PER UN VERO STATO DI EMERGENZA, MA ANCHE NO!

PER UN VERO STATO DI EMERGENZA, MA ANCHE NO!
Altro che ribelle o rivoltoso. l'italiano è l'eterno deus ex machina del pomeriggio che è l'Italia: sonnacchioso, tenace, fallibile dio.

Muto come roccia, il cittadino italiano si erge sul deserto pomeridiano che sono le sue giornate. Il tedioso e stanco pomeriggio dal capo chino all’imbrunire è in verità ciò che meglio rappresenta il suo Paese. L'Italia è un pomeriggio, nonostante gli strilli e strepiti di chi vorrebbe le masse in mobilitazione.

Una mobilitazione obbediente, ovvio. Gentile, coraggiosa, altruista. Una mobilitazione drammatica, senza dubbio: la tragedia si confà alle emergenze. E dopotutto i toni di guerra servono a questo. I toni di quei sacerdoti sacrissimi che vorrebbero agitare, scuotere le fondamenta del Paese, o avere qualche invito in più alle tv di Stato,  per risvegliare in ogni uomo e donna la militanza. Circoncisa, chiaramente, e indirizzata, in modo che essa sia innocua. Le sue frustrazioni dirette contro la massa stessa, o addirittura accomodanti verso chi il potere lo detiene oltre ogni dubbio.

Una rivolta teleguidata, rinfocolata a ogni conferenza stampa, a ogni comunicato, a ogni sipario aperto nei talk show. E il profilo dei ribelli-militanti-insorti-patrioti-giustizieri è quello dei più osservanti delle prescrizioni, dei più ligi ai decreti, quei blocchi di pietra che fatalmente attendono, all’imbrunire del pomeriggio, il programma televisivo con le nuove indicazioni da seguire e con siparietti atti ad attizzare la furia canuta verso nuovi idoli blasfemi.

Dove sta dunque, lo stato di emergenza? Non quello dichiarato dallo Stato, per carità, che è più una coperta sfilacciata per coprire le sue deformità, ma quello proclamato dal singolo cittadino? Dove stanno gli attimi febbricitanti, la forza strabordante, i flutti tuonanti di parole appassionate, i fulmini imprevedibili delle vere mobilitazioni? L’istante caotico, folle, in cui è racchiusa la battaglia e che precede il silenzio della vittoria… o della morte?

Lo staterello di emergenza odierno è stato comatoso, nato per preservare, per gestire il tempo, per schermare il potere, e i suoi più accesi miliziani sono quelli che più temono la morte… e la vita. Noi invochiamo la vera Emergenza, quella che sfida, che rovescia il tempo e il potere, che dileggia le rovine pomeridiane della quotidianità. Una stoccata all’eternità, orgasmo potente che sconvolge piani vaccinali, restrizioni, pianificazioni di riaperture, scalette programmatiche, riunioni d’emergenza… Per una vera Emergenza, per un vero Stato di Emergenza!

Ok …mi avete beccato. Fottuto romanticismo, esistenzialismo, futurismo… fottuti ismi! Mi hanno fottuto il cervello. Penserete a una overdose di lirismo, un po’ di ismi frullati in vena in un periodo in cui non si fa altro che meta-forarsi, tra funghetti iperbolici e acidi di poliptoti… Dio! Probabilmente non avrete mai visto così tanti intellettuali da cui scegliere dal mazzo, neanche nei tempi d’oro, cioè fino a ieri, dove qualcuno in effetti leggeva le stronzate che trovava sotto forma di centrifughe di parole. Oggi ci si districa in un bosco fitto dove ondeggiano le gigantesche calotte craniali di Gramellini, Aldo Cazzullo, Recalcati e… Dio benedetto! 

Ebbene non fatevi ingannare. Non fatevi abbindolare dalla prosa gonfia del sottoscritto! Continuate a navigare… piuttosto seguite quel bastardo di Odisseo. Dannati ismi… ormai mi vedo i piedi con gli artigli uncinati e due ali ruvide dalle piume di ferro.

Quando svaniscono i fumi delle allucinazioni, mi vedrete infatti (molto) a lato della battaglia tanto invocata e invece delle frecce lancio parole spuntate, idiozie imbellettate che servono a spronare gli uomini al massacro. Vi prego, morite, crepate per il bene della collettività, che essa non ha il coraggio di affondarvi un pugnale tra le costole! E probabilmente vedreste bene.

Schiere angeliche di aureole e auree (noleggiate alle pompe funebri) che battono in costante affannosa ritirata dai pendii che un tempo discesero con orgogliosa sicurezza.

Dannazione! Questa l’ho presa (più o meno) da Armando Diaz.

Dunque non credetemi, passate oltre. Perché in fondo va bene così. Se l’Italia è un pomeriggio, l’italiano è il suo deus ex machina: sonnacchioso, tenace, fallibile dio. Lasciate perdere la rivoluzione, l’emergenza… non c’è soluzione migliore di quella che si trova già in casa. Che si fotta lo Stato di Emergenza, le misure drastiche, i vaccini obbligatori… cazzate! Ogni italiano è uno Stato a sé. Ogni italiano è presidente a se stesso, e quello che siede là da qualche parte nel palazzo del Quirinale (per non parlare di quello nel palazzo dei Chigi) ha l’unico potere di diventare la base di qualche meme o di essere il destinatario dell’affetto che si prova per un nonno un po’ rincoglionito. Perché qui in Italia amiamo i nonni. Ma sto divagando.

In ogni caso il gigantesco Leviatano può fottersi. E anche Hobbes di conseguenza. Le italiche genti sono fatte per autogestirsi, sopravvivendo, adattandosi alle mutevoli carte politiche dello Stivale. E che cazzo… l’ultima volta che non ci fu l’anarchia fu quando Giustiniano (a.k.a. Belisario) stava per inchiappettare Teodato per aver fatto uccidere Amalasunta. 

Quindi non c’è bisogno di nessun vero stato di emergenza, perché per l’italiano lo è sempre. Per ogni misura, regola, decreto egli ne ha già adottata un’altra uguale ed opposta, l’ha già fatta approvare dal parlamento familiare e l’ha messa in pratica. 

Dovremmo cominciare a togliere al termine “efficienza” ogni reminiscenza di economia per provare a spiegare quel mistero che si consuma ad ogni nuovo psicodecreto nell’eterno pomeriggio peninsulare: il nulla assoluto. 

Ovvero tutto, nei fragili, porosi limiti posti dagli odierni azzeccagarbugli, illudendosi di piegare, circoncidere, indirizzare, forgiare nella dura emergenza un nuovo popolo, guerriero ed osservante (cosa che neppure il fascismo è riuscito a fare).

Dimenticandosi ogni qual volta di avere di fronte milioni di sovranità indifferenti pronte ad inghiottire qualsiasi cosa e a proseguire dritte. 

Dimenticandosi che l’Italia è un pomeriggio e l’italiano il suo eterno deus ex machina: sonnacchioso, tenace, fallibile dio.

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