CONGO '64

CONGO '64
Lettura boomer
Il Congo può essere spiritualmente vicino.

Secondo Julius Evola, la religione intesa in senso tradizionale presupponeva l’esistenza di un sovramondo e di forze operanti in esso con cui l’uomo, secondo certi rituali acquisiti più o meno a casaccio con ripetuti tentativi, poteva interagire per migliorare la propria condizione terrena ed anzi elevarla. Alla radice di ogni culto si trovava infatti un atto eroico, il quale era stato compiuto tempo addietro da una figura umana miticizzata che col lavoro di una vita e, spesso, con qualità al limite dell’umano, riusciva ad assoggettare queste forze e creare dunque il primo rito, che sarebbe stato poi passato a chi, iniziato al suo culto, diveniva “partecipe” di questo atto eroico originario, questa sottomissione del mondo spirituale alle esigenze umane.

Se accettiamo questa premessa come elemento chiave della somiglianza fra le religioni e i culti, troviamo che molte cose che l’uomo ritiene fra le più mondane sono in realtà altamente ritualizzate e che rompere questi riti porterebbe a terribili conseguenze se il loro distruttore non fosse forte abbastanza da crearne altri. Possiamo trovare elementi di questo modello, ad esempio, nelle università, dove il laureando per forza di cose entra in una cerchia almeno nel concetto ristretta facente capo al detentore originale della conoscenza, che nella morte agisce come una sorta di patrono, fornendo al minimo una motivazione materiale e al massimo, forse, protezioni di vario genere; basterebbe menzionare Ippocrate il cui giuramento lega i medici ancora oggi per dare una chiara idea di quello che intendo.

A priori, questo fondamento richiede uno stretto contatto del partecipante con la cultura mitico-eroica della microsocietà della quale entra a far parte.

Questo non è da intendersi come qualcosa di dato, perché non tutti sono capaci di stabilire e nutrire un tale legame, e maggiormente si riduce la durezza del processo selettivo-iniziatico, maggiormente quelle persone che non sono capaci di fungere da collegamento con questo mito originale vuoi per convenienza, vuoi per caso finiranno per entrare nell’organizzazione e strangolarla dall’interno. In questo senso, l’idea di un’uguaglianza fra gli uomini che può esistere solamente in un contesto già degenerato e materialista è il veleno che distrugge tutti quei culti che l’adottano e li riduce a gusci vuoti che, prendendo in prestito una certa frase molto citata ma poco compresa, venerano solamente le ceneri piuttosto che preservare la fiamma.

Non sono molte le organizzazioni che si sottraggono a questo processo; e più si abbassa la barra e si amplia il bacino di selezione, prima includendo anche gli uomini meno capaci e meno volenterosi, e poi le donne, e poi forse anche qualche demone e mostro per far bella figura, più l’organizzazione manca lo scopo originario e crolla, come ad esempio la professione del muratore che in origine era lavoro estremamente stimato decade ad essere l’ultima risorsa di un fallito o un immigrato in terra straniera. Quelle organizzazioni e microsocietà che sono riuscite a preservare un collegamento col mito originario sono per forza di cose quelle che i normie non hanno interesse a contaminare; quelle che non offrono particolari vantaggi materiali, che non pagano bene, che non assolvono da altri obblighi, che sono gravose e insicure. Questo è ciò che una persona normale rifugge, perché non c’è altro da guadagnare che nello spirito, e naturalmente lui non può concepire niente del genere: per lui è follia e anormalità e tanto basta.

Un uomo normale negli anni ’60 sarebbe sconvolto a sapere che, mentre lui era in fabbrica a lavorare per 70mila lire che equivalgono a miserissimi 900 euro di oggi (10 anni dopo gli stipendi sarebbero saliti a un milione di lire, quasi 10mila euro mensili a conti fatti) c’era gente che in Congo viveva l’avventura di una vita entrando nella storia delle formazioni mercenarie, alla guida del Padre Pio di tutti i soldati di fortuna, il colonnello “Mad Mike” Hoare. Un uomo che, in un’epoca di profondi cambiamenti scritti “col sangue di qualche bianco e di milioni di negri” (sic Africa Addio) per caso si è trovato vicino al presidente Ciombé quando i Simba si ribellarono prendendo Stanleyville e massacrando ogni opposizione con ferocia tribale. L’Armée Nationale Congolaise, incapace di far fronte alle masse di guerrieri che il leader comunista Mulele lanciava contro il governo legittimo, si trovò costretta a condividere il campo di battaglia con il Quinto Commando; una banda di uomini raccattati nei bar di tutta Africa ed Europa, in totale ignoranza dei termini del contratto o del tipo di lavoro, portati a gruppi di cento o duecento all’interno di un paese che non avevano mai visto, per sentirsi dire all’ultimo istante che invece di una ditta di muratori stavano entrando in una formazione ai limiti del legale per combattere da soli come punta di lancia nell’offensiva più coraggiosa mai tentata dall’inizio della Crisi: la presa di Stanleyville stessa, da parte di uomini senza conoscenze militari, perlopiù senz’armi, e dallo stipendio incerto.

Queste duemila persone, un gruppo male assortito di veterani della seconda guerra mondiale, alcoolisti, omosessuali, poeti, criminali, e tanti, tantissimi giovinetti imberbi senz’arte né parte, che in pochissimi brevissimi anni subirono una trasfigurazione completa ad opera del Colonnello, attraverso dozzine di imboscate offensive difese assalti pattuglie spesso frammentati in compagnie o plotoni indipendenti attaccati alle forze regolari, che dovettero imparare da zero la condotta della guerra nelle giungle del Congo, che dovettero arginare con le proprie forze la ferocia della bestia risvegliatasi negli indigeni di Mulele, misero il precedente eroico per il mito del mercenario ovunque nel mondo.

Nessun vecchio operaio, coi suoi quarant’anni di contributi da pigiabottone, potrà mai compararsi a questi uomini, che mentre lui pensava a tutte le parole che avrebbe detto agli apprendisti cinquant’anni avanti quando vedrà giovani sprecare la loro vita al lavoro per un decimo di quanto lui guadagnava, hanno lasciato tutto indietro per imbarcarsi in una vera avventura in un regno di violenza e paura, uscitine completamente cambiati dal piombo all’oro.


The leadership of mercenary troops by force of personality alone demands a hardness of character and a conviction in one’s own invicibility which I did not possess. I was obliged to assume those qualities then and there. It was a case-hardening I did not regret.

-Mike Hoare


Il combattimento è terrore ed emozione, e queste due cose coesistono ed il primo passo per il guerriero è accettare la loro coesistenza in sé. Il combattimento è il punto in cui tutte le dualità vanno a finire: vita e morte, materiale e immateriale, tesi e antitesi. Il combattimento insegna la vita secondo la morte; il fisico è superfluo, o meglio importantissimo, ma è solo l’ultimo anello di una catena che comincia altrove. Il combattimento è lo scontro disperato di forze che vogliono esistere a tutti i costi, e l’unica maniera per farlo è distruggere. Questo dualismo non può esistere nella vita civile, non si può trovare altrove, è un’intera dimensione mancante e non si può veramente conoscere la vita senza esplorarla. Il rito iniziatico all’interno di una microsocietà guerriera serve a subordinare l’iniziato al culto dell’eroe od atto eroico originale, in maniera tale che questa esplorazione possa essere fatta in sicurezza spirituale.

È il rito iniziatico che permette all’iniziato di entrare in contatto con le stesse forze che l’eroe originale ha sottomesse e dominate non perché sia impossibile prendere vite privati di questa ritualizzazione ma perché senza una “purificazione” si rimarrebbe in bisogno di pagare il “conto” del potere acquisito di togliere vite con la forza. La violenza segna, quanto chi la riceve, chi la perpetra; e molte persone sono incapaci di concepire pensieri, dunque potrebbero commettere gran crimini con minime ripercussioni essendo loro più o meno come animali ed obbedendo solo ai propri bisogni immediati; ma per chi ha una funzione cognitiva superiore è imperativo trovare un motivo, una sublimazione dell’atto, così che la responsabilità si ponga su una forza più grande dell’uomo stesso.

La violenza meccanica della lotta, la bellezza disumana e anzi anti-umana, non possono essere accettate e soprattutto non ci si può concepire parte di esse senza un’estensiva preparazione spirituale. Ma dal momento che solo pochi anni della vita dell’uomo si prestano al combattere, e dal momento che non solo questa preparazione sub-magica richiede anni ma che neanche si può mai dire di averla completata senza questa iniziazionenon tutti possono essere guerrieri, non tutti possono essere nobilitati, e soprattutto non tutti sopravvivranno al combattimento stesso – non c’è da stupirsi che la microsocietà di guerrieri stessa sia tollerante ma esclusiva, elitaria, fiera di non essere altrimenti, eppure dalla radicata umiltà e rispetto di fronte ai propri migliori.

Tutto questo dev’essere inteso quindi come un testamento alla grandezza di quegli uomini, che da soli in terre inesplorate hanno creato un grande mito nel cui culto vivrà per sempre ogni persona che metta al soldo la propria vita. Non erano uomini speciali, ma lo sono diventati: sono stati messi sotto prove durissime che hanno distrutto tutto ciò che c’era di fragile nel Quinto Commando e hanno elevato quello che si rifiutava di venire distrutto.

La prossima volta che qualche vecchio si lamenta di qualsiasi cosa, domandategli

E tu, nel 1964, dove ti trovavi?

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