Rovelli alla Fiera dell'Ovest

Rovelli alla Fiera dell'Ovest
Rovelli censurato dallo Stato per aver avuto divergenze sulla guerra ucraina. Ma la colpa è di come son ridotti gli intellettuali.

Italiosfera, Roma, 9 dicembre 1914.

Il belpaese è sconquassato dallo scontro dialettico e fisico tra interventisti e neutralisti. Si va o non si va alla guerra. Il professor Cesare de Lollis, monumento della filologia italiana, deve sostenere una delle sue lezioni a la Sapienza, ma qualcosa va storto: in aula, tra gli studenti, trova l’anima rapace di Filippo Tommaso Marinetti, che arringa i ragazzi del corso a tessere un elogio dell’interventismo Guerra unica igiene del mondo! – e a cacciare dall’aula il neutralista professor de Lollis, quel passatista del professor de Lollis (che, nonostante tutto, si arruolerà nel 1915 all’età di 52 anni)

L’aula e gli studenti dell’università vengono colpiti da una serie di scariche elettriche: vetri spaccati, calci, spinta, urla, pugni. Il rettore, Alberto Tonelli, matematico, accorre scandalizzato e preoccupato e fulmina Marinetti come se fosse l’Anticristo: Lei profana questa cattedra!!!.

Risponde il poeta: Me ne frego!

C’era un tempo.

Un tempo in cui le questioni mondiali generavano scontri dialettici e fisici, in cui gli intellettuali ardevano per esprimere le loro posizioni, svegliare gli studenti dal torpore grigio dell’università. Gli intellettuali trascinavano nelle questioni internazionali la loro letteratura, le loro avanguardie e contro-avanguardie, ognuno vibrava purché potesse dire la sua e far parte di quel divenire.

Appunto, un tempo. Oggi quel tipo di intellighenzia non esiste. I poeti sono morti, gli scrittori sembrano congelati. Freddi. Surgelati.

Questo è il deprimente spettacolo a cui ci assistiamo:

Italiosfera, 11 maggio 2023.

Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione Italiana Editori, scrive una lettera al fisico Carlo Rovelli, scelto per rappresentare la patria alla Fiera del Libro di Francoforte del 2024. Si tratta forse la peggior lettera mai scritta in Italia negli ultimi duemilacinquecento anni:

Professore carissimo, è con grande pena che mi accingo a scriverle questa lettera. Con grande pena ma senza infingimenti. Il clamore, l’eco, le reazioni che hanno fatto seguito al suo intervento al concerto del 1 maggio mi inducono a pensare, mi danno, anzi, la quasi certezza, che la sua lezione che così fortemente avevo immaginato e voluto per la cerimonia di inaugurazione della Buchmesse con l’Italia Ospite d’Onore diverrebbe l’occasione non per assaporare, guidati dalle sue parole, il fascino della ricerca e per lanciare uno sguardo ai confini della conoscenza, ma, invece, per rivivere polemiche e attacchi. Ciò che più di ogni altra cosa sento il dovere di evitare - e di questo mi prendo tutta, personale la responsabilità - è che un’occasione di festa e anche di giusto orgoglio nazionale, si trasformi in un motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l’Italia […] Lettera che mai avrei voluto scrivere. Spero, almeno, che possa contribuire a non farmi perdere la sua amicizia. Con l’augurio di poter presto leggere un suo nuovo libro e, magari, di incontrarla di persona, le invio, caro professore, il migliore dei saluti

Una manciata di righe scritte con uno stile talmente forzato e smielato da far vomitare arcobaleni. La fiera del passatismo. Non si vuole qui difendere Rovelli e le sue posizioni sulla guerra, dato che ha tutti gli strumenti – più di molti altri – per difendersi da solo, ma solo piangere la miseria ideologica del nostro tempo. Nonostante Rovelli abbia tutte le qualità richieste dalla tavola dei valori europei per rappresentare il paese in eventi come la Buchmesse, è bastata una sua considerazione inattuale sulla questione del conflitto russo-ucraino a far saltare tutto.

Poco importa se Ricardo Levi, dopo essere stato travolto dalle polemiche, abbia rinnovato l’invito (la toppa peggio del buco)

La verità e che la nostra intellighenzia è malata e addormentata al punto tale da far sembrare Rovelli un anticonformista: gli scrittori non scrivono e non parlano di un fatto epocale come la guerra in atto se non attraverso un’iperbolica serie di premesse, riassumibili in un concetto preliminare: premetto che sto di qua.

Che significa premetto che mi sto guadagnando il privilegio di partecipare a questa discussione, i rapporti di forza sono al sicuro, la fedeltà all’atlantismo pure – moriremo atlantisti!

Da quando gli intellettuali sentono il bisogno di fare premesse per esprimersi? Si risponde a questa domanda tirando in ballo il clima intimidatorio creato dai grandi giornali, dai mass media, dalla politica e bla bla bla.

Tutto vero, ma l’intellettuale dovrebbe proprio squarciare quel velo di Maya della propaganda, urlare alle stelle che per dire ciò che pensa o che non pensa, non sente necessità di premettere alcunché.

Perché gli intellettuali oggi preferisco farsi incasellare in una teca di frasi fatte, preferiscono ripetere le stesse strofe del giornalismo di massa pur di non perdere un potenziale invito come ospite d’onore a qualche evento big del mondo della cultura.

La lettera di Ricardo Levi, presidente dell’associazione italiana che dovrebbe rappresentare gli editori, dimostra in modo iconico l’assoluta povertà spirituale della nostra intellighenzia, la totale assenza di vitalismo.

Perché Levi nella sua lettera parla appunto di un fatto inattuale, cioè del clamore, l’eco, le reazioni che hanno fatto seguito al suo intervento al concerto del 1 maggio , come se le parole di un intellettuale davanti a una folla non debbano in qualche modo generare clamore, eco, reazioni, discussioni, una rissa.

L’intellettuale non deve animare le folle, non deve alzare questioni o polveroni, non deve interessarsi di politica, non deve interessarsi alla guerra, ma piuttosto rimanere nel suo ufficio a occuparsi di pile di libri dialogando con la sua cerchia ristretta.

L’intellettuale non è parte dell’azione nel mondo anti-novecentesco. Altro passaggio da tenere in considerazione è il finto paternalismo utilizzato da Levi:

Mettere Rovelli al sicuro da nuove polemiche e attacchi ed evitare che un’occasione di festa e anche di giusto orgoglio nazionale, si trasformi in un motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l’Italia.

E quindi?

Dove sarebbe il problema? Non è forse ciò che gli intellettuali dovrebbero fare, entrare in confronto-scontro dialettico?

Perché qualcuno dovrebbe privarci di un Rovelli che polemizza con il suo omologo straniero? Che si prendano anche a pugni-lasciateci sognare.

Non è più imbarazzante vedere tutti i rappresentati recitare all’unisono il poemetto della circostanza?

Germanosfera, Francoforte, 2024:

l’Italia è il paese ospite d’onore della Fiera Internazionale del libro di Francoforte, la Buchmesse, considerata ‘la più importante fiera editoriale del mondo. Il fisico Carlo Rovelli, incaricato di rappresentare la patria, prende parola per lanciare il suo messaggio al mondo:

Un saluto a tutti. 
È un onore rappresentare la mia patria alla fiera del libro di Francoforte. Premesso che ******************************************************* mi sono finalmente ottenuto un attestato di credibilità per ciò che sto dicendo, per il messaggio che voglio lanciare: Non leggete. Lasciate stare i libri.
Non è vero che ci sarebbe un mondo migliore se tutti leggessero un po’ di più, anzi, potrebbe essere vero il contrario. E se ve lo dice un fisico… Molti libri in vendita qui in fiera sono sporchi di sangue, da un libro può nascere una catastrofe. Non ci resta che dar fuoco a tutto. Bruciate tutto. 
Date fuoco alla carta! Bruciate la Buchmesse!
Che bruci la fiera dell’Ovest!

Lasciateci sognare.

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