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Óra. Difendi, conserva, prega - Giovanni Lindo Ferretti

Óra. Difendi, conserva, prega - Giovanni Lindo Ferretti
Il breviario del maestro.

L’aria è grave a S.Maria delle Grazie, Milano. Nella sagrestia del Bramante si respira odore di incenso. Il fumo vortica, carico del suo profumo, verso l’Alto.

Ascende.

La pattuglia Blast è al completo. Si consuma quella che ha tutta l’aria di essere un’Ultima Cena: il Maestro è circondato dai suoi discepoli più fedeli. L’uditorio smette di mormorare solo quando il microfono inizia a gracchiare, stridulo. I microfoni ecclesiastici hanno sempre qualche problema. Gli accoliti ammutoliscono, e noi con loro. Giovanni Lindo Ferretti, ex voce (guai a chiamarlo cantante) dei CCCP, CSI e in ultimo dei PGR, inizia la sua litania. È sceso dalle sue montagne reggiane per venire a portarci la sua Parola. Zarathustra. Anni di raccoglimento spirituale, riflessione e meditazione. Di preghiera. Un libro.

Òra

difendi, conserva, prega.

Così disse Pasolini.

In questo libro c’è tutto. La storia della musica italiana, di un’anima, di un uomo in ricerca.

Un frate domenicano, un predicatore, officia la cerimonia. Introduce G.L. Ferretti e gli intervistatori: prima un giornalista (noi li odiamo) che siede alla Sua sinistra, grande fan di Ferretti e al suo primo incontro con lui, segue un professore universitario, alla destra, suo amico di vecchia data. Fa le domande giuste. Saranno loro a guidare il dialogo.

Ferretti attacca: questo è un libro dell’anima, ricolmo di cantilene ancestrali, apprese dalla nonna. Il focolare domestico ci faceva compagnia mentre sbrigavamo i nostri affari. Il mondo di un bambino, quello di una anziana contadina.

Preghiera come ponte generazionale.

Il latino e il ligure dell’Appennino scandiscono le giornate e la nonna, matriarca della famiglia, passa al nipote tutto ciò che deve sapere.

L’italiano è una lingua asettica, inadatta al contesto familiare che vivevo.

GLF inizia

Mio zio mi insegnò ad andare a cavallo a tre anni, mi vietò di dirlo alla nonna. A cavallo ci si va solo col suo permesso. Solo passati i quattro anni la nonna disse

“è il momento che il bambino vada a cavallo”

Giovanni ci racconta un’infanzia che non è mai finita: a sessantanove anni alleva ancora cavalli, diretti discendenti di quelli che varcarono le Alpi assieme alle torme longobarde, a Cerreto Alpi, vicino a Reggio Emilia. È il bambino di sempre, quello che imparava a cantare con il professor Modini (insegnante di violino) e che a cinque anni è stato spedito in un collegio gestito da religiose in città.

Gli anni nella struttura in cui fu scelto dalla suora per cantare nel coro della Chiesa non sono mai terminati: costretto al canto fin dalla più tenera infanzia, obbligato a inseguire una vocazione imposta per superare il mondo moderno. Poco cambia se il pubblico è quello piccoloborghese della televisione italiana o quello ribelle e filo-sovietico degli anni della giovinezza più inoltrata. Trascinato dalla suora presso la corte del Mago Zurlì, Sultano dello Zecchino d’oro, al teatro bolognese dell’Antoniano, e interrogato sulla sua hit estiva preferita, risponde: il Salve Regina, lo Stabat Mater. Non ne conosce altre. Non ha la radio, non guarda la TV (non va al cinema, non fa sport). Va solo a Messa e gli sta bene così. Torna sconfitto. È sgravato da un peso, con la musica ha finalmente chiuso. Come sarebbe potuta cambiare la storia se fosse stato preso… Ringraziamo Dio che non è stato così.

Inizia il liceo, smette di pregare. A 18 anni la nonna lo vede realizzato nel percorso di studi. Muore in pace. Giovanni ora è un punkettone e in Chiesa ci va solo a Natale per guardare i presepi. Un giorno, dopo le prove dei CCCP, soddisfatto, prende la sua macchina e si avvia sui monti. Inizia a cantare. Una preghiera si è composta da sola lungo il tragitto, è bastato far fluire i suoi pensieri. Apre il vecchio messalino della nonna e trova le litanie che cercava. Giusto un ultimo ritocco a ciò che aveva prodotto nel percorso e “Madre” è pronta. La presenta a Zamboni. Temendolo scettico gliela canta senza guardarlo negli occhi.

È abbastanza CCCP.

In tempo zero, il pubblico ai concerti la canta commosso, oscillando e agitando al vento i pugni chiusi. Un successo.

Assieme a Intimisto e Paxo de Jerusalem, Madre corona la Trinità delle canzoni più (cripto-)cristiane di Ferretti. (ascoltatevele).

Per GLF la preghiera è sempre stata cantata. Quando può canta, perché gli è stato insegnato, le preghiere si cantano in chiesa, non con le chitarre, ma con le corde dell’anima.

Il racconto ci ha tenuto attenti un’ora e mezza. Gli aneddoti si sprecano. Fra tutti risplende il mito fondativo della band, nella Berlino degli anni Ottanta, raggiunta da uno spaesato Giovanni in seguito a un tribolato viaggio in auto. Nessuno gli aveva detto che Berlino non fosse sul confine, ma nel cuore della DDR. Pignoli poliziotti tedeschi osservano la vettura di Giovanni lungo l’Autobahn, aspettando che commetta un’infrazione alla guida. Dalla multa si salva solo perché è italiano. A noi le multe non le fanno perché “nessuno si aspetta che seguiamo le regole”. Due battute sagaci e si svincola dagli agenti con una mossa degna di un eroe di Boccaccio. Basato.

Raggiunge Zamboni nella capitale prussiana e con lui abbozza un progetto musicale dapprima sgangherato ma che in breve arriva a definirsi. Tutta roba che i due ci avevano già spiegato alla presentazione del Libretto Rozzo.

È il momento dei saluti quando tra i presenti si sollevano due domande di un certo calibro. La prima riguarda due mostri sacri del Pantheon ideologico del complesso musicale, Majakovskij e Mishima, e il rapporto con il suicidio. Peccato mortale. Il loro, specie quello di Mishima, è però quanto di più sacro e santo un pagano possa fare: un rituale ben orchestrato, in grado di trasmettere la potenza divina e di mondare i peccati del mondo. Inutile per un cristiano: a immolarsi per lui c’è stato Cristo. Per chi non ha avuto la fortuna di nascere toccato dalla Grazia del Signore bisogna provare compassione, non biasimo, spiega il Nostro.

Il secondo quesito invece riguarda il suo personale rapporto con la Chiesa e la Fede. Giovanni Lindo Ferretti sostiene di essere sempre stato cristiano, di aver sempre cercato perché nella vita non gli quadrava niente (neanche a noi quadra niente!). E se da un lato riesce a rintracciare nella memoria l’istante in cui ha interrotto la preghiera, dall’altro gli vien difficile trovare il momento in cui ha ripreso: più probabile è che non abbia mai smesso, perché semplicemente è parte di lui.

Insomma, tutto e questo e di più è il libro. Vale la pena leggerlo, per rivivere Ferretti. Dalla nascita alla morte. Al suo interno chicche come la preghiera copta ripresa da un testo di Benedetto XVI, per i morti. Promessosi infatti di concludere il manoscritto entro il mese di Maggio, sente la necessità di integrarlo quando viene a mancare un suo caro amico. Ora è libero, a Dio.

La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere, la morte è insopportabile per chi non deve vivere

Mai dimenticare chi ha raggiunto l’Oltre.

Il libro si legge in un giorno, va letto ogni giorno. Un piccolo breviario per gli amici, soprattutto per quelli che non pregano, per aiutarli. Estremo atto di compassione e Carità di un peccatore

Pregate, più forte che potete. Nel modo più sacro possibile.

Ferretti spegne l’ultima sigaretta di fronte alla tomba dell’anziana nonna. È sicuro che si vergognerebbe di avere un nipote cantante, che non sa far andare le mani. Guardando l’epitaffio esclama “nonna, poteva andare peggio”. È sereno.

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