Mamma sto male - Poesia

Mamma sto male - Poesia
Non sia rifugio, ma trincea, questa Provincia.

Questa poesia, quest’Ode alla Provincia, declamata pubblicamente per la prima volta l’Undici settembre, durante il nostro evento Blast La Provincia 9/11, è un Canto che nasce dalla terra. Una terra che sempre di più si conforma alle descrizioni apocalittiche di Giovanni e di Eliot.

Una terra desolata, degradata, insalvabile, condannata. Si prospettano secoli di sabbia e rovine, di campi incolti, di uomini smembrati, se non sapremo intervenire in direzione contraria. La scelta sta tra chi banchetterà sui cadaveri maciullati dalla modernità, e chi sceglierà di indossare corone di spine.

I.

Mamma sto male.
Riportami
in provincia
in campagna


sull’eremo
di montagna
alle tre croci
sulla cima che uccide


sotto quel mare
lercio
che mi ricorda il cesso
dove voglio affogare.


Esplorerò gli abissi
il porto sepolto
troverò al massimo
qualche bottiglia di plastica.


Il segreto del poeta
mi è celato
come la luce del giorno.
Ho le tapparelle abbassate.

Poi il mare
fu sopra me richiuso
ed indagai i relitti
pieni di teschi.


Poi riemersi
alla ricerca del bosco.
Sentii la voce di Edipo
e un tuono.


E scomparvi.

II.


Mamma sto male.
Riportami
da Titiro sotto quel faggio
tra i dipinti di Klimt.


Solcherò con l’aratro
la terra crepata
dalla siccità
dalla noja.


Prosciugate le vene
non pulsa più il cuore
non scorre che aria
e fiele.


Ti ricordi le vacche
che si tenevano compagnia?
Se le avessi liberate
si sarebbero tuffate nella Ciria


Lete del Nord
oblivion soave
la ninna nanna
e un bacio d’addio.


La falce non fa più
pensare al grano.
Il grano dorato
risplende incolto.


I contadini hanno lasciato
la terra ingenerosa
hanno indossato cravatte
e camicie troppo lavorate.


Che ne sarà del grano?

III.

Mamma sto male.
Riportami
a casa
lontano da Milano

dal fracasso che mi accendeva
ma che oggi mi ammoscia
come Antonio si rammolliva
nel latte di Cleopatra.

Ho vomitato
tutti i drink ingurgitati
i Negroni sbagliati
i pesci crudi.


Io vorrei moltiplicati ancora
i pani e i pesci

ma per il pane non c’è più grano
e in città non si crede nei miracoli.

Ma come si fa
a non voler abbattere i grattacieli
e ricostruire
i torrioni e le campane?

Io vorrei che a scandire le mie ore
non fosse il solito ticchettio
o l’attesa della metro
ma i bronzi che battono.

Ma io sogno.
Sogno la fine –
Sogno le danze nei campi dorati
e i bagni nudi nell’Eridano in piena.

Ma io sogno.


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