LA TERRONATA DI DE LUCA

LA TERRONATA DI DE LUCA
De Luca arriva a Roma, fa la sua terronata, esce, non se ne saprà più nulla. Ma forse vuole la secessione, come Bossi.

Patto di Secessione

Sinceramente, spero che i miei lettori siano Napoletani.

Io adoro i Napoletani, mi stanno proprio simpatici; continuo a sostenere che in alcuni ambiti siano effettivamente i migliori: la pizza, il caffè, la sartoria, il calcio, la musica Perdonate la digressione, ma le mie simpatie verso i neomelodici partenopei hanno creato non poco imbarazzo alle cene tra amici quindi che non si venga a dire che Tanko ha dei preconcetti verso i napoletani.

Tanko è il più Napoletano tra i Veneti e il più Veneto tra i Napoletani.

Diciamolo pure a questo punto:

Viva Napoli!

Devo essere onesto, io a Napoli non ci sono mai stato (e tantomeno in via Brombeis), però spero di farmi un fine settimana nella capitale Partenopea. Anzi, se qualche napoletano sta leggendo non si preoccupi a contattare la redazione, sarò molto contento di condividere un aperitivo con lui. 

Condividerò un aperitivo con lo (s)fortunato e, lui col suo caffè e io col mio Aglianico, parleremo con estrema franchezza:

De Luca ha fatto una terronata.

Una vera e propria terronata.

E, voi terroni che state leggendo, non potete far altro che concordare. D’altronde chi se lo immaginerebbe un bergamasco o un torinese DOC fare il tiro che ha fatto De Luca?

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Arlecchino e Pulcinella – Gino Severini (pittore dei basati)

Seriamente, dobbiamo ammetterlo, al di là di credo politico e origine geografica, su una cosa gli italiani sono d’accordo: terroni e polentoni si comportano, lavorano, mangiano, in maniera diversa, ed è giusto che sia così.

Ma l’obbiettivo di questo articolo non è abbassare il livello della discussione a ciaoDarwin Terroni vs Polentoni, anche perché in redazione siamo carenti di fighe e non sapremmo dove tirar fuori Madre Natura.

Al più toccherebbe mettere una parrucca ad Anonimo Milanese e farlo sfilare davanti al kebab in bikini. 

Una scena raccapricciante gender-fluida.

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Ma torniamo a noi. Anonimo Mianese in un suo articolo ha ben descritto lo stato d’animo che attraversa le viscere del profondo nord:

Perché battersi per uno stato nato da un progetto fallimentare di creazione e omologazione di almeno una manciata di popoli sparsi per la nostra penisola, sotto una casata imparentata a doppio filo con una borghesia sovranazionale volenterosa di togliere dazi, dogane, accentrare il potere in poche città importanti come Torino e di creare un mito fondativo – non riscoprirlo ne mantenere quelli attivi nei popoli italiani – quanto più legittimista del fatto che lo stato della repubblica italiana sia un’idea partita dal basso, dal popolo e dalla sua romantica forza. Finito poi per diventare questo:
Un ammasso totalitario e omologante, dove tutti parlano la stessa lingua, codificano lo stesso DNA e lodano lo stesso stato. Questo non è il mio paese, e vorrei dover andare a coltivare tulipani, quindi è importante una presa di posizione scaltra:
Aboliamo lo stato italiano, rispolveriamo il comune e le leghe cittadine, creiamo una vera democrazia - ne oligarchica e centralizzata di stampo romano-torinese, né tantomeno una oclocrazia manovrata dai volti macabri nascosti dietro maschere televisivo-social. Una democrazia che pensi prima al suo comune, poi a sentirsi italiano. Cosa che comunque mi fa pensare che dovremmo togliere il tricolore, segno statale e sostituirlo col gonfalone del nostro comune.

Difficile riassumere meglio. 

Più o meno coscientemente, specialmente ora che il riferimento partitico (alla Lega) è venuto meno e nessuno si fa più carico delle istanze federaliste, il Nord Italia sta ricercando – oggi più che mai – sé stesso e vuole tornare a mettere i puntini sulle i: 

Basta buttar via schei per pagare gli sprechi e la mala gestione del Sud.

Per certi versi è paradossale che, proprio in questo momento storico con la Lega in crisi che prende più voti a Reggio Calabria che a Treviso, stia per passare (si spera) un progetto di autonomia differenziata. O almeno, così viene chiamato alla moda italiana.

Chi ama la nordica schiettezza preferirebbe parlare di federalismo.

Questo termine, così avversato perché incostituzionale, in realtà risolverebbe un sacco di problemi causati dal centralismo e dallo statalismo italiano. 

Invece di sotterfugi, per risolvere definitivamente i nostri problemi e liberare le energie del Paese, la costituzione andrebbe vista per quello che è: un pezzo di carta vecchio ancor prima di entrare in vigore che incatena l’Italia, a distanza di ottant’anni (80!), a un presente e a un futuro politicamente fallimentare

Il dato è lapalissiano pertanto non lo discuterò.

Entrare,

cagare sul tappeto,

andarsene senza argomentare.

Inoltre, è fin troppo facile leggere solamente la prima parte dell’art. 5:

“La Repubblica, una e indivisibile,”

Senza la seconda:

riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”

Questa frase dice tutto e niente e si sposa perfettamente alle esigenze politiche del secondo dopoguerra: mettere d’accordo i preti coi mangia bambini.

Tuttavia, mi sembra evidente che l’articolo ponga l’accento sul decentramento amministrativo più che sul bieco centralismo: ne deduciamo che l’articolo 5 non è mai stato applicato.

 A questo punto il discorso è fin troppo chiaro. 

De Luca, ormai alla canna del gas, in rottura con il PD della Schlein e nell’impossibilità di essere eletto per la terza volta (almeno per il momento), ha giocato la carta “terronata” per far parlare di sé e dare la colpa dei propri fallimenti al governo.

Ora dice: “il Nord non può abbandonare il Sud, serve un patto di coesione”.

Fondi a raffica, schei su schei, un Ministero creato su misura (il Ministero per il Mezzogiorno), favoritismi ai meridionali nei concorsi pubblici. Tutto questo in 80 anni di Repubblica non ha pagato ma il Duca di Napoli vorrebbe continuare esattamente con le fallimentari ricette del passato, con un ennesimo, fallimentare, Patto di coesione con cui il Nord non abbandona il Sud.

D’altronde se è riuscito a spendere solo il 24% dei fondi europei che erano stati assegnati alla Campania è colpa di

Roma Ladrona

– La Lega non Perdona –

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Ecco che le istanze di De Luca che, come un funambolo, si fa strada tra porte in faccia e celerini in un nuvoloso meriggio romano, tramite un’acrobazia, un tuffo carpiato, un doppio passo seguito da una rabona, nonostante slogan spicci pensati apposta per far leva sul pubblico di sindaci meridionali venuti in suo soccorso, si avvicinano – forse – inevitabilmente al federalismo, al secessionismo, alla Lega di Bossi, alla centrifuga.

Quale patto di coesione, De Luca vorrebbe sottoscrivere il patto di secessione.

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