QUESTE CAZZO DI FESTIVITA': UN NATALE AL BLASTICO

QUESTE CAZZO DI FESTIVITA': UN NATALE AL BLASTICO
Lettura boomer
Domani sarà Natale. Da fine novembre le autogru bloccano le strade per montare le luminarie: uno spreco di soldi pubblici e risorse per l’appagamento di futili bisogni borghesi.

Per il resto dell’anno non guardo la televisione, ma sotto Natale mi tocca la mia dose periodica: Il Grinch (animale totem dal 2000 AD), Una poltrona per due, Elf, Jack Frost, Miracolo nella 34^ Strada, Il Canto di Natale di Topolino, Parenti Serpenti, Nightmare Before Christmas. E poi i miei preferiti: Mamma, ho perso l’aereo e Die Hard – Trappola di Cristallo.

Mi sono chiamato Esplosivo al Blastico: mi dovrà piacere per forza un film con tante esplosioni, penserete. Sicuramente, ma io amo Die Hard (1988) poiché ogni volta che lo guardo l’uomo moderno che sono si scinde per risolversi catarticamente sul grande schermo: la mia educazione cattocomunista emiliana si identifica con il perbenismo borghese di John McClane (Bruce Willis), che vuole il suo bel Natale in famiglia, ma se proprio proprio gli tocca menare la gente è meglio che siano tedeschi. Nulla di tutto questo: il mio io nascosto e bestiale si identifica con l’antagonista.

Il personaggio più iconico di Die Hard è infatti Hans Gruber (no, lei non c’entra nulla), interpretato da uno splendido Alan Rickman (che ricordo per il basatissimo Metatron in Dogma (1995) di Kevin Smith, e non per il banale Piton/Snape in Harry Potter: fatevi un favore, recuperatelo). Gruber è un anarchico pre-riunificazione tedesca, che però viene rappresentato come un criminale unicamente interessato ad estorcere vil denaro ai giapponesi. Una convincente versione edulcorata della Banda Baader-Meinhof, complementare antagonista del mediocrissimo borghesotto-poliziotto (un “mazzasett struppìa quattordes”, direbbe nonna), lo 007 servo del sistema. L’unico poliziotto con cui simpatizzavo in quel film era Al Powell (Reginald VelJohnson), il poliziotto nero che vuole andare a casa (e non menare altri neri, ma questo non lo dicono nel film)

Se avessero dipinto Gruber realisticamente, come un membro della Banda Baader-Meinhof, forse la classica et americanissima dicotomia buoni-cattivi non avrebbe retto il colpo, e oggi ci sarebbero più Hans Gruber in questo mondo. Peccato. Ma se state leggendo ilBlast.it, per voi c’è una speranza.

Forse.

L’altro film che amavo tanto era Mamma, ho perso l’aereo (1990). Non per ragioni narrative, né per simpatia verso quel pazzo sgravato di Macaulay Culkin. Ero affascinato dalla capacità di adattamento ingegneristico del piccolo Kevin McCallister, un vero self-made-man dalle sfumature folli ed anarchiche. Guardandolo oggi (da 1h08’ ca.), Mamma, ho perso l’aereo sembra più un capitolo di John Wick o The Equalizer: è la celebrazione dello spirito americano, nella sua doppia valenza di violenza programmatica e culto cristiano. Il piccolo Kevin va in chiesa, ascolta i canti, si confessa, dà consigli ad un vecchio con cui spartisce la fatica di condividere una famiglia (sic!), quindi torna a casa, dove seguendo l’americanissimo comandamento della proprietà privata (“questa è la mia casa: devo difenderla!”), congela appositamente i gradini degli ingressi, dispone macchinine e giocattoli come fossero punte di una trappola vietnamita, appende il ferro da stiro e arroventa le maniglie, sparge la pece e prepara le piume (qualche western di troppo? chi sa sa), infine benedice “questo piatto di maccheroni scaldati al microonde e quelli che glieli hanno venduti”. Non fosse stato un film “per famiglie”, avrebbe utilizzato anche acido e mine antiuomo. Quando arrivano gli anti-Babbi-Natale, è la volta di un fucile (ad aria compressa!) puntato precisamente sui loro testicoli. Mentre i malfattori si rendono progressivamente invalidi, Kevin esulta per la riuscita del suo piano di difesa: tante risate per tutta la famiglia, insomma.

Ero piccolo, assuefatto a questa iper-violenza da cartoni animati, ma soprattutto affascinato dall’astuzia ingegneristica del piccolo McCallister, un genio per la capacità di danneggiare nella maniera più efficiente possibile: nessun preparato ACME, ma solo bricolage ingegneristico ed anarchico.

Mi aveva contagiato il morbo per l’ingegneria dell’omicidio che mi avrebbe perseguitato per il resto della mia vita. Una decina d’anni dopo, infatti, grazie ad un amico di orientamento sinistroide extraparlamentare, scoprii le meraviglie della scienza e della tecnica: The Anarchist Cookbook, un manuale per la guerriglia urbana e anarchica scritto da William Powell, recalcitrante recluta per il Vietnam. Come dargli torto: se devo sparare e tirar bombe, meglio farlo per ragioni che dico io, contro il sistema, non schiavo di qualche politico che non imbraccerà mai un fucile.

La storia dell’Anarchist Cookbook (1971) è quella di un manuale costruito da un pazzo sgravato, che ha trascorso mesi di ricerche in biblioteca per riunire competenze di chimica, ingegneria e bricolage, quindi metterle al servizio dell’anarchico alfabetizzato più vicino. Che comunque non è scontato. Powell aveva 19 anni quando scrisse questo eterno bestseller della controcultura, lo presentò a Lyle Stuart – gestore di un casinò a Las Vegas, gamblizzaPer il resto dell’anno non guardo la televisione, ma sotto Natale mi tocca la mia dose periodica: Il Grinch (animale totem dal 2000 AD), Una poltrona per due, Elf, Jack Frost, Miracolo nella 34^ Strada, Il Canto di Natale di Topolino, Parenti Serpenti, Nightmare Before Christmas. E poi i miei preferiti: Mamma, ho perso l’aereo e Die Hard – Trappola di Cristallo.rdo appassionato di editoria (!) – e lo pubblicò. Un libro necessario probabilmente, che se non avesse scritto Powell avrebbe scritto qualcun altro; un libro “non per bambini né deficienti”; un libro “per anarchici – coloro che si sentono in grado di disciplinare se stessi” (dalla Prefazione dell’autore). Powell ha in seguito sconfessato questo capolavoro, in quanto “ispiratore dei fatti di Columbine”. Eppure aveva detto che il testo non era per bambini, né per deficienti.

Oggi Powell è morto da diversi anni – è mancato per un infarto nel 2016 – e il suo libro è ancora in vendita su Amazon (sic!), ma al di là del reperto archeologico, della fotografia dell’epoca in cui è stato scritto, bisogna riconoscere a Powell di aver agito inconsapevolmente come un intellettuale organico: fornendo alle classi sociali inferiori strumenti per orientarsi nel mondo, difendersi ed emanciparsi.

Tuttavia, se mai dovesse accadere qualcosa, non dirò che era per nobili cause né per vocazione, ma solo per noia ed irritazione.

Oggi quelle nozioni sono più che superate, quasi pericolose. Leggerlo provoca comunque un brivido: è il romanzo di un’avventura mai consumata, cristallizzata nella sua epoca, perfetta ed immutabile in quanto vivente nella pura immaginazione del lettore. Eterna.

Per questo l’internet pragmatico ha deciso di fornirci una versione espansa e aggiornata di questo prontuario per scherzi altamente esplosivi: The Anarchist Cookbook 2000, firmato da “The Jolly Roger” e prefato da Benedetta Parodi. L’ho sfogliato e riletto negli anni del liceo, e più che un libro sembra una poderosa enciclopedia clandestina: la testimonianza che non occorre essere al servizio di colossi dell’editoria o altre major per produrre splendida et disinteressata cultura.

Ma non è l’unico volume che l’internette ci regala per imparare a fare le bombe:

abbiamo un generico manuale per terroristi:

un opuscolo maturato nell’esperienza irlandese:

la fortunata serie The Poor Man’s James Bond (spopolava prima dell’avvento di YouTube):

i manuali pensati specificamente per i mujahideen, rispettivamente su esplosivi e veleni:

un classico del genere, precursore del libro di Powell sotto alcuni aspetti – The Mini Manual of the Urban Guerrilla:

e per finire col sorriso, un manuale dal nome simpatico – The Big Book of Mischief:

Abbiamo manuali per bombe, esplosivi, droghe e veleni, maturati in ambienti cattolici e musulmani, validi sia per la sinistra che per la destra, intra ed extra parlamentare. Bombe per tutti: l’arco parlamentare ed etnico è completo, nessuno si senta escluso.

Cosa farne quindi di tutto questo ben di Dio?

Ho visto spuntare ovunque delle luminarie del cazzo, abeti con l’unica colpa di essere belli e rigogliosi, strappati al loro compito di darmi l’ossigeno per divenire il simulacro di un nuovo culto idolatrico: il Natale.

Io credo fermamente in un anarco-cristianesimo che con questa paganità iconofila nulla ha a che fare. Sono iscritto al SSN e non intendo rinunciarci, quindi pagherò le tasse, ma se i miei soldi andranno a fomentare le derive capitaliste di questa festività, beh, vostro onore, penso di dovermi opporre. E la mia voce non sarà sola quando il mondo vedrà il volto della propria mediocrità.

Ho visto pini sradicati e portati in processione per celebrare “il Cristo” (ma dov’è? la Chiesa tace su queste celtiche usanze: codardi), ho visto luminarie accese ore ed ore per kilometri in tutta la penisola la cui luce inondava i manifestanti dei Fridays For Future, ho visto i negozi riempirsi di suppellettili rosse bianche e verdi in scadenza a fine dicembre, ho visto panettoni “gourmet” a >€10 tirati dietro ai clienti dopo Santo Stefano. Un tradimento permanente del senso del Natale.

Dal momento che i regali mi piacciono assai ho deciso di dare sfogo alla paccomania seguendo l’esempio del padre spirituale Theodore “Ted” Kaczynski, che quest’anno ci manca particolarmente. Amo la magia del Natale, amo fare i pacchi, scartarli e spedirli, e con questo spirito vi invito a riscoprire la magia del vero Natale: fate un favore a voi e al mondo, regalate(vi) un pacco bomba uno splendido libro sulla storia dell’anarchismo militante. Ma non scherziamo: questa non è una call to action, è anzi un invito alla lettura (non si legge mai abbastanza, signora mia!), alla curiosità e alla continua formazione.

Tuttavia, se mai dovesse accadere qualcosa, non dirò che era per nobili cause né per vocazione, ma solo per noia ed irritazione.

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