おくりびと Okuribito: Il Film Meraviglioso

おくりびと Okuribito: Il Film Meraviglioso
Perché il giappone ci regala qualcosa di bello, soprattutto quando non fa una cosa da otaku. Okuribito è un film che merita, ecco perché.

Perché non lo avete visto.

Perché lo avete visto.

Perché tra “un” e “il” c’è in mezzo l’oceano Pacifico. Perché Okuribito.

Okuribito

Cosa servono non sono le parole se il mezzo giustifica il fine, ed è alla fine che piangi, ma anche durante, con la pelle d’oca a inframezzare la visione di quello che pur essendo un film ha la magia di un viaggio e di una vita.

Vita: la stessa che viene prima della morte di cui Okuribito ci parla per 100 minuti, o forse ci appare?

La vita è il fine, la morte il mezzo.

Oku chi? La parola in giapponese significa colui che accompagna alla partenza, per questo il film venne distribuito in tutto il mondo col titolo di Departures.

Mi sono serviti 12 anni per vederlo. Non sapevo se farlo? Non volevo? No, il maledetto tempo. Il sottile e invisibile comune denominatore tra il nostro volere e potere, tra il nostro tempo e il tempo per noi.

Il tempo è un cerchio piatto

dice un assassino a McConaughey in True Detective.

Qui di cattiveria non ce n’è, solo la delicatezza del tanatoesteta, una parola che mentre digito mi viene segnalata come errore. Può un film che parla di un ragazzo che trucca i defunti vincere un Oscar? Io dico sempre che se scritto bene, anche un Vacanze di Natale se la gioca. Mai sentito il detto: “Se guardi troppo l’abisso, poi l’abisso guarda dentro te”? Sembrerà un’overanalisi ma da qui c’è un bivio, o voi vedrete questo film o prima o poi lui vedrà voi.

Perché in pochi film mi hanno dato una visione della vita come l’ho vissuta e come dovrei viverla allo stesso tempo, ma questo, questo film, mi ha dato la visione di come la vivrò. In pochissimi mi hanno mostrato il passato di ognuno e il futuro di alcuni. Solo questo film è riuscito a dirmi, sussurrare, plasmare l’idea di addio, l’intensità di un arrivederci, la leggerezza del primo ciao.

Come si può far ridere parlando della morte? Come si può far piangere? Be’ questo è più semplice, o almeno lo sembra, ma è inverno quando Daigo arriva al suo paese natale, fa più freddo di quando era un bambino. Il padre se n’è andato, il lavoro anche, Tokyo è un dagherrotipo.

Siamo nel Giappone sconosciuto, profondo e freddo, quello che non ti aspetti e dove non ti aspetti la vita possa rinascere, specie mentre trucchi dei morti. Come si fa a parlare di un film senza spoiler?

Allora Maometto andrà al monte Fuji. Ha inizio una magia fatta di musica, interpretazione, in un cerchio di combinazione e sublimazione dell’estetica cinematografica oggi difficile e dimenticata. La narrazione, poi, quella che vi assicura di non annoiarvi, quella che vi fa stare nella campana di vetro e poi dà il cazzotto alla bocca dello stomaco. Sì, senza spoiler non è facile, ma poi direte aveva ragione. I bet my ass.

Il film è su Prime, potete noleggiarlo in SD, non voletemene, ma è l’unico modo. Forse piangerete anche per il pesciolino rosso perso a 8 anni, forse vi arrabbierete per l’assenza di Ciarru in tutta la pellicola, vi racconterete che potevate perdere meno tempo. Un articolo che diceva da qualche parte nella cinematografia giapponese è esistito un Vittorio De Sica versione Haiku. Qualcosa vi rimarrà, pronto a farne le spese, a prendermi le responsabilità, quasi fossero i miei fini, ma se piangerete, se rifletterete, se dentro voi germoglierà quel piccolo e blu seme della nostalgia di chi abbiamo abbracciato nella vita, senza necessariamente che sia morto, allora il pianto, il vostro pianto, sarà il fine che giustifica il mezzo-film. Sono passati 13 anni da quando il Giappone vinse l’oscar al miglior film straniero, quest’anno è nuovamente candidato, e, con dispiacere per l’italiosfera, l’ha già in tasca. Drive my car, il film si è aggiudicato la candidatura come miglior film, oltre che in lingua straniera, la storia ci dice che non ce ne sarà per nessuno. (Vedi la Vita è Bella, stessa regola vale per i film d’animazione).

Esattamente come l’ultima volta. Qui si spreca a parlarne prima, ma qualcuno deve anche farvelo scoprire, o perché no, riscoprire. La colonna sonora, scritta dal maestro Joe Hisaishi che nello stesso anno, non a caso, venne premiato con la medaglia d’onore con nastro viola, dall’imperatore del Giappone; quella colonna è come una poesia dall’aspetto di una fetta di torta, mentre la ascolti ti sembra di poterla mangiare. Parte la sinestesia, senti colori, vedi suoni e mangi musica, prima o poi, il film finisce, ti lascia lì, cerchi di capire, hai capito, ricordi, senti, poi torni alla vita, allo spleen se vogliamo, ma non è più come prima. È come aver baciato la ragazza più bella della scuola, aver guidato una lambo, aver mangiato alla Casa bianca, non torni indietro. Perché tutti noi conosciamo l’amaro, per questo ci gustiamo il dolce, e allora è lì che siamo cambiati, quando cerchiamo di infonderlo noi, nell’esistenza che ci troviamo a condurre, senza se, senza ma.

Furibonda è la lotta che si fa per renderla inutile e impossibile

Montale

Quindi sì, aspetti di trovare il modo di rendere dolce anche l’attesa di un treno, di fare un sorriso in più. Perché è giusto così. Perché è meglio così. Perché lo vedrete. Perché è il film meraviglioso.

Perché il mezzo giustifica il fine, il mezzo giustifica LA fine. Perché siamo stati Okuribito, perché saremo Okuribito. おくりびと!

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