La Caduta mitologica di Draghi

La Caduta mitologica di Draghi
La caduta di Draghi in un Occidente che ha paura del futuro, una mitologia del potere che affronta i propri spettri.

È più grave fondare una banca che rapinarla, ricorda Brecht. Ugualmente, è più grave governare che far cadere il governo.

Almeno se si accetta che il sistema, questo termine fumoso, questo canone del male indefinito, è sbagliato.

L’idea è populista, certo, qualunquista, ignorante, fa storcere la bocca ed alzare il mignolo ai riformisti che vogliono cambiare le cose dall’interno. Oppure è anarchica, futurista, è il sogno di distruzione delle rivoluzioni.

Serve a qualcosa, quando si tratta di far quadrare i conti, approvare le leggi di bilancio, favorire la crescita del PIL?

No, per nulla.

Serve solo a capire che non è quello il punto. Allora facciamo della caduta del governo Draghi un simbolo, parte di un mito irrazionale, alla maniera di Georges Sorel. E, per cominciare, togliamoci di dosso il fastidioso fardello dei fatti: il governo dei migliori se ne va lasciando il paese con la peggiore inflazione degli ultimi trent’anni, una crisi energetica galoppante e, per giunta, una pandemia che rialza la testa.

Non è colpa di Draghi, ovvio. Non è colpa sua nel senso che, stanti i meccanismi eterodiretti della macchina UE e l’estrema fragilità delle economie globalizzate, non è mai colpa di nessuno. Non è colpa sua nemmeno l’appoggio incondizionato a certe sanzioni autolesioniste, al flusso continuo di armi all’Ucraina che ha sirianizzato la guerra: c’era poco spazio di manovra per un paese NATO, soprattutto per una mezza colonia NATO come l’Italia.

È probabile, poi, che lui fosse d’accordo con le azioni necessariamente compiute, ma del carattere di Draghise pure ne ha uno al di là di quello dell’esecutore materialenon è interessante parlare.

Più interessante, dicevamo, il mito di Draghi. Una parte si alimenta con la vecchia narrazione della competenza. Guardate il curriculum, dicono. Si tratta di una vecchia ingenuità, un po’ stupida, già smascherata da Ivan Illich nel suo Esperti di troppo: nella ragnatela interconnessa del potere, le istituzioni che certificano uno smagliante curriculum decidono anche cosa è necessario sapere.

Il ruolo principale dei competenti è dichiarare competenti altri come loro, un sistema circolare che riflette, in scala, l’autoperpetuazione della nostra struttura socioeconomica, impervia alle alternative.

L’altra metà del mito è la paura.

La paura è il sentimento dominante di questi anni ‘20 del ventunesimo secolo, in suggestivo contrasto con gli anni ruggenti del secolo scorso. La paura è il sentimento invocato dagli araldi del Draghi eterno.

La sinistra ha paura delle elezioni, che probabilmente perderà.

Personaggi come Di Maio e Gelmini hanno paura di lasciare il posto, sia mai che lo occupi qualcun altro di irrilevante quanto loro.

Tutto prevedibile, fin qui. Più significativo, invece, lo stato di minorità che, consapevolmente o meno, il popolo italiano sembra aver abbracciato. Dall’epoca in cui non ci si fidava della politica, una buona parte dell’opinione pubblica sembra aver fatto il giro completo: adesso non ci fidiamo di noi stessi.

Molti desiderano solo essere governati, senza più scegliere come, da chi, perché. Una strana concezione auratica del potere, roba da Ancien Régime:

Draghi è infine diventato uno dei re taumaturghi descritti da Marc Bloch.

Ben oltre ciò che ha ottenuto il suo governo – oggettivamente pochissimo – ci si aspetta che curi le malattie con una carezza. Perché ha i titoli, perché è rispettato all’estero, ma soprattutto perché appartiene all’aristocrazia del nostro tempo, benedetta dalle divinità gemelle dell’accademia, delle istituzioni internazionali e del mercato, come il monarca francese era unto dal papa.

Un finale contraddittorio per il concetto, sbagliato, di competenza:

La gente vuole Draghi perché è Draghi, non perché fa Draghi.

La paura, però, non riguarda solo l’Italia. Macron ha vinto, in buona sostanza, raccogliendo i voti di una sinistra che non ha nulla a che spartire con lui, ma ha paura di Marine Le Pen.

La seconda giovinezza di un’alleanza obsoleta come la NATO si deve alla paura di Putin, così come l’Unione Europea spaccia da sempre terrori finanziari per tenere in riga i paesi.

Veniamo da una stagione di misure straordinarie giustificate solo dalla paura del virus.

L’Occidente non produce più consenso, soltanto paura.

L’ordine costituito sta sommessamente occupando il ruolo del male in eterna lotta contro il peggio.

Il gioco funziona, senza dubbio, anche perché è una riedizione del vecchio timore dell’estremismo che ha condannato l’Italia a cinquant’anni di Democrazia Cristiana, a cui vanno aggiunti i venti di berlusconismo. Funziona, almeno finché una vera catastrofe, più inequivocabile di questa sequenza di piccole disgrazie, convincerà la gente che non c’è nulla da salvare.

C’è un altro elemento, quasi mistico, nel mito.

Scherzo del destino, il governo Draghi cade proprio nei giorni in cui si ricordano i fatti del G8 di Genova, nell’anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani.

Per chi ha una fantasia letteraria, coincidenze del genere sembrano una nemesi, come quando gli spettri delle vittime passate appaiono davanti a Riccardo III, e lo maledicono: domani nella battaglia pensa a me, e possa cadere la tua spada.

Di Carlo Giuliani si è scritto troppo e con tutta la sgradevole, indelicata enfasi della propaganda. Dopo vent’anni, basterà dire che non era un eroe, forse non era un giusto e nemmeno era dalla parte giusta.

Di quale sia la parte giusta non possiamo essere sicuri.

Siamo sicuri, però, che Carlo Giuliani combatteva contro la parte sbagliata, quella del potere repressivo, quella del liberismo insaziabile, quella della globalizzazione coloniale. Dopo vent’anni la parte sbagliata ha vinto, e dunque esprime e controlla i governi: non solo quello di Macron e quello di Draghi ma, volenti o nolenti, tutti gli altri.

Già si intuiva ai tempi di Genova che il dissenso stava morendo, la sua ultima fiamma soffocata dalla violenza poliziesca.

E la prova definitiva è quell’Alexis Tsipras che, nel 2015, parte con un esito referendario in mano e torna con il diktat opposto da forze non democratiche. C’è qualcosa di inevitabilmente triste, un senso di invecchiamento del mondo, nel contrasto ideale fra l’Italia che allora si ribellava e quella che oggi, davanti ai negozi di Louis Vuitton, si ribella contro il concetto stesso di rivolta.

E allora, visto che parliamo di miti, in questo anniversario è confortante credere che gli spettri di Genova siano tornati a pesare sul destino di Italia Viva, del PD, della sinistra di governo che ha tradito ogni singolo valore di sinistra. Inganni del tempo, ovvio, eppure così belli:

Saremo piombo nel tuo grembo, ti sprofonderemo nella Vergogna e nella Rovina

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