Il carro deve suonare: un’intervista ai Saccardi, tra tradizione e cryptoarte.

Il carro deve suonare: un’intervista ai Saccardi, tra tradizione e cryptoarte.
L'artigiano del reale cede il passo all'artista del virtuale, ma ciò che è fatto di codici alfanumerici e script non ci può dare la stessa soddisfazione del trascinare un carretto mentre si canta al ritmo delle ruote, nel viaggio che ci conduce verso il futuro.

Il nuovo anno a Palermo è iniziato piuttosto squallidamente. L’assenza prolungata dei consueti flussi turistici, che prima della pandemia garantivano una forma di prosperità precaria e kitsch, ha lasciato la città smarrita in una dimensione incerta e quasi spettrale. Un silenzio al quale non si era più abituati segue la fine delle varie Manifesta che, succedendosi a ridosso del primo lockdown, avevano dato alla città un carattere addirittura internazionale. È questo lo scenario nel quale Marco Leone Barone e Vincenzo Profeta, il duo che costituisce il collettivo artistico del Laboratorio Saccardi, hanno ripreso le fila del loro progetto Sikania Rising, continuando un racconto che si era interrotto circa un decennio fa. Una narrazione che, attraverso opere e interventi eterogenei, descriveva una Sicilia inedita e occulta, in un’ottica prepotentemente antropologica e misterica. Per tutto gennaio, aldilà di una delle vetrate del Palazzo Belmonte Riso, sede del Museo Regionale di Arte Moderna e Contemporanea, è stato possibile vedere il duo intento in un’attività inconsueta rispetto ai linguaggi sanciti dal canone dell’arte contemporanea: la decorazione di un carretto siciliano, in una sorta di imprevedibile happening. È proprio in questo luogo che i due rilasciano un’intervista sul loro ultimo lavoro (curato da Stefania Morici e Silvia Basta) e sull’attuale stato dell’arte.

Saccardi 1

Anzitutto, come è nata l’idea di questo progetto e come si inserisce all’interno della vostra produzione?  

Il carretto è ormai un simbolo tipico della Sicilia: come souvenir, è onnipresente in tutti i negozi turistici accanto alle statuette dei mafiosi. Tradizionalmente, i carretti venivano decorati con immagini religiose o appartenenti al ciclo carolingio. Già in passato ne avevamo dipinto uno, sostituendo al repertorio iconografico tipico le scene di stragi mafiose che hanno avuto luogo nel palermitano, come quella di Capaci, e ritratti di esponenti dell’antimafia, come Falcone e Borsellino. Si intitolava La Robba, con riferimento alla novella di Verga, alla voracità famelica e mafiosa del suo protagonista. Questo secondo lavoro è dedicato invece al territorio di Trapani. Abbiamo deciso di raffigurare, tra l’altro, l’uccisione di Mauro Rostagno e la strage di Pizzolungo, nella quale rimase ferito il giudice Carlo Palermo. Abbiamo chiamato questo secondo carretto La Bestia proprio dal titolo di un libro nel quale Palermo, tra i primi complottisti d’Italia, descrive le trame massoniche con le quali si era confrontato nel corso del proprio operato dagli anni Ottanta. Noi avevamo anche illustrato un suo libro, I figli dell’aurora.

Rispetto al precedente carretto c’è una prima differenza, più evidente, legata al fatto che questo è colorato mentre l’altro era in bianco e nero: il carretto è tipicamente un trionfo cromatico, quindi abbiamo recuperato un aspetto proprio della tradizione. La seconda distinzione è invece legata al fatto che quello più recente ha una vocazione volutamente geopolitica.

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Intanto rimaniamo sul piano formale. In che modo, all’interno di questa evoluzione, viene declinato il vostro linguaggio stilistico?

Da un lato, come di consueto, ci sono gli stilemi propri della tradizione: abbiamo studiato gli ornamenti che i carradori abbozzavano in una maniera più artigianale, e li abbiamo riprodotti in una forma espressiva più organica. Abbiamo tentato un’operazione inversa rispetto alla manovra di marketing messa in atto da Dolce & Gabbana, i quali si sono appropriati di un repertorio decorativo secolare a fini esclusivamente capitalistici e commerciali, senza tenere conto di chi di quelle consuetudini è ancora titolare e continuatore. Noi, per dire, a un certo punto, ci siamo anche chiesti se fosse o meno il caso di ricorrere a un tipo di decorazione che potesse ricordare quelle usate dagli stilisti. Questi hanno copiato, senza rielaborare; noi, invece, siamo partiti dall’indagine di forme espressive naïf, anche brutali, per dare vita a una creazione artistica esteticamente coerente, che potesse rinnovare la tradizione arricchendola di nuovi possibili contenuti. La rosa, ad esempio, è uno tra i soggetti che venivano adottati per adornare lo sponde dei carri; noi la riproduciamo circondata da api per richiamare il simbolo dei Rosacroce, secondo le modalità che sono proprie del nostro approccio.

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Cosa è accaduto, invece, sul piano dei contenuti?  

Come già anticipato, abbiamo sostituito alle immagini caratteristiche le rappresentazioni di episodi legati a fatti di cronaca a sfondo mafioso, come oltretutto era accaduto già con La Robba. Persistono sempre i riferimenti all’occultismo: ad esempio abbiamo rappresentato l’Arcano VII e l’Arcano XV, che nei tarocchi rappresentano rispettivamente il Carro e il Diavolo. Il primo ha una valenza positiva, mentre il secondo, come è facile immaginare, richiama la perversione e la corruzione sessuale. Contrapponendoli volevamo rendere il senso dell’eterna dualità tra il bene e il male. In questa luce va interpretata anche la raffigurazione di san Giorgio e del drago, che qui abbiamo riproposto in una versione in cui il santo viene sconfitto e interviene san Michele: nel nostro periodo storico, prevalere sul male richiede risorse straordinarie. Inoltre, abbiamo dato al carro un’impostazione che abbiamo già definito “geopolitica”: le ruote, dipinte a stelle e strisce, simboleggiano che la Sicilia è una mera colonia americana. Terra di conquista, lo è sempre stata; ma dal secondo dopoguerra le relazioni tra USA e mafia hanno ridotto l’isola a una condizione di schiavitù esemplare. Nel carro abbiamo inserito anche riferimenti alla Cina e alla Russia, al loro ruolo nello scacchiere internazionale in questo periodo.

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Un periodo, questo, definito pesantemente dall’emergenza pandemica…

Noi di pandemia non ne parliamo. Tutti siamo stati sottoposti a una serie di informazioni continue e contraddittorie che hanno superato ogni limite di buon senso. Ne La Bestia abbiamo programmaticamente rifiutato ogni riferimento al contagio epidemico.

Ma se proprio bisogna fare un bilancio, per quanto scontato, qual è il vostro punto di vista sulle trasformazioni innescate dagli ultimi avvenimenti, almeno nel vostro campo?

È chiaro che le ultime vicende abbiano assestato un colpo mortale a un sistema già in crisi. Basta pensare che dieci anni fa lavoravamo a La Robba dietro interessamento di una galleria privata, e che i cataloghi erano stati finanziati da uno sponsor. Con La Bestia abbiamo avuto la possibilità di lavorare al progetto dopo aver vinto un bando regionale. Siamo noi i nostri committenti – e ciò ha comunque i suoi vantaggi in termini di organizzazione del lavoro. Anche in passato avevamo operato in questo modo, ma ormai il pubblico sembra davvero l’unica via per fare qualcosa. Il sistema dell’arte, come abbiamo spesso detto, è al collasso. Vendono soltanto i morti, gli artisti storicizzati. E i vivi che fanno?

E i vivi che fanno?

A fare i quadri sono rimasti in pochi. Tutti corrono a produrre gli NFT[1]: un giorno si venderanno soltanto questi. Organizzarne una mostra in rete è veloce, produttivo e richiede poche energie. Noi non siamo del tutto scettici, e anzi li produciamo. Abbiamo le spalle coperte da una storia decennale, e oltretutto non nasciamo soltanto adesso come artisti virtuali. Produrre NFT per noi non è snaturante: intendiamo le nuove forme visuali come una continuazione del nostro percorso. La generazione di artisti alla quale apparteniamo sta vivendo un momento di transizione: siamo di passaggio, ma abbiamo sempre il ricordo e la percezione del sistema reale. Abbiamo conosciuto il sistema delle mostre, dell’arte come creazione di un oggetto materiale. Il discorso è diverso per i più giovani, che stanno nascendo proprio mentre l’arte sta morendo, o almeno si sta trasformando in altro. In qualcosa che sarà giudicato esclusivamente da un algoritmo, e non esisterà più nemmeno quel poco di dibattito critico che ancora sopravvive a stento. Il valore dell’opera sarà decretato da un’app qualsiasi. Per non parlare di quando Zuckerberg renderà tutto virtuale, e la vita si sposterà nel Metaverso. Gli scenari sono imprevedibili, e gli NFT sono solo l’embrione. In un futuro post-umano non ci sarà l’arte, non avrà più senso. L’arte è un’attività umana, è una ricerca di bellezza dell’uomo in quanto essere umano. Se sparisce l’uomo anche l’arte sparisce, si dissolve nell’etere.

Profeta

Quale destino attende il vostro carretto?

La Bestia nonè pensato per una mostra. È destinato alla vendita privata.

Avere lavorato al Riso è stata un’occasione per ripensare l’atto creativo, secondo un modello che consente anche al museo di avere una maggiore visibilità. Ma soprattutto c’è stato un contatto col pubblico, con i passanti che si fermavano a guardare.

L’allestimento de La Robba, dieci anni fa, prevedeva un video in cui un vecchio carradore spiegava che un carro è di buona qualità se le sue ruote emettono un determinato suono ritmico. Un suono che veniva usato dal conducente come accompagnamento ai canti che venivano intonati durante il viaggio; noi stiamo anche provvedendo alla composizione di una canzone apposita, proprio per rimanere nella tradizione. Questo è un dato fondamentale: il carretto aveva valore solo se “suonava”, perché ciò consentiva l’espressione melodica. Se non suonava non valeva nulla; era la possibilità del canto a garantirne il pregio. Non la foggia, né le decorazioni, figurarsi un algoritmo. ‘U carru av’a ssunari, diceva il carradore.

Carro Saccardi

[1]Non Fungible Token: sono oggetti virtuali dotati di una garanzia di unicità e autenticità, acquistabili per mezzo di criptovalutaIl carro deve suonare: un’intervista ai Saccardi, tra tradizione e cryptoarte.

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