto del mondo che ha due versanti opposti ugualmente sinceri, uno elettronico, uno atavico, sebbene li abbiano messi in contrapposizione sulla questione energetica e in fondo un po’ lo siano. Van bene entrambi se tendenti al poetico.

Ma il nuovo ethos forse è questa finta pacatezza, fingersi una foglia morta, sotto tutto un brulicare di vita, va bene digitale, va bene rurale, va bene rurale nel metaverso. Rendersi invisibili. Ah, gli invisibili, ai margini della società, tuonano le intellighenzie borghesi progressiste riformiste tanto per darsi un tono a Natale. Ma fateci il piacere di non essere ipocriti, che essere invisibili è una roba che richiede anni e anni di affinamento in botte – le botte che ti puoi prendere di notte sotto le coperte in strada – o in acciaio, che ci va tempra a vivere ai margini. Essere invisibili è anche in potenza un’arte, marziale.

Ecco perché la gente fa yoga, serve flessibilità, come giunchi, altra roba da ninja. Nel rifugio, nel ritiro puoi affinare il perfezionamento della persona, interagendo con gli altri in modo nuovo – da sperimentare, questa è la sfida -, forse il deprivamento sociale auto-imposto come disciplina e non come coercizione è un metodo da mettere ancora a punto, invece di voler indietro tutto come prima solo con le cose messe a posto, Alles in Ordnung, Nichts in Ordnung. Se il marxismo materialista metteva la coscienza di classe come presupposto dell’azione sociale e l’etica la presuppone pulita, alcune dottrine religiose orientali mettono in dubbio anche la sua esistenza. In effetti sembra un concetto superato, dovremmo accomiatarcene, gli incoscienti sono al potere ovunque e hanno schiere di accoliti, ma prima intentare una nuova forma dell’economico, meno materiale, meno materialista, più in uno stato di trance, uno stato lisergico, da microdosaggio, una sorta di MicroGnosing.Immagine che contiene testo, interni, sfocato

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E siccome il lavoro umano sarà, se Dio vuole, Alhamdulillah, soppiantato dalle macchine sarà possibile più sperimentazione, sempre che questa sia leggermente psichedelica, Halləlûyāh. Forse succederà con le pastiglie di iodio che dovremo assumere per impellente crisi atomica (sempre che in Italia riescano ad organizzare per tempo una roba del genere), su cui però a qual punto si addice scenda piuttosto dell’assenzio, consenso-assenso malinformato.

La fine del lavoro deciderà tutto, un’istanza già post-umana. Come negli anni ‘60-’70 l’operaio della catena di montaggio si è ribellato al fordismo, come nessuno, nemmeno le istituzioni ufficiali della sinistra, invece poi si è ribellato alla disoccupazione, ecco il post-lavoro creerà nuovi soggetti della lotta che possono essere intercettati solo se si accetta una versione più libera e ludica della società, liberata dal lavoro e gameficata. Nel frattempo si può provare con iniezioni di spiritualità in alternanza, per comunque fare interagire gli umani tra di loro di volta in volta scardinando le gerarchie di potere che si possono essere stabilite nell’ordine precedente, un po’ come è già nel Chaos Magick, un palestra divina.

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Allora, le riflessioni degli operaisti con acume sottolineavano il processo di subsidenza del capitalismo, capace di commodificare anche le istanze di liberazione sociale più spinta; ecco, facciamo the other way around, il capitalismo ci ha immerso nel gas elio e noi accettiamo di prendere sul serio le trivialissime pratiche creative della vita quotidiana legate alle parti più volatili dell’etere blink-blink in cui siamo immersi. C’è sempre spazio per la lotta, anzi per un’Estensione del domino della lotta, grazie a Houellebecq per questo titolo, sempre per un bagliore un’epifania di speranza, opterei ad ogni modo per quella non violenta, o meglio, per la dissimulazione, lo pseudo-gnorrismo. Ad esempio cercare di portare la società dello spettacolo all’esasperazione con la prassi memetica, come hanno capito le forze della reazione.

C’è chi vuole il ritorno dell’umano e chi stravede per il post-umano. Per noi l’umano e il transumano non è comunque fare i giretti col cane, cani al ristorante, mercati rionali giornalieri da frequentare con il cane per farlo mangiare bio, roba bio dal contado e Diesel – Only The Brave ad annientare tutto il poco d’aria, quella non ancora saturata dai comignoli, solo per il gusto di essere steampunk o per certe datate romanticherie da vecchi merletti e furgonate di arsenico.

Non sono stata illuminata nemmeno dagli Illuminati di Baviera nella loro capitale, c’è poco da fare, piuttosto retroilluminata come uno specchi da bagno Leroy Merlin, uno Schermo dell’Arte in una galleria all’angolo di Chicago.Immagine che contiene notte, cordolo

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