DELIRIUM TREMENS

DELIRIUM TREMENS
I fottuti ratti potrebbero essere ovunque, e io odio i ratti. Narrativa delirogena.

Bisogna uscire di casa la mattina presto, quando ancora si hanno buone intenzioni.
Primo tra i primi incontro un nero figuro, uno spilungone sottile, pallido, magro. Malato? Neri gli occhiali da sole, neri i jeans attillati, nera la maglietta che gli fascia le costole sporgenti, nere le scarpe, neri i calzini, neri i capelli e nere pure le ali marce che gli spuntano da dietro la schiena, che tiene alte ripiegate sopra la testa a farsi scudo dal sole.

«Che mai» dico io «ti porta in questo giorno cocente a deambulare pel ribollente ganglio metropolitano così tutto nero e fatale?»

La nera pertica alata si ferma, mi guarda – mi squadra – mi schifa. Io ho un pensiero, sussulto, poi grido:

«Sei tu, angelo nero, la morte in persona? Vieni per me?»

Cerco nella tasca, con foga, col cuore che picchia un po’ ovunque, ma la tasca è vuota. Mi si annebbia il cervello e così atterrito, atterrato, schiacciato, affronto il destino.

Urla il mietitore: «SONO IN LUTTO, FUORI DAI PIEDI!»

Indietreggio, m’inchino… In lutto, signore – mio dio – è terribile: terribile e grande. Cedo il passo e tremolante saluto, lui e il suo dignitosissimo spirito, e io sono salvo.

Sedici passi precisi più in là e m’imbatto in un vichingo bestiale: dall’aria normanno, direi, se azzardar mi è concesso. Costui è provvisto di cuoio e di pelli che gli coprono le clavicole e gli omeri vasti. Per sopra e per sotto e tutto intorno alla faccia è dotato di una folta criniera. Lunga la barba castana, fluenti i capelli ramati, muliebri insieme e virili. Calca un gigantesco elmo cornuto, annerito dal fumo, nient’altro: è nudo, per il resto. Ha un gigantesco pisello.

Capisco dall’incedere eroico e dal suo fisico rupestre che costui è il martello di Odino, il braccio armato del dio sulla terra. Però! noto. Che occhiaie! Dormirà bene, il signore? Glie lo domando.

«UUOOOOOUUUOOOORRRGGHHHHOOOOUU!» replica lui.

Ringrazio, mi scanso e lui, furibondo – Alpin, Salgar, Ullin, Morar o quale che sia il nome che Ossian gli ha dato – tira dritto, padrone di tutta la via e, suppongo, anche di terre più a nord.
Faccio sei, dico sei passi di più e chi vedo? Vedo Lei.

Sì, è Lei. È proprio Lei! Certo, è Lei per davvero! Col velo e tutto il resto. È Lei senz’altro o, se non altro… mi pare sia Lei. Ma… è proprio Lei? Glie lo domando:

«Perdoni, Signora, un imbarazzatissimo servo. Mi interrogavo di lontano, umilmente, rivolgendo me castamente e i miei sensi al suo veleggiare leggiadro, se proprio Lei non fosse quella creatura spirituale, generata e generante quel Dio, figliolo e marito, di cui tutto il mondo parla da che mondo in fede mia è mondo. È Lei, Madonna, colei?»

Si muove la Regina aulentissima, paradisiaca nel portamento, lucente pura e singolare più ch’ultimo panda – visione unica e autentica di tutte le visioni uniche e autentiche! – e mi sorride incommensurabilmente, schiudendo le tumide labbra, si avvicina a me, in estasi, e molla un rutto tremendo.

Mi si sciolgono le lenti a contatto, perdo qualche diottria. Solo allora, con voce oltretombale, Lei mi dice che no, per niente, a colei che ho appena descritto non somiglia per niente. Ne convengo senz’altro. Prima d’andare, però, la putrida dama rilascia altro gas mefistofelico, questa volta non dalle fauci, producendosi in una celestiale piroetta. Poi anche lei passa oltre.

O giorno beato! O mattino inconsueto! Così dunque sono le prime ore del mondo?

Tutte le mattine che io ho dormito, solennemente assuefatto dalle voluttà della bottiglia – tutto questo, sinora, ho perduto?
Rido tra me, proseguo e chi incontro? Un altro essere lugubre, sfuggito, son certo, dalle spire d’uno stralunato universo. Costui (costei? non riesco a capire), esso, diciamo esso perdio, e che nessuno si offenda! esso è ibrido, interferente, intricato di varie sembianze. Strabiliato, mi accorgo che più guardo questo personaggio e più questo si scompone, più questo sta fermo e più in realtà non sta fermo. Esso è tutto come un continuo sfarfallio d’ali. Lo guardo in viso ed esso cambia mille facce e mille profili, mille espressioni. Esso è un camaleonte impazzito, che vibra, instabile, sotto i raggi impietosi del sole giaguaro, sempre sul punto, m’immagino, della scissione atomica. Un essere magico. Oppure sono io che ho la retina bruciata? La Madonna mi ha fatto dono del suo Spirito, ricordate? Faccio una prova. Mi guardo un po’ intorno e noto, non senza stupore misto a un sottile e collerico disappunto, che tutto effettivamente somiglia a un colibrì che deraglia, tutto frulla e non sta fermo… Madonna infame… Pazienza! E sia, che oggi un oculista abbia il pane che gli spetta, più tardi andrò da qualcuno.

Torno a concentrarmi su questo esso indefinito. Ho detto ch’è lugubre e ora dirò perché. Esso, oltre a danzarmi negli occhi come un parkinsoniano ubriaco, è, nei suoi repentini mutamenti, sempre una bruttissima creatura. Ma la particolarità che lo rende lugubre, per non dire curioso – ch’è peggio – è che questi mutamenti si producono in modo proporzionalmente sempre più orripilante: prima è scuro, poi livido, poi sembra tutto un temporale. Prima ha denti aguzzi, poi zanne, poi scimitarre micidiali. Prima ha occhi grandi, poi fanali tenebrosi e poi ancora intere piazze nere nei cavi degli occhi. Si deforma, si altera in una serie crescente di aberrazioni orrorose, di metamorfosi crudeli a vedersi.

Mi mette agitazione costui/costei. Non ho gran voglia stare a guardarl*. Così mi lascio esso alle spalle.

Respiro, cerco nella tasca. Ma la mia tasca è vuota. È sempre vuota, ormai. Da tre giorni ormai è sempre vuota. E bene! mi dico. E buone le intenzioni di prima mattina! Da tre giorni sono buone le mie intenzioni. Buonissime! E non solo di prima mattina, s’intende.

Nossignore: di prima mattina è soltanto più difficile. Le mie buone intenzioni sono buone da tre giorni, da tre giorni interi, filati, dalla mattina alla sera e dalla sera al mattino. E più importante ancora delle buone intenzioni è che alle buone intenzioni seguono i fatti. Sissignore, è così! Ahimè, i fatti sono meno buoni delle intenzioni, ma d’altronde si sa: con le buone intenzioni non si cambia il mondo: è coi fatti, sempre meno buoni delle intenzioni, che qualcosa alle volte si cambia davvero.

Mi seguite? Seguitemi. Io sono sobrio da tre giorni e guarda un po’ qua com’è strano il mondo, e soprattutto: chi se lo immaginava che fosse così strano?

Faccio un altro passo e noto per caso, per terra, vicino ai miei piedi, lungo il muretto che costeggia il marciapiede, una colonia di ratti in linea retta che fila diritta. Mio dio, mi dico, come sono retti questi ratti, e come filano diritti! Li seguo con lo sguardo, ma non vedo dove vanno a finire.

Cinque o sei metri più avanti la colonia di ratti si fonde con l’orizzonte e lì, cinque o sei metri più avanti, tutto è una pasta luminosa e confusa, forme incerte che non riesco a penetrare (…i miei occhi, per la Madonna…) e la colonia di ratti sbatte contro questa nebbia, sciogliendosi in macchioline e prosegue così, m’immagino, fino alla fine del mondo. Mi volto per vedere da dove arrivano, ma anche lì: cinque o sei metri e poi tutto lisergicamente s’amalgama.

Odio i ratti. Do un calcio al primo che mi passa accanto e lo schianto contro il muretto. Gli altri continuano, non si fermano, non si accorgono della fine che ha fatto il loro compare.

«Ah sì, eh? Benissimo.»

Do un calcio a un altro ratto. Anche quello si sfracella contro il muretto come un missile. Gli altri continuano, imperterriti.
Ma dove vanno? E non hanno pietà per i propri simili? Che esseri abbietti! Via un altro calcio e il ratto prescelto, ancora, si schianta fragorosamente sul muretto, nello stesso punto, e crolla sui corpi dei due precedenti pionieri del volo dei Muridi. Non sono molto dotati, questi ratti, per il volo.

«Ancora nulla? Sciagurati!»

Comincio a calciare alla rinfusa, spezzando a più non posso la linea diritta degli insensibili animali. Casualmente, proprio in quel momento, si trova a passare di lì un conoscitore del codice Morse, un signore anziano col cappello le scarpe lucide e tutto il resto, anch’egli gravemente affetto da quello sfarfallio delle proprie sembianze, una cosa terribile, credetemi, da mal di mare.

Egli, non richiesto, mi informa che i buchi che produco nella catena continua dei roditori formano la parola Whisky e che lui, dopo essersi accertato che io non conosco il codice, lo trova strabiliante. Do un calcio anche a lui: «E questo» dico, mollandogliene un altro paio, «che vuol dire in codice Morse? Imbecille!»

Poi i ratti scompaiono. Scompare anche il vecchio col-cappello-le-scarpe-lucide-e-tutto-il-resto. Sto dando delle gran pedate all’aria. Non c’è più nessun mucchio di cadaveri lungo il muretto.

Tanto meglio.

Odio i ratti…

Cerco nella tasca. Ma la mia tasca è vuota.


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