La democrazia non esiste

La democrazia non esiste
Non dobbiamo essere tristi che la democrazia sia finita, ma contenti che non ci sia mai stata.

La democrazia non esiste. Non è mai esistita.

La democrazia è in verità folle utopia violentata nelle promesse e infilata a forza negli spazi vuoti tra belle parole. Non è di fatti mai ricondotta alla realtà di impianto politico e sociale ma viene addobbata quasi sempre con sinonimi fumosi, vaghi e universalmente riconosciuti: la libertà, la giustizia, l’eguaglianza, e quindi il diritto, i dirittiidiozie adatte ai discorsi immersi nella retorica dei nuovi esportatori di democrazia. E dunque esportatori di amore, civiltà, progresso, bei sentimenti e le insopportabili, ingenue speranze di “libere elezioni.  Quanto le dolci parole di democrazia, libertà, diritti non evochino per forza di cose speranza in circostanze spesso disastrate. Chi non vorrebbe mai l’eguaglianza e la libertà? A parole solo un folle, nella pratica la follia è tutta occidentale.

Partiamo dalle elezioni e dal voto.

Quanto è democratico il voto? Senza dubbio al di là della retorica sdolcinata dipende in gran parte a che sistema democratico ci si approccia. Nel caso delle democrazie maggioritarie, ovvero USA e UK le principali, quanto lo è? Potendo contare solamente su due partiti quanto è libera l’elezione?

Certo obbietteranno i più preparati, quel sistema politico è strutturato in quel modo perché riflette un certo tipo di uomo e un certo tipo di società. Un tipo di società, quella anglosassone, più omogenea dal punto di vista della condivisione dei valori e della cultura politica, quindi meno polarizzata e più “moderata”, adatta per la formazione di pochi grandi partiti che si giocano la vittoria alle elezioni su manciate di voti “emigranti”.

Ma quel tipo di società è ancora così? Quanto è diversa da quella di quaranta anni fa? E se è cambiata, come i tempi stanno a dimostrare timidamente (l’avvento e la caduta di Trump e la crescente polarizzazione, e polverizzazione, delle società anglosassoni) ne è seguito un cambiamento anche a livello politico? E se ciò non è stato, vuol dire che quei sistemi non rappresentano più la società in toto ma ne siano invece una maschera congelata. In vista di nessun cambiamento il  cittadino sarà costretto a votare tra i due partiti il meno distante dalla sua visione ( e si parla comunque di grandi distanze data la natura bipartitica) o in alternativa nessuno dei due (non è un caso che nelle democrazie maggioritarie ci siano basse affluenze alle urne) diventando così un emarginato della democrazia. Quella maggioritaria è di fatto una democrazia a grandi linee, approssimata, perché il suo intento non è garantire la rappresentatività ma la governabilità.

E se una democrazia non assicura la rappresentatività essa è ancora una democrazia o è qualcos’altro?

Veniamo quindi alle democrazie rappresentative appunto, presenti in gran parte dell’Europa. A una prima occhiata si presentano come perfette. sia perché ricalcano una realtà sfaccettata come quella europea, e quindi le cui forze politiche non sono cristallizzate ma in continuo cambiamento a seconda dei cambiamenti sociali, sia perché garantiscono la rappresentatività.

Al 100%? Non proprio. Negli ordinamenti delle democrazie rappresentative sono presenti le cosiddette soglie di sbarramento, sotto le quali percentuali un partito non può entrare in Parlamento, alcuni Paesi come l’Italia c’è le hanno al 4%, altri al 5,6,7%. Quindi non garantiscono la completa rappresentatività e, inoltre, in quelli fortemente polarizzati come Italia e Spagna non garantiscono neppure governabilità perché, nella pratica, più è bassa la soglia più il Parlamento è spezzettato tra miriadi di forze politiche. Se la soglia raggiungesse lo zero ci sarebbe la massima dispersione perché ogni partito troverebbe posto in Parlamento, qualsiasi fosse la sua dimensione. Un panorama ingovernabile, ma democratico. Qui sta il primo paradosso della democrazia.

Affinché un sistema possa dirsi in linea con un concetto perfetto, quindi teorico, di democrazia ogni cittadino deve poter votare quella forza politica in linea con le sue idee, arrivando alla massima affluenza alle urne perché per ogni orientamento della società corrisponde un partito e a ogni suo gruppo una rappresentanza. Sarebbe bello eh? Continuate a sognare. Se così fosse si tratterebbe di una situazione ingovernabile, estremamente instabile. Una sintesi tra forze politiche, culture e idee sarebbe impossibile. In ultima istanza sarebbe anarchia, almeno dal punto di vista normativo, politico e di istituzioni.

Quand’anche si raggiunga dunque il massimo livello di rappresentatività, avendo in mente una forma assoluta di democrazia, altro non si incrocia che la sua negazione, il suo ultimo dissolvimento fra le migliaia di differenze ( o meglio, di conflitti) insite in una società. Se d’altra parte si cerca di favorire la governabilità ci si allontana lo stesso dall’idea di democrazia, poiché favorendo un numero limitato di partiti nel tempo (e quindi al cambiamento irreversibile della società che gli aveva partoriti) quegli stessi partiti saranno lo specchio di solo una risibile parte del Paese, lasciando il resto dei cittadini nell’indifferenza, se non nell’ostilità.

Il discrimine più grande ovviamente, quando si parla di sistemi politici, non è il livello di democraticità ma quanto esso funzioni, la sua efficienza, il suo saper rispondere in modo efficace alle problematiche della popolazione. Ecco dunque che favorendo la governabilità a scapito della rappresentatività si può raggiungere un migliore funzionamento di tutto il sistema, nonostante le enormi distorsioni in sede di voto. Al contrario più si alza il livello di rappresentatività più il sistema politico diventa instabile. La democrazia quindi non è, dal punto di vista qualitativo, garanzia di efficienza e perciò non è neanche migliore rispetto altre forme di governo. Anzi la democrazia puramente intesa è un utopia, un ideale irrealizzabile e ciò che più si avvicina ad essa (le democrazie rappresentative) sono spesso luogo di instabilità cronica, come la storia di Italia sta li ad indicare. E se anche l’instabilità non è di casa, vedasi i paesi del Nord Europa, data la natura rappresentativa del sistema politico non la si può escludere a priori siccome la società è un magma in continua evoluzione, quindi grembo di futuri sconvolgimenti (segnaliamo la formazione dei primi partiti islamici in Scandinavia).

Dal punto di vista delle garanzie costituzionali e dei diritti, tipiche di uno Stato liberale, si può notare invece il loro progressivo sfaldamento sotto i colpi, prima, dell’avvento dell’ordine neoliberale e della globalizzazione (e quindi della rottura dell'equilibrio storico tra democrazia e mercato a favore della seconda) e, dopo, dell’emergenza pandemica. Ultima, guardando al caso patologico italiano, di una lunga serie di emergenze che di fatto superano il loro stato di eccezione per diventare stato naturale. Attraverso il quale esercitare in modo più dinamico un potere altrimenti ingabbiato nella rigida, complessa forma democratica bicamerale e rappresentativa prevista dalla Costituzione. Una doppia azione disgregatrice, del mercato e del potere interno, che hanno eroso costantemente rendendole solo enunciazioni di principio le garanzie costituzionali e i diritti sociali (subissati questi ultimi dai diritti civili, perfetti contenitori ormai di enunciazioni di principi).

La natura di suddette garanzie e diritti altro non è dunque che una natura “superabile”, anacronistica, imprigionata in belle parole e nella teoria mentre la prassi assume, dopo molte sterzate, una direzione precisa e divergente. E, ancora, il fatto che tutt’ora ci troviamo in un regime di “concessioni” altro non sottolinea che la crisi di identità profonda delle simil-democrazie occidentali, perenne terreno di scontro tra tecnocrazia e demagogia ma sempre in quel lungo cammino che sembra portare lo Stato verso la condizione di Apparato. Assoluto, lontano regolatore di tanti piccoli leviatani innocui, i cittadini.

I due pilastri classici della democrazia, il voto libero e l’impianto di garanzie costituzionali figlie del liberalismo dunque crollano, se non sono già crollati, trascinando con sé quel residuo di retorica e credenze in cui, alle soglie del 2020, potevamo ancora crogiolarci, aprendo come uno squarcio le crisi che in questi anni stiamo sperimentando, dall’avvento del populismo fino alla pandemia. Una cauta e silenziosa demolizione di una macchina un tempo perfetta ora inceppata, un segno di cambiamenti sotterranei epocali.

L’unica nostra certezza in questi tempi incerti è che dunque la democrazia non esiste.

Non è mai esistita.

La democrazia è folle utopia, è sovvertimento estremo, è ideale violento, assoluto, tiranno.

Non appartiene al nostro mondo, ne a quelli prima ne a quelli dopo.

Non appartiene all’Occidente.

Non appartiene all’uomo.

Non dobbiamo essere tristi che la democrazia sia finita, ma contenti che non ci sia mai stata.

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