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La Romanizzazione del Cinema Italiano

La Romanizzazione del Cinema Italiano
Non molto tempo fa mi sono recato al cinema per vedere il film Adagio di Sollima

Ambientato a Roma, diretto da un romano e recitato da romani. Devo ammettere che il film non mi è dispiaciuto, probabilmente per il contenuto diverso dal solito film della domenica pomeriggio con Marco Giallini, si trattava infatti di un discreto thriller d’azione. Ad avermi annoiato e infastidito è stato il contenitore in cui le vicende del film erano calate:

Roma o per dirlo meglio la romanità cinematografica che viene rappresentata da una ventina d’anni a questa parte.

La solita Roma verace, mezza criminale, quella della banda della Magliana, quella che contiene una grande verità che accomuna tutti gli Italiani (che poi vorrei sapere qual è questa verità), quella Roma che, come la definirebbe Lundini, è un po’ mignotta mentre io la definirei proprio un gran troia.

Questa Roma che, nel film di Sollima, è perfettamente esemplificabile dalla seguente battuta di uno dei personaggi principali:

“Er padre sorcio e er fijo marchettaro”

Recitata ovviamente con una voce roca e sommessa.

Non c’è proprio nulla da fare: un secolo fa la romanizzazione della Penisola avveniva omologando forzatamente i canoni architettonici delle città italiane, oggi con i film di Valerio Mastandrea e le serie di Zerocalcare.

D’altro canto, la passione di Michele Rech per il razionalismo di Piacentini era già nota. Gli uomini cambiano, ma le idee restano e continuano a camminare sulle teste di altri uomini, direbbe Giovanni Falcone.

Come dicevo, negli ultimi quindici anni abbiamo potuto assistere a una impressionante convergenza dell’industria cinematografica Italiana sulla Capitale.

Cinecittà esiste da molto tempo, è vero, ma non parlo solo delle produzioni ma anche di attori, sceneggiatori e registi: sono tutti romani fatta eccezione pochi forestieri che, per necessità, si sono dovuti trasferire nella Capitale.

E vi dirò: il problema, alla fine, non è il Romanocentrismo in sé, ma la narrativa che accompagna troppo spesso i film prodotti nella Capitale, frutto del fatto che questi sono sempre realizzati dai soliti noti.

Il problema vero sta nella mediocrità dei film che questa cricca produce: interpretati da attori che non recitano, sceneggiati da personaggi ai quali la cocaina non fornisce da tempo idee originali e diretti da registi che sono solo in grado di inscenare la loro opera prima in modo reiterato.

Questa casta di 50-60enni vive nei quartieri centrali di Roma che vengono infatti compulsivamente utilizzati come set cinematografici.

E qui già potrebbe partire un’altra critica, da romano: Roma non è solo il suo centro con le dinamiche radical chic o la periferia dei borgatari.

Ci sono quartieri (e con essi i ceti sociali li abitano) che raramente vengono rappresentati sul grande schermo e che sarebbero perfetti anche per tematiche impegnate, faccio due esempi: la borghesia dell’EUR e la crescente quantità di extracomunitari che prende domicilio a via della Magliana. 

Un altro problema dei film ambientati a Roma è il fatto che essi, con le loro recitazioni e sceneggiature mediocri, finiscono per sminuire il genere che dovrebbero rappresentare, ossia la commedia.

Questa situazione accade perché l’industria cinematografica italiana, quando deve produrre intrattenimento (fatto sacrosanto, attenzione) è in grado di produrre solo commedie e perciò si rivolge sempre a chi crede sia in grado di produrle, poiché le generazioni che vanno al cinema sono le più anziane, abituate alle grandi commedie degli anni ‘60 e ‘70 che guardavano con i loro genitori.

A tal proposito si potrebbe iniziare a produrre pellicole d’azione, anche a basso costo, come l’Ispettore Coliandro o Smetto quando Voglio, che tra le altre cose è proprio ambientato a Roma.

E le nuove generazioni della casta artistica romana? Ci si aspettava di più da loro.

Oltre alle vagonate di borghesissimi ex alunni del Virgilio (DPG, Tauro Boys) la nuova leva è composta anche da personaggi legati (ma non nati) ai quartieri di Roma Est, come il Pigneto, noti per il numero impressionante di circoli ARCI.

È a questa nuova generazione che appartengono i The Pills o Sidney Sibilia, gente che dieci anni fa produceva capolavori come Smetto quando Voglio o il video Cena di Pesce.

Dieci anni fa, appunto.

Adesso cercano di piacere agli zoomer ammiccando ancora ai trentenni (fatta eccezione per una buona parte dei comici Stand-Up e Lundini)

Per quanto riguarda la trap il periodo d’oro è passato da un pezzo.

Questo articolo potrebbe sembrare semplicemente una invettiva contro i radical chic che muovono le macchine da presa del cinema italiano mentre in realtà è una denuncia sulla centralizzazione nelle mani di una minoranza geografica e sociale di un mezzo (il Cinema) che dovrebbe essere utilizzato invece per ampliare i punti di vista sulle varie realtà della Penisola o come vicende diverse da quelle fino ad ora narrate possano svolgersi in modo diverso da regione in regione.

Ci mancherebbe che io mi metta ad attaccare la borghesia, ceto sociale di cui faccio parte con grande orgoglio e che è l’unico motivo per cui per questo Paese va avanti (o indietro)

Basterebbe semplicemente che si raccontasse per quello che è, una masnada di gente con i soldi, troppo tempo libero e tante idee del cazzo. 

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