COME LA PANDEMIA MI HA RESO PIU’ SCEMO

COME LA PANDEMIA MI HA RESO PIU’ SCEMO
Perché sono scemo e basta. Ma sicuramente sono stato aiutato, non è colpa della pandemia, ma dell'industria.

Sono più scemo. Dopo due anni ho cambiato così tante cose di me da non riconoscermi; la pandemia ha segnato tante persone, dai problemi di lavoro a quelli psicologici. 

Al lavoro ci avevano distanziati e non essendoci posto mi avevano messo in un altro ufficio, in una sede vicina. È stato il periodo più surreale, lavoravo anche se sembrava che non lo stessi facendo. Tutto era più lontano, così come il mio cervello dalle cose attorno a me. Era il periodo in cui ho deciso di abbandonare l’università e iniziato ad essere più matto e spento.

Il periodo in cui avevo iniziato a plasmare le mie idee sulla società industriale, giuste o sbagliate, era iniziato: non c’è marcia indietro, si scende solo per vincere la neutralità e l’immobilità del pensiero.

MECCANOPATIA

I regimi moderni sono figli della Rivoluzione Industriale, questo penso sia assolutamente vero.

Nicholas Gomez Davila lo dice nei suoi aforismi:

Società totalitaria è il nome volgare di quella specie sociale la cui denominazione scientifica è società industriale. L’embrione attuale lascia prevedere la fierezza dell’animale adulto. 

I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.

La società borghese, fatta delle macchine automatiche e del progresso tecnologico introdotto, è la nuova forma di tirannia.

Non v’è comunismo e fascismo senza la rivoluzione industriale; non sarebbero nati perché entrambi i regimi puntano al raggiungere uno stato nuovo dell’essere, un nuovo modo di poter vivere sulla Terra grazie al supporto della macchina, nostra invenzione.

È forse un po’ complicato spiegare la repentina evoluzione della seconda rivoluzione industriale, avvenuta in pochi decenni influenzando la politica e l’economia, ma proprio per la sua complessità e brevità, si può comprendere quanto l’uomo si fosse drogato con questa enorme novità, quale è l’ingegneria meccanica, storpiando Marx:

La Rivoluzione industriale è l’oppio dei popoli

Aver ricercato il miglioramento dei servizi, il guadagno e l’innovazione tecnologica (sia per concorrenza spietata fra ingegneri, sia per la sincera ricerca di una vita meno penosa per l’umanità) ci ha portati qui; non vi sarebbe stata la propaganda mediatica del cinema senza la rivoluzione industriale, non vi sarebbe stata la burocrazia né due guerre mondiali senza una rivoluzione industriale, non avremmo microplastiche nelle placente senza la rivoluzione industriale; non ci sarebbe stato nulla se non ci fosse stato il borghese, nato dall’uovo d’acciaio e tenuto caldo dal vapore dei serbatoi della prima rivoluzione.

Il metallo ci ha plasmati tanto da aver intaccato le nostre menti: la fabbrica dichiara guerra al feudalesimo e si appropria del sistema rifacendola nuova. Grazie alla rivoluzione il lavoratore diventa il contadino dell’era contemporanea, rimaniamo legati alla casa del padrone, ma fare dieci chilometri in auto ci fa sentire più liberi. In questa evoluzione della società c’è chi non si accontenta e va oltre; perché controllare l’operaio solo entro il confine della fabbrica? Gli scenari aperti da questa domanda conducono alla via della tirannia della lente.

IL DIO DELL’ACCIAIO È STATO SPODESTATO, GLORIA ALL’ANTI-ACCIAIO!

Odio dover pagare per gli errori degli altri, ma dopotutto i giovani non sono santi. Uscivamo il venerdì a manifestare sperando di ottenere qualcosa, ma la Rivoluzione ha introdotto un nuovo peccato originale fatto di olio esausto e impossibile da eliminare se non attraverso i frutti della Rivoluzione stessa.

Quando ero piccolo pensavo che il mio paesino sarebbe diventato una grande città in futuro; ad oggi vedo degrado e carabinieri che non sanno cosa fare con qualche coglione adolescente, il massimo che può aspirare è diventare in futuro uno squallido quartiere periferico di Bologna. Ricordo quando in Israele si parlava di auto volanti nel 2007, servizio di Super Quark; oggi continuo a vedere design imbarazzanti e capisco che da quindici anni non è cambiato un cazzo.

Non si può nemmeno più fare uno studio sulle cause delle malattie mentali e croniche delle persone. Puoi dire che è stata la propaganda delle fabbriche che promuovevano i loro prodotti al posto di quelli naturali, puoi dire che è lo zucchero che ti “frigge” il cervello, o l’olio di semi, o la carne rossa; ora per resistere ad un po’ di caldo devi prenderti queste pillole con le vitamine e i sali, come se prima tutti schiattassero sul suolo senza sensi. Posso dire tutto e niente.

Un’altra cosa è che oltre al caos della salute e delle concause correlabili c’è questo fantastico prodotto che chiamiamo generalmente plastica e che applichiamo addirittura sulle pentole “anti-stick” (PFOA, nome che lo fa sembrare una rivoluzione, ma è un banale film di teflon, cancerogeno e che negli anni 90 ha causato diversi problemi). Per anni gli scrittori e i registi hanno immaginato un futuro in cui una macchina avrebbe preso il posto dell’uomo, lo avrebbe schiacciato e reso schiavo… non sono andati molto lontani, perché effettivamente la nostra creazione più grande ci sta uccidendo lentamente e non è la macchina, né l’acciaio né il circuito di una scheda madre; una catena molecolare ci sta uccidendo, un fottuto polimero a base di carbonio che si inserisce nelle nostre palle e nelle placente ci massacra in un lento e inesorabile genocidio dell’umanità. Come in una versione del Re Mida, ogni cosa che tocchiamo la rendiamo plastica.

IO ODIO LA PLASTICA.

IL MIO ODIO CRESCE, MA NON HA UN DESTINATARIO

Non so con chi incazzarmi, quindi mi incazzo con me stesso. Questo stato depressivo lo curo con piccoli piaceri della vita, con apparente disinteresse, o nascondendo nella mia damigiana ciò che non vorrei mai dire ad alta voce con i miei colleghi.

Io contribuisco allo sfacelo del mondo, sono responsabile tanto quanto tutti. Il mio odio cresce, cerca di addossarsi contro i governi incompetenti, contro chi non capisce un cazzo o contro il mio gatto (tante coccole aiutano a calmarsi). Alla fine l’unico destinatario sono io. Mi sento come in un gruppo Whatsapp in cui ci sono io e il mio secondo numero e mando messaggi a me stesso. La ricerca dell’utopia della macchina ha prodotto una generazione di idioti che non sanno con chi incazzarsi; e mo’ che fare? Boh, io sollevo pesi per calmarmi e aspetto, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire. Ormai è chiaro che non c’è più ricerca dell’individualità, forse una delle preoccupazioni più grandi di Jung. È diventato difficile poter sviluppare un carattere originale quando sei visto come un animale che reagisce in base a cosa ti viene mostrato su internet; e or non importa quanto tieni al tuo DNA, qualche tuo parente coglione si è fatto il test per sapere se i suoi antenati padani erano Galli oppure coloni Latini e non è chiaro come verranno gestiti questi dati in futuro (vi consiglio un video di Veritasium a riguardo).

Quando raggiungemmo il picco dei contagi nella prima ondata ho passato solo una settimana a casa, ma ho avuto comunque modo di riflettere su ciò che succedeva in quei giorni, nuotavo nel mio limbo personale tra casa mia e il mio orto (non crebbe una sega quella stagione). 

Ad oggi ho capito solo che lo Stato è fatto di incapaci, la democrazia è un’utopia e un giorno crollerà portando Dio solo sa cosa, è bastato un virus minuscolo per portarci ad una psicosi di massa, ma soprattutto ho scoperto che sono in grado di sollevare 140kg di stacco dopo quattro mesi di allenamento. Assurdo, non è vero?

Secondo la descrizione del psichiatra Amon Guss, la meccanopatia si manifesta a seguito di una dipendenza dall’uso eccessivo dell’industria. Una società meccanopatica è in grado di accrescere la propria produzione industriale con risultati positivi nel breve termine ma su un periodo continuato porta alla dipendenza cronica; gli effetti sono vari tra cui l’affaticamento psicologico, la depressione, la mancanza di coesione sociale e di individualità e asfissia da controllo mediatico.

In quanto meccanopatici, siamo tutti sulla stessa barca e i meme da e-girl sull’essere depressi non aiuteranno ad evitare di affrontare il Gollum che abbiamo dentro, un poraccio che non può più di essere guidato dagli istinti e dalla dopamina.

Tutto questo per dirvi cosa? Che sono anarchico? Non penso. Scettico del Futurismo? No, ma non sono un vecchio di merda, chiamami neo-futurista che è più figo (aggiungete un po’ di Synthwave in sottofondo, grazie). Depresso? Se ho un problema chiederò al mio confessore. Per il resto percorro la vita con l’incertezza davanti, una telecamera che mi guarda il culo e Jeff Bezos che vende a Facebook la mia ricerca su due piatti di 25kg in ghisa a 241 euro (ora a 254, mannaggia pure all’inflazione).

La pandemia mi ha reso più scemo, mi ha fatto evolvere dalla curiosità di conoscere alla volontà di ignorare e di concentrarsi nel proprio mondo fatto delle piccole cose, della famiglia, di amici, di piaceri (come dare da mangiare alle galline e giocare con il gatto). 

La pandemia mi ha reso scemo perché chi va in palestra lo fa per avere dei risultati e provarci con la tipa che piace o per prepararsi per l’estate… io l’ho fatto per il meme, per il White Boy Summer, per il “Post Physique”, per poter flexare come Arnold (e so bene che non ci riuscirò), ballare la tecno come nei video di Zyzz, per silenziare un attimo il mondo tra uno stacco e l’altro.

La pandemia mi ha reso scemo perché nonostante le cose vadano male ho imparato ad ignorarle, ho preso atto delle cose e riconosciuto l’impossibilità di cambiarle; il navigare nella quiete dell’ignoranza lontano dalle cose del mondo è diventato piacevole. Non mi interessa se così verrò riconosciuto come “bravo cittadino #1488” che accetta le cose, io so chi sono e ignorare tutto il resto mi ha portato solo che benefici. Voi potreste chiamarlo stoicismo, centrismo, boomerismo grigliatico, io lo chiamo Brazorfismo:

sono ignorante perché ignoro. Me ne frego.

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