8 mesi

Sessione d'esami

Sessione d'esami
BASTAAA. Una tregua, una tregua un po' poetica in questa guerra. Ecco, esattamente così.

In sessione.

Lo si legge come una insegna sgualcita pendente sulla pelle incavata, scavata attorno a due stagni torbidi.

In sessione sono i detriti che si trascinano fuori dall’alcova. Sessione infatti richiama al sesso. O meglio, all’atto caotico, disordinato che è la realtà plastica dell’atto sessuale. Una realtà che è solo atto. E dunque paradossalmente meccanica, pianificata al dettaglio.

In sessione è meccanismo diabolico, distruzione programmata, muta deflagrazione. Non c’è dunque nulla di imprevedibile, di realmente caotico, di follemente orgiastico perché il disinibito azzuffarsi rientra, dopo la sospensione del silenzio, in un disegno. Vago senza dubbio, ma i cui contorni aiutano il giovane (o)sessionato a gettarsi con più furia nelle cosce plastificate e rilegate.

La vaghezza della Visione, del sogno è in verità necessaria per farsi sbattere come dei panni, alla ricerca disperata di qualsiasi cosa non sfugga via veloce. Come già il tempo sta facendo, anche se in senso inverso a quello che comunemente si crede giacché esso, seppur in lontananza sfocato nel sogno, procede incessante accumulandosi sul capo del sessionato.

Imponendo scadenze e obbiettivi dietro l’angolo che fremono per essere colti. Non si può sostare, esitare… i giorni marciano in schiere a cavallo dei mesi!

È necessaria la precipitazione verso il futuro in modo fulmineo, come di una tempesta.

L’attimo dunque si fa straziante presenza di un tempo remoto che sfugge, che svicola sempre più in là. La realizzazione personale, la libertà… chimere ambigue alle cui condizioni bisogna legarsi. Laccio dopo laccio. Sessione dopo sessione. È già tutto deciso d’altronde ancora prima che lo si decida. È tutto pronto, un piano, una scaletta, delle scadenze che vorticano i loro bacini attorno a visioni di paradisi, fantasmi coperti da veli. 

Nell’incessante, silenzioso, rumoreggiare del tempo, spaventosamente ammaliante, la dimensione della sessione appare però come la più veritiera, perché in essa, per un secondo o per un eternità, si svela tangibile la fugace illusione, la bugia insopportabile che giochiamo a celare. Ovvero l’indeterminatezza della Visione, la sua natura distorta, falsa, celante l’ignoto e il nulla più totale. E nel nulla tenaci artigli che si protendono per cogliere anzitempo i frutti delle fornaci dei cervelli. Prodotti pronti a essere inscatolati, inquadrati in ridotte di cemento, saldati su delle rotaie che si inghiottono presto nel tramonto.

La sessione è il supplizio dei secondi, dei minuti, delle ore, è la sospensione dove si ingerisce la Visione, dove come un turbinio viene risucchiato il tempo che proviene da essa. Non rimane più nulla. Nei campi desolati, devastati dall’alluvione ci si guarda intorno, scoprendo di non saper più dove guardare. E ciò è la sottile linea che ogni volta precede la dissoluzione, lo sparigliamento dell’esistenza, che in verità è sempre stata.

E quando, nella depressione di quel lasso di tempo che è la sessione, viene meno la scaletta del proprio sopra-vivere, si percepisce ciò che è sempre stato, e ciò che dovrebbe essere. Quando si è davanti alle sue immense pianure si scopre allora di provarne timore, nonostante a parole e in piccoli antri bui delle nostre vite ne tessiamo la pratica, preferendo quella strada lastricata che è rigorosamente segnata su ogni piano studi.

E così il giovane sessionato si getta come furia sulla liscia pelle di copertine lucenti, unico metro per stabilire un tempo, consapevole di essere estremamente precario, sull’orlo dell’abisso. In verità siamo più diligenti di quanto vogliamo ammettere, più conformi, più obbedienti… e questo perché l’autorità che ci dirige non è esterna, ma intima.

O forse perché essere consapevoli di un illusione è meno peggio di essere consapevoli, colpevoli del suo disvelamento. Siamo creature d’inerzia. E quando essa raggiunge la massima intensità, spogliandosi del superfluo, quando si deve trasformare in atto performante, che la certezza granitica dello studente universitario viene meno.

Perché la Visione non è altro che la giustificazione dell’inerzia, il suo apogeo eterno. In effetti, a quei disperati che si dibattono nelle loro alcove, la Visione perde in quei momenti il suo volto avveniristico, vestendosi con le rughe pesanti di un presente esteso. Una enorme pianura dove il tempo non è più, ma solo lo spazio. E nel quale l’inerzia della vita procede, annullandosi continuamente nella sua ripetitività, nel suo essere costante pre-definizione di sé stessa, ovvero sintesi perfetta tra la potenza e l’atto.

La sessione, invero, non è stato a sé stessa, ma è propedeutica (se c'è una parola per descrivere l'Università italiana è questa) all'atto finale:

l’Esame.

La massima convulsione dove in una mischia fulminea viene cancellato ogni ricordo di ciò che è stato, la dilatazione violenta che precede il ritorno alla normalizzazione, a quella vita che procede dal futuro verso il presente e che è la vita dell’universitario. L’esame cementifica e alza un vessillo sui cadaveri che ammassano dietro di sé.

È quel punto in cui la Visione ritorna chiara e il suo raggiungimento possibile. Almeno fino alla sessione dopo, dove si disgregherà e poi si cementificherà di nuovo la strada lastricata dell’avvenire, o del già avvenuto.

In sessione dunque è una guerra di posizione, sul cui argine si sfiancano le future classi dirigenti del Paese (sic!)... o meglio: le classi diligenti orfane di un futuro che abbia senso, e che quindi non sia solo il frutto di un'inerzia.

In sessione è il volto più crudelmente autentico dell'Università e i sessionati i suoi esperti mattatori, giovani prime linee che si immergono tra le loro macerie in un percorso che si esaurirà, forse, con la morte. 

Perché in sessione non è solo un intervallo, ma una condizione d’esistenza, una dimensione dell’anima.

E buon esame!
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