La Vista dal Ponte

La Vista dal Ponte
Lettura boomer
Leys, il relativismo e il daoismo.

Scalpo, scalpore, scalpello: scalpitare. A volte basta fare un salto con le parole per ricordarsi che non è tutto perso, e che il giorno dopo non si ripete uguale al precedente soltanto per pochi (privilegiati, va bene, ma chissà se da invidiare) – che basta saltare nei ricordi, oltrepassarli; del resto, domani è un enigma.

Pensavo, appunto, alla generale mancanza di chiarezza intellettuale – lo smarrimento dei cosiddetti punti di riferimento – in questa nostra epoca di cambiamenti che sfuggono di mano – una vecchia questione. Ho scritto qualche paragrafo ma poi ho abbandonato l’impresa. Del resto scrivere è già di per sé una presa di posizione nei confronti del tutto, della propria vita, escc. Basterebbe osservare che le condizioni fisiche non sono di grande importanza per valori come l’amicizia, a cui uno scrittore tiene, se vuole dirsi tale, e spesso suo malgrado.

Però in compenso, a proposito di questo caos intellettuale in cui ci ritroviamo, ho ricordato all’improvviso alcuni aneddoti, molto semplici a dire il vero, a cui tuttavia non avevo mai fatto molto caso: forse non svolteranno la questione, ma offrono uno spunto.

Il primo riguarda la nozione di liberalismo, parola che diamo per scontata, mentre non lo è affatto nel resto del mondo non occidentale, come non lo è agli occhi di un qualunque ragazzo o liceale (o universitario se per questo), come non lo era a me a quei tempi.

Leys cina dao de jing

Ebbene, mi sono ricordato di quando alcuni anni fa, durante una discussione con un missionario cattolico, incalzandolo, ci parlò con perplessità – ero con un gruppo di altri giovani – riguardo il ritorno dell’influenza nel dibattito pubblico degli ultimi decenni del liberalismocitava in particolare il libro di Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, di cui mi consigliò la lettura: “Cos’è questa storia che tutti sono liberali, adesso?”, ci diceva (e en passant consigliava di comparare il romanzo distopico di un tale Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo).

Così, mi è tornata in mente la piazza principale del piccolo paese della provincia piemontese in cui sono cresciuto, dedicata niente meno che ai “Martiri della Libertà“; e di conseguenza, la scritta riportata in un graffito all’entrata del Museo della Resistenza, a Torino, che in parte, dopo tutti questi anni, ricordo ancora – una citazione, in realtà, scoprii, da una lettera di un ventenne, Pietro “Pedro” Ferreira (1921 –1945), alla vigilia della sua condanna a morte:

“Tra poco le armate alleate spezzeranno l’ultimo baluardo difensivo tedesco, anche l’Italia tutta verrà liberata e terminerà per voi questo lungo periodo di lotta cospiratoria che tanto ha assottigliato le vostre file; e allora sarà per voi la vita, l’aria, la luce, il sole, la gioia di aver combattuto e di aver vinto e l’esultanza della libertà raggiunta…… siate felici….. Addio… un abbraccio a tutti vostro Pedro”.

Che cosa si muove qui dentro, dunque, mi domando, che cosa motiva le nostre ambizioni e le nostre decisioni quotidiane: Che peso hanno una piccola targa scolpita in una piazza, una scritta su un muro scorta una decina di anni prima? Forse è il giudizio di qualcuno – e di chi?

Verrebbe da dire, come affermava uno scrittore tempo fa, che il campo della “buona battaglia”, non sta sui dizionari, ma è, semmai, nelle nostre menti.

Lo scrittore in questione è proprio Simon Leys (1935-2014), all’origine di tutte le mie riflessioni su questo tema (a proposito di quella battuta, mi riferisco a un articolo nella fondamentale raccolta di saggi The Hall of Uselesness, “Tell them I said something”).

Grande studioso della Cina (sinologo come si dice in gergo), in specie delle sue arti, lettore vorace per una vita, acuto pamphlettista e scrittore di genio; di origine belga, fu professore in Australia per una vita. Alla fine della sua carriera accademica, scrisse un testo indimenticabile, imprescindibile per l’oggi, una piccola bussola per navigare nel nostro mare in tempesta. Più ci penso, più mi rendo conto della profondità, dell’onestà intellettuale di questo autore.

Del 1996, il testo, in realtà è una serie di quattro lezioni scritte per la radio (la prima delle quali è disponibile in traduzione qui). Il più della questione viene svelato nel titolo stesso, La vista dal ponte, una citazione a sua volta di un passo del Zhuang Zi, il libro del celebre filosofo della Cina antica, secondo soltanto a Lao Zi (o il suo Dao De Jing, il “libro della via e della virtù”) capostipiti della scuola taoista. Esperti della “Via” per eccellenza, questi pensatori con un paio di brevi parabole ribaltano i nostri punti di vista – appunto – e ci introducono all’essenza delle cose, al duello definitivo con il reale.

Come affrontare simili questioni ultime, che definiscono un’epoca? La risposta pare essere più semplice di quanto ci si aspetti: le si affronta da qui, dal ponte sul fiume Hao (che di recente un fisico di fama mondiale abbia intitolato una raccolta di saggi ispirandosi a questo stesso aneddoto, non fa che confermarne la pregnanza), cioè: qui, dalla mia situazione particolare, dal mio punto di vista basso e concreto, da questo punto nel tempo e nello spazio da cui solamente io, e nessun altro potrà rispondere e agire, secondo la mia singolare prospettiva.

Leys rovelli relativismo

Il relativismo, insomma, può anche non sfociare nell’indifferenza, ci dice Zhuang Zi (e Leys), anche se il risultato potrebbe risultare meno comodo e conciliante di quanto desidereremmo. Ecco quanto, e a chi ritorno in questi momenti, in cui l’orizzonte sembra essere meno nitido e il cammino insicuro.

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