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Il meta-rivoluzionario

Il meta-rivoluzionario
Partorito silenziosamente, strusciante tra i bagliori ricettivi di sistemi operativi e ingozzato di algoritmi, il Meta-(pseudo)rivoluzionario, ovvero la maggioranza qualificata dei Meta-mondi social, è il figlio perfetto della futura società woke-zuckerberghiana made in USA. Stato aleatorio dell'assurdo in cui gli eredi del Progresso amano sguazzare, alla progressiva deriva da un mondo (il loro) che hanno sempre più difficoltà a comprendere.

La città risuonava di rumori, non quelli frenetici, grigi, anonimi del laborìo febbricitante, ma diversi. Si innalzavano come ululati nella steppa, come il fragore di un focolaio abbattuto che sprigiona danze di fiamme e i grugniti soffocati, muti, sospesi di una folla di piedi che marcia. E poi altri, lo sciabordio lamentoso, devastante di una sirena abbandonata alla deriva, destinata a dissolversi. E il lavoro del metallo che viene forgiato, scudi e suole dure che battono, rigidi bastoni agitati nell’aria. L’aria era elettrica, fulminata da sguardi sottili come lame, mani avvinghiate, attorcigliate, e asfissiata da sbuffi di fumo. Zuffe di sospiri ascendenti al soffitto scuro della volta cittadina. Drammi si consumavano nelle paludi putride di parchi desolati e nell’asfalto marcio erano rinchiusi gli attimi, i desideri, le paure destinate a essere lavate, purificate dal tempo e dalla testardaggine di macchine roteanti. 

Niente di tutto questo però poteva dirsi reale. Ovvero normale, ovvero l’unica cosa che era ammessa, che le persone che guardavano potevano concepire. Era un errore della storia che la storia avrebbe sommerso, un incidente, un bug risolvibile con due equazioni. Quello che si guardava con distaccata goduria non era niente, niente di più che il racconto di un pomeriggio bizzarro, di un ritardo in ufficio, di un episodio frustrante lungo il lento incedere del sole. Il trasporto massimo quello che si prendeva per tornare a casa maledicendo il traffico.

Sui cigli delle strade ci si soffermava per stuzzicare, per sfamare l’ingordigia di qualcosa di perturbante. E d’altronde ciò che si guardava non aveva volto, non aveva mani ne orecchie, ne piedi ne nasi. Erano informi, animali esotici portati in trionfo, tribù lontane, barbare in fondo, perché diverse. Ma non diverse in modo buono, tutti erano diversi, ma diverse in quel modo curiosamente disturbante di ciò che va contro la ragione, di ciò che va contro quello che si è sempre fatto, che è infine ciò che si è.

Quindi non era veramente reale. O credibile. 

Non come almeno ciò per cui ci si batteva quotidianamente. I sacrifici e le rivoluzioni giornaliere da aspettare trepidanti seduti sul divano di casa. Vittorie di portate enormi, così grandi da estendersi ben oltre le tetre vie della città. Si usciva in marcia dal proprio mondo per andare ad arruolarsi nelle file di intrepide armate, combattendo fianco a fianco contro pericolosi nazifascisti, invadendo lande desolate e abitate da imperi del male, detronizzando a piacimento re e regine mondani dai loro traballanti troni. C’era un mondo la fuori che nessuno poteva immaginare. 

Dove si giocava la vera battaglia. Dove era annidato il mito e la celebrazioni di grandi imprese: dall’abbattimento di qualche statua perturbante alla cancellazione di una vocale dal sito di un paese del polo artico con trecento abitanti. 

Dove si potevano incontrare quotidianamente gli eroi ed eroine attorno a cui la Rivoluzione nasceva. Figure purissime, senza macchia, splendenti dalla luce che apparteneva agli ultimi. Agli oppressi, ai diseredati che lottavano contro il sistema, contro la società ad armi impari. Dannazione! Se solo aveste potuto vederli… quanta grazia quanta giustizia quanta poesia. Niente era paragonabile al momento in cui Davide sfondava il cranio di Golia con una valanga di pietre. E poi lo calpestava tra urla di giubilo. Viva il nuovo! Viva la Rivoluzione! Viva il diverso! Quanta euforia allora, ogni vittoria era una vittoria di tutti, ogni vittoria era un piccolo passo verso qualsiasi cosa fosse abbastanza lontana dal Medioevo. 

Ma esso incedeva così come gli scheletri che si trascinava dietro. Ogni epoca era infatti buia, dai contorni inquietantemente tetri, ogni tempo oscuro tranne quando in rari momenti la Rivoluzione vinceva… magari contribuendo a salvare una famiglia di narvali norvegesi da norvegesi assetati di sangue o dieci chilometri quadrati di alberi dell’Amazzonia dalla ferocia di conquistadores brasiliani. Ma d’altronde era sempre il tempo della Rivoluzione, anche se era comunque troppo poco per sradicare il male, l’arretratezza, il patriarcato e qualche decina di totalitarismi striscianti, insiti nella società ma che nessuno riusciva ad afferrare definitivamente. 

Invero il Nemico sfuggiva sempre, si spostava costantemente ogniqualvolta si pensava di averlo in pugno; il sistema da abbattere latitava con la sua enorme potenza nell’etereo, o forse nella porta accanto. Forse nel proprio cortile di casa si annidavano incubi che nessuno aveva mai debellato. 

Ecco allora che si alzava la propria flebile voce per gridare al mondo la propria oppressione e chiamare in patria l’esercito alleato. L’invasione era spietata e non risparmiava nessuno. Una frase maldestra sul colore della pelle di uno, una mano che aveva sfiorato un corpo o uno sguardo impudente che durasse più di dieci secondi. Si andava fino alla radice del sistema facendo piazza pulita, processando e condannando chiunque mostrasse i segni del Nemico e i ricordi di un Medioevo nazifascista da cancellare. Chiunque: il portinaio del proprio condominio, il commesso di un supermercato, un anziano con la demenza senile, un famoso produttore di Hollywood, un poliziotto, un calciatore, un attore, un bidello. In questo la rivoluzione era molto democratica, paritaria perché si colpivano tutti i Golia privilegiati senza distinzioni. A parte per il sesso, il colore della pelle, l’orientamento sessuale e la religione. Si può dire che il Nemico aveva dei tratti distintivi che si riproponevano in una moltitudine di soggetti, esso era dappertutto e occupava, consumava, ingurgitava ogni cosa senza ritegno. Il Nemico rappresentava tutto ciò che di più malvagio e arretrato ci fosse, era in ogni dove, in ogni dannatissimo angolo. Ad esso bisognava opporre la forza della Rivoluzione che era tutto ciò che di nuovo, di progresso, di ragione, di buono, di umanità rimaneva al mondo. Ciò che era giusto e sano, ciò che veniva re-postato con appelli accorati da persone senza macchia, da persone oppresse che combattevano strenuamente ogni giorno in uno scontro impari contro il sistema e con dalla loro parte milioni di utenti e qualche contratto con alcune multinazionali. 

Ma forse la vittoria più grande stava nella maggiore umanità che le istituzioni, i media, i giornali avevano raggiunto grazie alla Rivoluzione e che in modo incredibile sostenevano nella lotta eterna contro qualsiasi cosa non fosse abbastanza lontana dal Medioevo. Ora erano tutti più sensibili, più attenti alle problematiche reali, più a quel  passo richiesto dai tempi. Però molto, troppo lavoro era ancora da fare e bastava ascoltare i rumori della città per rendersene conto. Flebili urla, boati ondeggianti e canti si insinuavano nella tranquillità cittadina, il fremito di molti passi e l’eco di una rabbia montante. Ancora una volta il Nemico mostrava il suo volto, Golia si rialzava pronto per terrorizzare una normalità che si stava instradando. La folla di passi avanzava imperterrita, sfacciata, urlando al cielo versi incomprensibili, blasfemi. L’aria era elettrica. Dall’altra parte, grazie al cielo, dieci cordoni di scudi, elmi e manganelli si dispiegavano. Tutto era pronto per un altra vittoria della Rivoluzione e l’ennesima, eterna sconfitta di Golia.

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