CONVENIVA RESTARE TROTE

CONVENIVA RESTARE TROTE
Quando mi figuro l'universo, lo raffiguro, e qui già sbaglio, perché l'universo non si figura a sé, l'universo non si vede.

Penso a un infinito nero suggestionato da esplosioni mute, e luce e fluttuazioni.

Perché lo penso.

E lo penso fin dove posso, fino al rappresentabile, e cerco alto basso destra sinistra, cerco colore struttura progetto.

Se mi penso morto, mi penso in uno stato che non ammette coscienza, e in un certo senso non è uno stato, perché non lo constato. Morire non è un verbo, perché la morte non è un evento della vita, come chioserebbe un giardiniere tedesco famoso per aver crepato di schiaffoni i piccoli austriaci a cui insegnava matematica. Perduto ha la sua voce la sirena della referenzialità assoluta: il rostro del pensiero si è ficcato nella prua di una trireme senza corpo. Il pensiero è bastato a pensare il mondo solo finché non si è superata l’atmosfera, finché si trattava di spiegare l’odeur de la merde

Nell’assoluto delle solitudini non riesce ad asciugare la colla che tiene ben ferme le mie semantiche qui in terra. L’enormità mi uccide perché uccide la fiducia nelle mie significazioni, perché mostra le mie migliori elucubrazioni come un balbettio ebete, un balletto della lingua o una raffinata, ponderata e filologica epilessia della corteccia prefrontale. Questi soli sensi che mi danno il mondo si affannano ad applicare a stimoli trascendenti i metodi di lettura consueti, le reazioni quotidiane, e la tristezza è figlia del panico dell’indominabile, dell’insignificabile.

E non si riesce più a vivere come ci avevano insegnato a vivere da bambini, dove il dolore era interamente consolabile e le parole brillavano di luce propria, ogni nuova conoscenza un astro da aggiungere alla volta celeste delle nostre impressioni, i simboli colonne marmoree, finché non li abbiamo capiti simboli. E, realizzato che dovremo morire, il suono a cui le nostre orecchie sono diventate più affezionate è quello del mugugno che produciamo quando tentiamo di strapparci le mani con le mani. Il suono più sognato, invece, quel tonfo inconsistente che, sogniamo, le categorie pure faranno cadendoci sulle spalle come un mantello sull’infreddolito. Ma non c’è lotta né tregua se si parla di vuoto, l’avversario che non si presenta nel giorno concordato per il duello, perché non è un avversario. Tiriamo pugni al vento. Forse, da novelli darwinisti inconsapevoli che siamo, la nostra tristezza deriva dalla delusione di aver raggiunto la cima della catena alimentare, e, una volta lì, di aver tentato di mangiare anche ciò che presuppone una catena alimentare.

Abbiamo superato il superamento, abbiamo costruito il camino e abbiamo urlato perché fosse bruciato nel camino. Abbiamo sostituito tutti i punti interrogativi con punti esclamativi, trasformato tutti i verbi in riflessivi: la fase estetica non sarà la prima, ma l’ultima del mondo.

In soldoni, l’esito più logico sarà l’implosione, il cannibalismo, la decrescita e il masochismo.

L’uomo diventa il competitore naturale dell’uomo. Conveniva restare trote. 

Penso Trota
Una trota, quello che conveniva essere.

Conveniva non prendere la patente su Wish per guidare l’autocoscienza, che, come la libertà, è sempre un mezzo e mai un fine: chi la intende come un fine, chiosando Gomez-Davila, una volta che la ottiene non sa che farsene. Conveniva traumatizzare le parole perché si tenessero un debito complesso di inferiorità nei confronti del mondo. Conveniva restare trote, e nuotare e cacare e respirare nella stessa acqua, e sapere però il mondo finito, intero, non sbloccare la preposizione μετά e tenerci τὰ φυσικά, non trasformarci in ridicoli pesci rampicanti incapaci di essere pesci e incapaci di arrampicare. Conveniva continuare ad avere senso senza farlo apposta.

Quando penso ad un senso, una direzione, presumo che l’universo pensi, ma la direzione è materia di uomo, è la traiettoria dei passi che mi separano dal panettiere, l’architettura di una dichiarazione d’amore, di un insulto, di un tetto.

Un universo che pensa è Dio. Ma Dio è una presunzione, tanto quanto la mia tristezza.

Dal fondamentale meccanismo del riconoscimento altrui, che crea la mia identità, per reagire allo sconosciuto lo investo della mia identità, dei miei tratti facciali. Insomma lo penso. La pareidolia epistemologica è inevitabile: vedo mondo nel mondo, e dove il mondo più non c’è. 

E da una certa prospettiva, se tutti gli uomini non filosofanti pisciano a letto convinti di essere in bagno, i filosofi, sonnambuli più avventurosi, peregrinano di stanza in stanza finché infine, soddisfatti, si mettono a pisciare nell’armadio, dal balcone, in cucina.

Tutti pisciano fuori dal buco perché credono che esista un buco in cui pisciare. E, girala come vuoi, bisogna credere che esista un buco per pisciare, altrimenti non si piscia affatto, si rimane premesse di se stessi, e l’unica forma di vanto diventa la nostra straordinaria ostinazione nel restare estranei alle cose del mondo.

In pratica stitici.

Dunque che cosa? Quale soluzione?

Nessuna soluzione, ma un metodo forse sì:

Cercare la certezza del dubbio, la precisione della domanda insolubile, la serietà nel gioco indifferente della materia. Perché nessuno sa, ma c’è chi non sa meglio degli altri.

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