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Schegge di un Eterno Divenire dell’Iperstizione Aristocratica

Tempo... Spazio... Vista... Sensi... Ragione... Umano?

Schegge di un Eterno Divenire dell’Iperstizione Aristocratica
Lettura boomer
L'uomo è diviso in due categorie, aristocratico e filisteo, spetta a te decidere. Prendi una scelta e liberati dalla tua umanità!

Nel vuoto dell’Assoluto vige la legge della fisica quantistica, particelle di numeri infiniti-infinitamente-finiti nella loro materia e libidine saltano da una parte all’altra, in modo probabilistico-casuale, scommettendo la loro stessa energia in una logica di nascita-morte che solo…no, il creato si è perso in sé stesso, l’idealismo collassa su ciò che non vede – ovvero la malattia della morte e della curiosità edonistico-masochista che ogni essere organico e non possiede.

Critica, pensiero-azione, conscio-inconscio, trascendentalismo, metafisica-ateismo, misticapositivismo molti nomi per una visione monistica/dualistica che nell’epoca della “Storia Negativa” e nella filosofia dell’assurdo umano-materiale non ha più senso nel portare avanti o in tondo; idealità a circuito chiuso che sogna un avvenire che si impone menomandosi, svilendosi, rendendosi paga della castità puritana dell’utilitario e del comodo, dell’accademico e del razionale – andare oltre?

Non oltre...ma direttamente al di fuori; siamo forze che non ricevono segnali esterni creati da noi o da un “fuori-esterno” ma noi stessi siamo la connessione che si alimenta inconsapevolmente con il fracasso del di-fuori; l’ombra si cela in noi e siamo mostri e angeli senza la conoscenza del bene e del male, ma solo portatori di giudizi delle nostre viscere elaborati e trasformati in codici da quel computer che è la nostra ragione.

Deumanizzare e depersonalizzare l’uomo; organicizzarlo e sintetizzarlo nello spazio e nella materia per poterne trarre sempre più energia e slancio.

Tutte le lotte, tutti i godimenti, tutte le aspirazioni devono essere al servizio di... non già della causa dell’uomo senza insegnamenti e senza morale che non sia la sua propria; fede e libertà, per il filisteo attivo o passivo che sia, sono solo al servizio di un feticcio, di un idolo e di un timore che sta persino più in alto della stessa fede e della stessa libertà.

Bisogna sempre mettersi a disposizione di un ordine artificial-ideale e giocare nella simulazione di quel malato terminale che è l’uomo e della sua principale causa di morte:

La ragione

Ma persino Apollo ne ha avuto abbastanza di sé stesso in questo mondo fatto tutto per lui, le sue dita sanguinano sulla cetra e l’amore e il bello e il buono si fanno vecchi e pesanti.

E dall’Assoluto si passa al Totale, dalla vera musica e danza apollineo-dionisiaca ci si immola per l’idea (!) del bello, del giusto, del buono, del grande.

Ma la realtà stessa, così come tutto il suo divenire e il suo essere-fuori-dal-tempo-e-spazio, si genera già nel momento in cui noi sentiamo l’esterno, lo percepiamo e lo cogliamo nelle sue (nostre) sfumature e necessità; dunque, il reale non è già una creazione dell’essere quanto invece un’auto-creazione di sé stessa partendo dai fatti e dalla loro interazione con tutti gli esseri organici e non.

Da qui la sintetizzazione fra noumeno e fenomeno, fra assoluto e relativo, fra materia e spirito, fra fisico e ideale: il Tutto è una serie di codici numerici che agiscono e si generano in base ai loro interessi e alle loro possibilità, i quali si creano e alimentano a vicenda seguendo poi strati e sfumature di evoluzione diversi in base al relativo essere.

Ma quindi ogni idea cela dietro di sé la clausura?

Ogni impulso guidato e ogni intuizione ampliata dalla coscienza nel mondo sensibile sono la causa delle illusioni esistenziali dell’uomo?

Credo che sia inevitabile per l’essere umano, data la sua natura di (anche) essere sociale e razionale e, dunque, morale, avere degli impulsi che pian piano si facciano sempre più generali, magari anche condivisi dagli altri uomini e che, dunque, vadano a formare già da sé una certa categorizzazione e riterritorializzazione del vivere, rapportarsi e pensare umano.

Si tratta dunque di una coscienziosità del proprio essere come singolo e come materia che ci porta sia ad una sovracostruzione di noi stessi e sia alla conoscenza e acquisizione cosciente della propria struttura ferale e prima.

E tutto ciò può prendere il nome di desiderio: un modo per intendere tutte quelle estensioni nel dentro-esterno attuate dall’individuo per appagare e (ri)stimolare i suoi istinti.

Faust e Prometeo sono il destino quindi? E la negazione dell’Io e di qualsiasi volontà di potenza è la miglior soluzione per l’inconveniente di essere nati e la tentazione d’esistere? 

Non esiste, credo, una risposta che si possa trovare in queste due piccole generalità o men che meno nel motore stesso di questo Leviatano dell’inibizione che è la razionalizzazione: il filisteismo (o borghesismo, che dir si voglia); le prime due sono necessità che scaturiscono da una volontà ancora più generale ma completamente modificabile, ovvero l’affermazione di ma non già come una categoria, come un portatore di simboli, compiti o essenze, ma come essere in sé e per sé.

E qui due tipi d’uomo si contendono il mondo e la Storia intera: l’Aristocratico e il Filisteo.

L'essere aristocratico, quindi, equivale in primis ad essere un ribelle, un uomo che si libera dai pesi non suoi e che si fa lui stesso legge variabile di sé stesso, dissolvendo ogni fissità e ogni moderazione per discendere nel caos, nell’indeterminato, nel flusso; ma anche nelle necessità sue proprie e nella tensione di tutti i suoi primordiali slanci verso non un nuovo idolo da adorare o una nuova consolazione da difendere, ma verso il potenziamento di sé stesso e del proprio desiderio macchinico-volontario.

Io sono la mia carne e la mia potenza.

Tutto può diventare necessario alla sua evoluzione: la tecnologia, la religione, lo stato, la politica, la società, gli uomini, la ragione… ma mai come cose al di fuori di sé, estranee cioè alla sua interiorità, al suo solo modo di saper intendere e disprezzare le cose e gli uominie dunque seguendo sempre quell’allontanamento necessario affinché si possa vivere sé stessi e guardare il mondo con degli occhi più acuti, che non si trovano più solo sulla faccia…

Anzitutto, quindi, è la paura, è il pregiudizio ad essere cancellatopoiché non si è più al servizio di una morale, di una sola visione, di una sola bassa generalità, ma si diventa l’Assoluto, cioè si trascendono la ragione e l’idealismo tramite l’accettazione di tutti gli istinti e di tutti i (dis)ordini insiti nellindeterminatezza primordiale della natura.

Dunque, l’idea si annulla totalmente? Ogni metafisica e ogni generalità sono destinate a scomparire?

Chiariamo che se anche le idee esistono, significa che anche il loro carattere astrattoo meglio, che la potenza di astrazione e razionalizzazione dell’uomo esiste, fa parte della realtà stessa e dei suoi impulsi, pertanto la questione non è più se l’idea in sé sia da rigettare o meno, ma come essa possa essere solo la rappresentazione di tante visioni ed esperienze che, però, ritrovano delle basi e delle generalizzazioni comuni ad ogni uomo.

Ma prima di parlare di ciò, è necessario introdurre anche il secondo essere a cui ho accennato sopra: il filisteo (borghese)

L’essere filisteo si illude di trovare sé stesso nell’esterno idolatrato o si annulla completamente sempre per ciò che gli è esterno, anzi, per una sola parte di esso.

Se l’aristocratico compie un lungo percorso di deumanizzazione, il filisteo prima costruisce un tempio per le sue paure ristorate da una bella illusione, e dopo vi entra per cercare entro delle mura e la preghiera il suo proprio essere, e quindi cerca di vedersi ma solo con i criteri dell’idea, della religione, dell’ideologia, del dogma;

In ciò non c’è alcuna mistica, alcuna potenza, poiché non v’è né la rinuncia a tutto ciò che è esterno e l’entrata di esso nel nostro Assoluto né tantomeno l’accettazione dei nostri colori, della nostra stessa follia, o per meglio dire, della follia che è in noi.

E qui possiamo rispondere alla questione precedente affermando proprio che quelle basi generalissime comuni a tutti gli uomini derivano dalla presenza di quei caratteri particolari degli individui; e dunque le idee generali non nascono in quanto portatrici di un’essenza a priori logico-razionale da scovare secondo dei dettami più o meno umani, ma tali generalizzazioni non sono altro che gli impulsi impersonali della nostra bestialità, della nostra apolidia nomadica e terribile; i ratti disdegnano la distinzione, e propagano le proprie differenze su un piano d’eccitazione.

Differenziazione in una serie illimitabile, dissimilarità alogica, indipendenza dalla diversità e proliferazione indiscriminata di non-identità.

Questa è la logica dei ratti.

Accantonate le distinzioni idealistico-metafisiche, rimangono solo le distanze, le lotte e mescolanze di un’orda di cannibali che hanno un unico scopo vitale:

il godimento.

Dunque, fine di ogni scontro? Basta col sangue e l’acciaio? Mandiamo a farsi fottere ogni tipo di sopraffazione? Ma neanche per sogno!

Quando si parla di distruggere la legiferazione per liberare gli impulsi vitali, si parla della liberazione di TUTTE le brutalità umane: edonismo libertino e futurista, unire la volontà di ingropparsi un essere androgino in una casa del piacere e fondare un’unione nazionale…

Ma che dico? Imperiale! Di individui dediti a tutti i piaceri della fluidità erotico-eroica; dunque…

UCCIDIAMO IL CHIARO DI LUNA.

Ma abbiamo parlato anche del pragmatismo…donde ritrovarlo e intenderlo in questi getti di acque colorate?

Non si tratta certamente di un tipo di pragmatismo utilitaristico (liberale) e nemmeno umanitario-cosmopolita (religiosamente laico-ateo), e cioè che non si spacci la convenienza per le proprie pulsioni e desideri rappresentativi per una distillazione di ogni disinibizione nell’indeterminato senza essere indefinito e proprio.

Quindi, uomo umanizzato e incivilito euro-occidentale, cosa scegli?

Le pillole per placare la schizofrenia?

O qualche bella polverina pompata dai tuoi circuiti per acuirla?

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