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Quel matto in culo di Land

Quel matto in culo di Land
Nick Land ha parlato qualche anno fa come un profeta, ma le sue previsioni non si sono ancora eusarite. Democrazia e tecnocapitalismo, con un pizzico di razzismo. Sappiatelo: non ci sono vie di mezzo. Tutto è ormai troppo veloce, o si è scimmia o si è cyborg. O si è Ted o si è Nick.

Chi è Land?

Iniziamo dal principio. Brillante studente, pronto per una carriera a Warwick. Il rischio di soia è altissimo, l’accademia britannica ne è piena. Nick però non si scoraggia e, con una cattedra, a metà anni ’90 dà il via ad un progettino folk: il CCRU. Un’avanguardia nella ricerca filosofica. Mix di riferimenti pop, magia, ecstasy e arte. I loro paper sono oscuri e cripitici e tale è lo stile anche dei primi scritti di Land. Quelli che trovate in Fanged Noumena, tradotto dai tipi della Luiss. Perché sì, a forza di psicofarmaci questo noumeno è stato totalmente infranto. Tra le imprese nobili da ricordare: ad una conferenza Land si stese a terra e iniziò a fare versi con il microfono. Maestro.

Ma le anfetamine fanno viaggiare, scoprire nuovi mondi, letteralmente. Così, in un trip dei suoi Land la vide: la Cina. E la fine del capitalismo. L’aveva vista, non poteva più essere indifferente.

Non c’è che dire, ha iperstizionato. E quindi è fuggito in Cina, al soldo del partito. A rimuginare tutto quella filosofia continentale che ha studiato e con mezzi analitici godendo della caduta dell’Occidente, iniziando ad accumulare credito sociale attraverso tweet razzisti.

In tutto questo diamo per scontato la nascita dell’accelerazionismo, di cui è il padre.

Accelerare qualsiasi processo di distruzione

Ormai, sembra essere più che il suo motto il suo stile di vita.

Overanalizzare la liberaldemocrazia

Avete presente la teoria del ferro di cavallo? Ecco, Land si muove su un percorso politico che assume la forma della calzatura equina, ma sul political compass. Praticamente vorrebbe essere talmente lib-right che finisce per essere al picco dell’auth-right. E lui questo lo ha capito, non fa nemmeno troppo finta di nasconderlo. Distrugge dunque senza troppe remore il mito contemporaneo per cui libero mercato e democrazia non possano fare a meno di andare di pari passo (come se non bastassero gli esempi storici a nostra disposizione). Tra le due Nick sceglie un libero mercato non frenato dalle zavorre dei gruppi disagiati e dell’etica progressista attuale, semplice evoluzione non meno opprimente dell’etica più puritana del protestantesimo, un libero mercato che contagi anche gli stati, intesi da Land come imprese che forniscono beni e servizi in competizione tra loro. In questo modo, dice Land, gli stati sarebbero portati a sviluppare sempre di più le loro potenzialità in ambito tecnologico proiettandoci in un’epoca di città-stato ultratecnologizzate gestite da un consiglio d’amministrazione ed un CEO. Insomma, chi investe nel progetto-città la governa, il resto degli abitanti, pagando otterrà i suoi servizi come un cliente ed uno in particolare da cui Land sembra essere ossessionato: la sicurezza. Ecco che il pensatore post-postmoderno per eccellenza di fatto torna a risolvere lo stesso problema che Hobbes aveva risolto teorizzando quello che sarebbe un giorno diventato lo stato moderno.

E il grande valore della democrazia? E chi non si può permettere di vivere in queste dispendiose tecnometropoli? Beh della democrazia a Land frega poco, di fatto la riduce ad un metodo intrinsecamente populistico che permette ai politici di amministrare un patrimonio statale che non gli appartiene ed elargire generosamente sussidi a chi non li merita in cambio di voti, per un’ideologia (quella dell’uguaglianza, della fratellanza e tutte ste robe da rivoluzione francese) che si è dimostrata dannosa e andrebbe spazzata via da un nuovo illuminismo, stavolta oscuro, come dice il titolo della sua opera.

Per quanto riguarda i più poveri invece, tanto meglio: alla fine di solito sono negri, una categoria per cui Nick non dimostra grande simpatia, e come ben sappiamo, despite making up only 13% of the population…

Il futuro che ci meritiamo

E infatti la questione razziale è centrale nelle tesi di Land. Si potrebbe dire che abbia previsto molto. Se da una parte in Italia tutte queste lotte sul razzismo si riducano in piagnistei inutili ed eminentemente di facciata, dall’altra parte dell’Atlantico le cose sono ben diverse. Nel 2013 da Shangai quest’inglese aveva visto abbastanza, grazie alle sue frequentazioni online e la lettura di diversi blog (che potremmo definire “suprematisti”) Land ha estrapolato un paradigma e ne ha descritto le conseguenze: Trump e George Floyd.

L’attenzione, infatti, si concentra sui cracker, bianchi poveri, che sempre più sentono la pressione di un sistema che li vuole fare fuori – la Cattedrale, ovvero (((loro))), progressismo e multiculturalismo. Non a caso poi si ritrovano tutti insoddisfatti a votare per un candidato fuori dagli schemi e asistematico come Trump che per l’Alt-Right è diventato un simbolo. La Cattedrale che vede, nel 2016, perdere una battaglia molto importante: la presidenza Americana. Trump trionfa e con lui sembra arrivare finalmente una ventata di aria nuova, fresca, bianca e con un pizzico di razzismo.

Ma la storia non finisce qui, infatti Land è profeta: qual è il vero problema irrisolvibile alla radice? La questione razziale. È la guerra civile che è finita unicamente militarmente, ma non nella cultura e nella realtà.

Perché la realtà non è meritocratica e finché si proverà a forzarla non si arriverà da nessuna parte.

Le tensioni tra bianchi più istruiti, che abbandonano le città per via dell’alto tasso di criminalità e di n-persone, e neri che si ghetizzanno sempre di più, prima o poi porterà ad un’escalation di violenza e disordine. Così è avvenuto l’estate scorsa con i BLM per George Floyd, pretesto per screditare il fu presidente Trump e arrivare ad una situazione di semiguerra civile negli States, fino al presunto broglio di Biden e l’attentato al Campidoglio, probabilmente organizzato con qualche aiutino dei federali. Negrossi che si pijiano la zona e bianchi che si ritirano in campagna, perché sono stanchi e meritano un po’ di pace, se la possono permettere.

Non è importante la violenza in sé , il vero problema è l’ipocrisia sottesa a tutto il sistema. Stiamo vedendo una bomba ad orologeria che dà i primi segni di esplosione (o meglio implosione) non si potrà stare tranquilli finché non si sarà risolto una volta per tutte: bianchi, neri e ispanici. Perché spesso queste ultime due categorie risultano essere parecchio pesanti e poco pensanti. Per Land non rimane che aspettare la spinta del mercato, e una seconda Dixie sorgerà per contrastare i miti della Cattedrale e per far riprendere al capitale il suo corso continuando l’accumulo. Ormai le voci sono quelle di un sistema di zombie e la via d’uscita più plausibile è la chiusura dell’orizzonte occidentale come lo conosciamo tramite una guerra civile, che solamente chi si prepara meglio potrà vincere.

Come giustificare una prospettiva di questo tipo? La contraddizione della cattedrale è evidente e le bugie hanno le gambe corte, soprattutto se possono costare milioni di dollari ad aziende privati e agli USA in generale. Siamo in stato terminale: il gioco è finito.

Punti di fuga: Ted vs Land

È ormai evidente come oggi Land sia uno tra i massimi riferimenti culturali contemporanei per i movimenti e i le pagine di shitposting antiliberali, utilizzato ampiamente a destra ma anche riconosciuto come padrino dalla sinistra di impronta accel, e con addirittura dei primi segni di rilevanza anche in ambito accademico (Collasso, la sua prima raccolta di scritti è stata tradotta in italiano dalla casa editrice di quei liberaloni confindustriali della Luiss), ma tra i giovani mematori assetati di violenza si deve fare i conti con una nemesi dall’oscuro passato, un uomo con la testa ancora più devastata di lui: stiamo parlando ovviamente di Ted Kaczynski, in arte Unabomber: un tempo solo uno dei tanti strani casi di cronaca nera che gli USA sanno regalarci, oggi sempre più un pensatore con i controcazzi, con un dono della profezia che compete con quella del Nick.

I due hanno teorizzato rifugi di natura opposta per problemi estremamente simili: entrambi hanno in odio quella liberaldemocrazia venata di marxismo culturale, che Unabomber vedeva nel 68 e Land nei nostri tempi faticosi; entrambi provengono da un ambiente accademico in cui sono considerati dei giovani prodigi, ma finiscono per sentire la necessità di fuggire il più lontano possibile da quell’ambiente alfiere del pensiero “desinistra” che aborrono. Ted fugge nei boschi; Nick in Cina. Uno, come recita l’ormai celebre post-ironico slogan, “Ritorna al monke”, rifiuta la tecnologia, strettamente legata, forse madre del conformismo da cui si vuole liberare. L’altro invece scopre le tecnomegalopoli dell’oriente più occidentalizzato e si tuffa in un presente che è molto vicino ad un futuro, forse distopico, tuttavia comunque il più auspicabile, perché capace di lasciarsi indietro i germi dell’egualitarismo e della democrazia. Da una parte diventare cyborg, dall’altra riscoprire le gioie più primitive dell’uomo. Stretti tra questi due poli, ma senza dubbio tendenti verso il primo: la struttura landiana è già un futuro prossimo, pronto a sfociare nel presente; ma chissà se dietro al passatismo estremista di Unabomber non si paradossalmente nasconda un futuro estremamente remoto.

Oggi ognuno di noi è chiamato a questa scelta. Sono finite le dicotomie destra/sinistra, capitalismo/comunismo e conservatorismo/progressismo.

Il virtuale è la nostra nuova realtà, o almeno pretende di esserlo.

Non più solo uno strumento da utilizzare a proprio piacimento e con “responsabilità”, ma una nuova frontiera da esplorare financo nei suoi angoli più oscuri. Un nuovo stato di natura, di cui ognuno vuole accaparrarsi un pezzo.

Non ci sono vie di mezzo, perché il mezzo è totalizzante. Quittare o embraceare tertium non datur.

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