Referendum e Rappresentanza, una riflessione

Referendum e Rappresentanza, una riflessione
"Piove? Governo ladro! Cassazione bugiarda! Parlamentari bastardi!", ma quand'è che il cittadino aprirà l'ombrello?

Le bocciature ricevute dalla Consulta alle iniziative referendarie ci costringono ad alcune osservazioni circa la politica italiana e al rapporto cittadini-governanti. Non ci interessa analizzare come e perché la Corte costituzionale, trovando “il pelo nell’uovo”, abbia bocciato i quesiti referendari relativi ad Eutanasia e Cannabis, ma riflettere sulla distanza che progressivamente si sta trasformando in frattura tra cittadini e classe dirigente, tra rappresenti e rappresentanti.

Il referendum è da sempre l’espressione democratica per eccellenza, la radice che permette a noi contemporanei di rivendicare (con una retorica tanto vuota quanto insulsa) affinità politica con Atene più che con Sparta. I referendum hanno scritto grandi pagine di storia politica italiana, dal referendum sulla repubblica/monarchia alla grande stagione referendaria di anni 70/80 fino al 2011, i cittadini sono stati resi partecipi di grandi decisioni circa i diritti civili e politici: divorzio, aborto, finanziamento pubblico ai partiti, ordine pubblico, nucleare… sono tutti eventi che hanno segnato la politica italiana cambiando profondamente lo Stato. Da anni a questa parte invece i cittadini vengono esclusi dalle decisioni politiche, o almeno vi è una sistematica tendenza a non ricorrere allo strumento referendario per tematiche civili.

Sarà forse che i diritti civili sono già
stati definiti nelle grandi
stagioni referendarie del passato?

La selezione dei quesiti referendari attuata dalla Corte Costituzionale qualche giorno fa ha messo in luce un progressivo slittamento della materia referendaria verso un esasperante tecnicismo riguardante CSM, separazione delle carriere e valutazioni dei magistrati, questioni ovvero che ben poco interessano ai cittadini che non hanno adeguate competenze per poter assumere una posizione (tra l’altro le questioni tecniche riguardanti i quesiti sulla riforma della giustizia sono già contenuti nella discussione parlamentare proposta dalla ministra Cartabia, non si capisce perché se già se ne sta occupando il parlamento sia necessario smuovere i cittadini su questioni che oltre a non capire, sono loro di scarso interesse). Mentre questioni civili come eutanasia e cannabis, su cui i cittadini chiedono da decenni interventi legislativi venendo ignorati sistematicamente dal parlamento, al punto da dover ricorrere all’iniziativa referendaria per scavalcare l’inefficiente mediazione parlamentare, vengono etichettate come inammissibili dalla Corte Costituzionale, sulla base di un’incomprensione nella stesura del testo definita dallo stesso Giuliano Amato (Presidente della Corte Costituzionale) un “pelo nell’uovo”.

Cosa possiamo
trarre da queste ultime
vicende politiche?

La frattura tra classe dirigente e cittadinanza è sempre più ampia, al punto che è ormai innegabile che l’Italia stia attraversando una crisi di rappresentatività nel suo modello di politica partitica: già il fatto che i cittadini abbiamo dovuto scavalcare il parlamento e ricorrere ad una proposta referendaria, per sperare in una decisione politica su quei temi è sintomo di crisi politica della rappresentanza.
Considerando poi come la raccolta firme per i due referendum, che ha riscontrato numeri partecipativi mai visti finora (ovviamente anche grazie all’ausilio tecnologico della firma digitale), sia stata promossa da partiti ed associazioni che non sono presenti in parlamento o che al massimo arrivano al 2% (Partito Radicale, Più Europa, Associazione Luca Coscioni, Meglio Legale…) si mette in luce una crisi politica ancor più evidente: se un’entità politica rappresentativa del 2% dei cittadini riesce ad ottenere una partecipazione politica così ampia, riuscendo in poco tempo a raccogliere 1,2 milioni di firme per l’eutanasia e 500 mila in una settimana per la cannabis, significa che qualcosa nel meccanismo rappresentativo si è inceppato.

Nessun grande partito si è schierato a favore della campagna referendaria; eppure, i cittadini rappresentati da questi partiti hanno preso posizione senza che i loro rappresentanti riuscissero ad intercettare i loro interessi politici. 

Per le due materie referendarie sono decenni che il Parlamento non riesce a incontrare le spinte dal basso, confermando come l’autorità derivante dalla legittimazione rappresentativa ormai non rispecchia più i suoi principi. Il fallimento delle proposte referendarie ci mette davanti all’esigenza di ripensare la politica a partire dal dispositivo di rappresentanza, evidentemente insufficiente nell’attuazione dei suoi scopi.

La rappresentanza chiama necessariamente in causa il meccanismo di produzione dell’autorità politica: dal momento che in Italia il cittadino è sovrano e detiene il potere di legittimare il rappresentante, se il meccanismo di consenso e cessione di autorità dal rappresentato al rappresentante non funziona più, come dimostrato dai recenti eventi, il rappresentato deve pretendere la restituzione dell’autorità conferita al rappresentante, che deve essere deposto poiché la sua figura, non essendo più in grado di intercettare il volere popolare, non ha più senso di esistere.

Sta al popolo sovrano, una volta ritirata l’autorità conferita al rappresentante, decidere se sia sufficiente consegnarla ad un nuovo rappresentante all’altezza di soddisfare la volontà popolare, o se sia necessario trovare nuove forme di esercizio del proprio potere che non passino per l’autorizzazione rappresentativa. Il futuro ci porrà davanti a questa scelta costringendoci a prendere posizione: solo il sovrano potrà decidere che strada prendere.

Tuttavia, l’inazione del sovrano fa parte dello specchio di possibilità, la decisione di mantenere il meccanismo di autorizzazione anche se non più rappresentativo costituisce il rischio che la cittadinanza non abbia la capacità, o la volontà, di ritirare l’autorizzazione. Si finirebbe così per mantenere una classe politica non più rappresentativa solo perché manca la spinta a pensare ad un’alternativa, il dispositivo politico viene così paralizzato nel continuo adempimento di forme governamentali che non rispecchiano più la volontà popolare.

Evitare questo rischio deve essere il primo compito del cittadino sovrano. L’unica condizione che, una volta ripreso il potere, ci permetterà di trovarci di fronte alla possibilità di rideterminare la nostra dimensione politica è smascherare una classe di rappresentanti interessata solo al mantenimento della propria posizione di dominio. Il rischio che siano i cittadini a non interessarsi della politica è alto, ma dato che convincere il popolo sovrano di questo fa parte degli intenti di una classe politica non più rappresentativa, incolpare il rappresentato della condizione politica in cui imperversa lo Stato diventa il modo per giustificare una politica che non riesce, o non vuole, interessarsi alla volontà dei cittadini.
Solo il coraggio di scrollarsi di dosso questa condizione ci permetterà di ripensare la democrazia dandoci la spinta per determinare un futuro autenticamente politico, riprendendoci l’autorità che ci spetta.

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