UNA ROSA - Racconto

UNA ROSA - Racconto
Limiti dei Contrasti

Preludio dell’Incanto 

La nostra storia parla di una piccola Rosa. Essa vive in un piccolo paese di montagna, si nutre di favole e fiabe, immaginando un giorno di viverle. Parla con gli animaletti del bosco, con le fate e i folletti sotto funghi e fiori. Guarda il tramonto e il sorgere del Sole come se fosse l’ultima volta. Ascolta la Notte e le Stelle, custodi dei suoi sogni. Indossa i colori dell’Arcobaleno, canta e danza tra le fronde, domandandosi quante foglie possa avere un albero. 

Un giorno la Rosa dovette affrontare la Crudeltà Umana, uccidendo tutto di lei, togliendole fino all’ultimo petalo. Annaspando nel deserto della Psiche, rincorrendo il tramonto, piegandosi sotto il giogo dell’incoscienza. 

La nostra storia inizia ora, nel buio e nell’ombra di un parcheggio isolato. 

LA NOTTE: La Rosa Nera

Difficile narrare di ciò che accade all’ombra della notte, nei lati oscuri del vivere, negli anfratti dei silenzi e dei momenti lontani. Ci trasciniamo il peso della comprensione, quella comprensione che va oltre l’umano capire, si espande come soffio sulle acque, e il riverbero impercettibile sfiora il pensiero, fino a renderlo chiaro e limpido. Potrebbe essere epifania dell’attimo, ma nulla toglie al dolore e al dramma del presente, invadenti e prepotenti si insinuano tra le ossa e i tendini, creando quella tensione impercettibile ad un occhio guardante. Il corpo muta, espressione di un pianto celato, soffocato sotto a fibre e fibre di tessuto, posate sul giaciglio materno, fonte di riparo, fonte di vergogna, per ciò che è stato fatto. 

La lanterna del buio, bianca e serena, risplendeva sopra un cielo addormentato, il suo bagliore toccava, a tratti, i punti sconnessi delle forme, nate dall’agire dei bipedi. Si percepiva, negli spazi vuoti, tra una fronda e un’altra, quell’immagine naturale e armoniosa degli alberi al chiaro di luna. Essa se ne stava, attenta e assorta, appollaiata sopra ad un batuffolo bianco, una dolce nuvola ricca e succosa, intenta a contemplare le stelle; amiche della notte, consigliere dei sogni.

La calma regnava apparentemente lungo quel parcheggio isolato. Si notavano tra le ombre, sagome di panchine e di auto, statiche e fisse, bloccate dal Tempo di quel momento. Non si sentiva nulla, nulla che richiamasse la vita, nulla in quel luogo avrebbe testimoniato il lamento di un’anima. Né un arbusto, né un sasso, né una foglia sono in grado di raccontare ciò che è stato fatto a quel corpo, a quella carne debole e docile, a quegli occhi chiusi e tremanti.

Nessun dolce lamento emisero quelle labbra, petali di rosa serrati in una morsa di negazione e di rinuncia. Le mani pendevano dalle braccia come morte; le ginocchia, reggendo la pressione del corpo, acquisivano un leggero dolore dato dai sassolini dell’asfalto. Un dolore quasi piacevole, come se fosse una canzoncina della buonanotte, quelle che ti cantano da piccolino e per poi non sentirle più.

Le zanne cercavano nel buglio la carne della preda.

Le belve erano affamate della giovane ingenuità.

Le bestie colpirono in gruppo, la vulnerabile rosa, spogliandola di ogni suo petalo, del suo stelo, del suo picciolo, del suo profumo. 

Non rimase nulla di quel fiore.

Abbandonata nella notte, essa ritorna accanto al punto esatto dell’inizio, annegando nel gelo autunnale.

Non Consapevole

La Rosa si scontra con il risveglio del giorno dopo, non è consapevole di ciò che è accaduto, le sembra un ricordo, un sogno, un’immagine così lontana, irreale. Pensa che nessuno se ne sia accorto. Rinnega a se stessa cosa le hanno fatto, prova a ritornare a quando era Rosa e Viva. Non ci riesce. Ormai è altro. È un altro colore gialla come se fosse malata di qualche strano virus, è stata nera come la pece. 

IL GIORNO: La Rosa Gialla

Ero rinchiusa nel mio bozzolo caldo. Le palpebre strette in una morsa, le ciglia ingrovigliate, le pupille desideravano la luce, la Coscienza agognava le tenebre. 

Non mi muovevo. Ogni muscolo era in attesa del pensiero; le ossa sostenevano un qualcosa che non era più. Aspettavo in silenzio il giudizio del Tempo, aspettavo la condanna sul mio ventre, aspettavo che il momento passasse, aspettavo di dimenticare. 

Il Sole si delinea tra i contorni della stanza, costruendo un’architettura di luci ed ombre, posandosi sul mio tenero giaciglio, come una lieve carezza di Madre, si accorge del mio corpo statico. Cerca di muoverlo, con la sua lieve forza, prova a sfiorarti il volto con un raggio. Mi ritraggo. Mi nascondo. Mi chiudo nell’abisso. 

Non uscivano lacrime, non uscivano lamenti, non uscivano sospiri. Il respiro era calmo e stabile, movimento della tenue Vita rimasta. Ascoltavo chi ero, assaporando il sapore del Vuoto. 

Entra mia madre nella stanza. 

Si siede ai piedi del mio letto. 

La fisso. Era così dolce quella mattina, era così accogliente, così aperta, così buona e io così sporca, così lugubre, così tetra, così immutabile. Lei era Luce. Io ero Buio. Lei era viva. Io ero morta. Lei era Rosa. Io ero Spina. 

Tutte le parole morivano in gola, si accumulavano una sopra l’altra formando un ammasso indistinto di fonemi, senza un senso, senza una forma, senza una sostanza. Riuscivo soltanto a annuire, non capendo ciò che mi diceva. Se solo le avessi dato ascolto, se solo non fossi uscita, se solo non fosse successo. 

Rimasi in silenzio e decisi di farlo per sempre. La mia morte sarebbe stato un lutto privato, intimo. Io sola avrei contemplato la mia lapide; il mio epitaffio narra del Tormento e della Tragedia nel vivere in un buco nascosto, in una crisalide di ragnatele. Mi porterò, per commemorazione, rose, rose di diverso colore, in memoria della fanciulla deceduta, in onore del nuovo essere nato. Un essere informe, vacuo, incolore.

Il ricordo dilanierà la Memoria come lama infuocata. Il cuore appassirà sotto il peso della violenza, la mia anima sarà condannata alla tempesta senza tregua. Porterò allo stremo il mio essere fino all’uccisione empirica della carne. Voglio scomparire come polvere, nessuno potrà evitarlo. Soltanto il vento sussurrerà la Mia storia tra le spighe di grano, tra i papaveri rossi, Sfiorando le acque del Cielo. 

Realtà 

La Rosa inizia il suo percorso nella Realtà del vivere in un posto ove fantasia e incanto scompaiono, per lasciare spazio alle case, ai tetti, alle strade, alle fabbriche, ai capannoni, a volti sconnessi e deformati da rughe. Le voci sono confuse e gracchianti, formano un turbinio di suoni e rumori, invadenti e costanti, sommergono la Rosa e ella non si trova più. 

IL CALVARIO: La Rosa Scarlatta 

Essere una Rosa Scarlatta significa portare il peso di vivere con un marchio a pelle, inciso tra i seni, nascosto alla vista comune ma ben visibile a chi lo scopre; percorrendo la via invisibile della nudità dell’Animo. 

Esso ha la peculiarità di rimanere all’ombra della Consapevolezza, cresce in silenzio come un piccolo seme portato dal vento in qualche anfratto lontano, fino a quando germoglia e si rende manifesto a chi ne è stato inciso. È il dover vivere con il peso della macchia, del giudizio, dell’incomprensione, della condanna per un qualcosa di cui non si è avuto scelta. 

Essere Rosa Scarlatta significa abbassare lo sguardo ogni volta che qualcuno ci guarda dentro, significa nascondere il mostro appena nato, nutrilo con le paure e le fragilità della giovane vita, significa continuare a sbagliare, significa smarrirsi e non trovarsi più. Significa indossare una giacca bianca macchiata di rosso sul punto esatto del cuore, ferita di quella battaglia combattuta nel più profondo abisso dell’Essere, testimonianza di averla persa, e proiezione di perderla ancora, senza una fine. 

La Rosa Scarlatta è una ragazzina che vive in piccolo paese di montagna, nutre sogni e speranze, alla ricerca del sorriso e della magia. Ha un viso ovale, pelle chiara e delicata, mani piccine e affusolate, capelli ricci, ricci, ricci, ingarbugliati come i suoi pensieri. È una femminuccia particolare, un’anima solitaria e silenziosa. Non parla molto, non gioca con le altre bambine, vive un mondo incantato fatto di fiorellini e farfalle, di elfi, folletti e fate, dove non bisogna parlare ma sentire il flusso dell’Esistenza. 

La giovane Rosa Scarlatta cresce piano, in un ritmo di tempo diverso dal resto. Può sembrare, da uno sguardo esterno, che ella sia lenta e le sue azioni danno l’idea di non aver senso. Eppure se guardata con attenzione lei è musica pura, vibrazione leggera del Creato, dolce gioia femminile, farfallina bianca e gialla, impegnata a battere le ali così velocemente e ardentemente da non accorgersi di nulla. 

Finché un giorno delle impudenti belve, attirate dal candido profumo innocente, ingannano la rosellina portandola nell’antro di Castigo. Luogo ameno, luogo ruvido e freddo, luogo senza aria. In quello spazio tutto si è fermato, nel momento esatto in cui la Rosa si rese conto della inutilità di ogni sua spina, rispetto a zanne e artigli bianchi come la neve. Cosa provava non ha parole, non ha Verbo, non ha aggettivo. Dio non li ha creati, gli uomini non hanno una convenzione linguistica per descrivere il senso del Male nato dal dolore dell’Anima abusata. Io non ero più un corpo, non ero una persona, non era ragazza, non ero più nulla da quel giorno. Non sarei più stata Rosa Scarlatta ma Rosa Blu, rinnegata perché il branco aveva deciso così, deciso arbitrariamente la mia condanna, legandola all’indifferenza e all’isolamento. 

Non vi era un Piccolo Principe pronto ad accudirmi o a consolarmi, non avevo la mia campana a proteggermi. Avevo solo la mia carne martoriata dalla violenza e il ribrezzo per ogni mio petalo. 

Disperazione

La vicenda continua con angosciosa disperazione di portare un marchio indelebile e riconoscibile, putato sul petto, medaglia al crudo disonore. È tondo, scarlatto, e brucia costantemente, se lo tocchi scotta al tatto. Mi domando come sia possibile che una povera Rosa spensierata e aggraziata, debba essere considerata in questo modo, per un qualcosa di cui non ha colpa, né volontà. Soltanto perché non è riuscita a scappare, ad urlare, a ribellarsi. Forse la natura umana è tutta qui. Celata in una belva, racchiusa in una rosa. 

ISOLAMENTO: La Rosa Blu

Non è una storia che si può leggere in un bel romanzo, oppure ascoltare da qualcuno o vedere riprodotta in un film perché essa è segreta, covata e celata nell’intimo della mente della Rosa Blu per anni e anni, nascondendo a se stessa e al resto. Ci provi a far finta di nulla, a accettare il fatto, a cercare di porre rimedio cercando la Pace e il Dialogo ma la purezza dell’Animo è un dono raro, le belve non lo hanno. Hanno una melma dentro, un deserto nel cuore, rabbia e giudizio verso le loro vittime. Tutti seguono il gruppo senza porsi domande o dubbi, affinché l’equilibrio apparente del paesello rimanga tale. Guerra intestina sorge da quel giorno, da quella notte in cui, la giovane rosa fu brutalmente privata della freschezza e del tepore. 

La Rosa Blu è timida e insicura, cresce tra i cespugli e i libri, ascoltando melodie sparse, lamentele della vita che scorre senza forma. Passa il suo tempo chiusa nella cameretta, immaginando di essere una principessa, rinchiusa in un’alta torre, in trepida attesa del Principe, pronto a salvarla dalle belve e dai mostri. Nessuno la salvò, né alcuno si accorse della sua mancanza, probabilmente i più tirarono un sospiro di sollievo nel non vedere quella vaga figura, piegata da un lato come un fresco stelo d’erba. 

L’isolamento comporta l’abbandono degli affetti e delle cose care, il rinnego della tradizione e di ciò che è stato. Gli esseri umani sono esseri sociali, portati naturalmente allo scambio con il proprio simile, al contatto con un vicino, al tocco di mani e di carezze. La Rosa Blu non può più avere tutto ciò perché essa, ormai, si trova nascosta nel Bosco, nella zona più profonda e angusta, dove l’aria è gelida, gli uccellini non si sentono e gli alberi sono come nere colonne imponenti, sovrastano la terra e bloccano la Percezione del cielo. Lei inizia una nuova vita, con accorta sottomissione al destino, tesse la sua tela di pensieri e sensazioni, creando un mantello avvolgente e caldo, rifugio e protezione. Non parla e non racconta, aspetta il momento giusto, non sa quando e non sa come, ma è certa che un giorno potrà di nuovo uscire, potrà ritornare ad essere ciò che è, potrà rivedere la luce e sbocciare di nuovo, sotto le Nuvole tra il mare e la montagna, in tutti i luoghi in cui ella poggerà piede saranno casa, famiglia, libertà. 

Oblio

Cadde nell’oblio totale, per un tempo indefinito, senza confini, senza pause. La Rosa aveva paura di se, di ciò che stava facendo, di quello che stava provando, aveva paura dell’immagine riflessa sullo specchio. Raffigura a una ragazzina sola e triste, nessun amico a consolarla, genitori inconsapevoli, insegnati, fratelli come comparse. 

La rosa si vergognava. 

LA PERDITA: La Rosa Viola

Gli anni passano e la rosa cambia, muta e cresce. Si evolve in lei la malsana convinzione di dover mortificare quel corpo abusato, di punirlo per ciò che gli hanno fatto, di renderlo straccio, di ucciderlo. Il corpo è lo scrigno in cui si ripongono le nostre cose più belle, esso le protegge e se ne prende cura, le custodisce come tesori da tirar fuori da sfoggiare in tutta la loro trasparenza.

La vita scorre tra le vene, attraversa l’epidermide, stringe le ossa, il respiro sobbalza, il cuore si contrae e la mente assapora l’ossigeno. È armoniosa armonia di muscoli e nervi, guidati da impulsi e emozioni, placati dal sonno, rinvigoriti dalle passioni. Il corpo è la seta dell’individuo, con trama fine, di color cotone, raccoglie chi siamo veramente e lo trasporta in giro per il mondo, scoprendo e ammirando ambiente e paesaggi, maestose cornici del palcoscenico naturale. 

Ritornando alla Rosa Viola essa è adolescente ormai, vive ogni tipo di lotta con sé stessa e di come appare. Non si guarda molto allo specchio, si ferma al viso, agli occhi, alla bocca e al collo, unici elementi piacevoli rimasti. Il resto è un qualcosa di in curato, in balia della tempesta ormonale, indomabile, anomalo. La giovane Rosa non riesce a trovarsi, non capisce come curarsi anche senza nessun Principe, non comprende come possa amarsi se non si guarda più. Così che si getta dentro il cibo, sul cibo, cercando di affogare quel corpo dal peso dell’esagerazione, provando un masochistico piacere nel farsi male, ricordare quel male giovanile e riviverlo ogni qual volta si ingozzava. Dopo rimorsi e vomito, tirando fuori ogni briciola di dignità rimasta, per scaricarla nel cesso e ritornare nell’oblio, nella mortificazione della carne. 

Non si capisce bene come ella riuscisse a vivere in quel modo, non si capisce nemmeno come la lasciassero fare indisturbata, molti se ne stavano accorgendo della sua opera di distruzione programmata ma quei pochi tentativi di aiuto furono vani e in convincenti. Ciò che risultò di vitale importanza per la piccola Rosa Viola fu il suo innato istinto di riscatto, il quale esplose di punto in bianco dalle sue viscere e la portò altrove, tra racconti e storie misteriose, dove giovani eroi sconfigge anno Draghi, assassini, streghe e ogni sorta di malvagità; un po’ come stava facendo lei, a capitoli, a step, imparando nuove arti magiche o tecniche di combattimento, sostenuta da questi nuovi amici immaginari, facevano il tifo per la sua vittoria contro la Morte. 

Causa – Effetto

Come nel domino, toccando una pedina, cadono tutte le altre; così anche la Rosa cadde e ricadde in ogni buca che trovò sul suo camino. A volte si alza a velocemente, delle altre rimaneva piegata dal dolare, altre ancora fissava un punto, ignorando l’Esistere. Cominciò a provare rabbia e rancore, ad odiare indistintamente. Vorrebbe dire tutto, accusare i suoi assassini, dire in faccia alle genti quanto siano state infime nel nascondere il fatto, facendolo passare come colpa della Rosa. Non se lo meritava la povera Rosa, gentile e sorridente, avrebbe fatto finta di nulla pur di rimanere nel gruppo. Voleva continuare a vivere quella vana parvenza di normalità ma la Storia corse in un altro modo. 

LA VENDETTA: La Rosa Verde

“Che cosa c’è? “

“Niente “

“Non ti credo, si vede che hai qualcosa. “

“Non ho niente. “

“A me puoi dirlo, ti sono accanto. “

“… “

“Parla. “

“Sento, sento la rabbia. “

“? “

“Sento come un veleno che parte dal cuore e scorre nel mio sangue, si insinua da per tutto e annebbia la mia vista, copre il mio giudizio, mi spinge a far male, farti del male. Vorrei strangolarti e vederti soffocare sotto le mie piccole mani. Contemplare come cambi colore, come ti dimeni per poter tornare a respirare e io stringo ancor più forte, desidero bere la tua sofferenza, gioire del tuo dolore, porre fine ad ogni tuo sogno.

Sto diventando come mi vogliono, un essere infimo e meschino, maleodorante, incapace di parlare. Urlo e aggredisco, la mia lingua è fatta per ferire, dalla mia bocca escono solo frasi dedite all’annientamento dell’Essere e ne godo. Godo di questa distruzione intorno a me, sono fiera di questo regno creato tra il fuoco e la nebbia, nessuno si potrà più avvicinare, tutti me temeranno e sapranno quale bestia io sia diventata. Sono Rosa Verde, verde colore della melma, ricopre le mie fibre e intossica il mio gusto. Una Rosa che non esiste in natura, perché un fiore racchiude grazia e piacere, essa manifesta Tragedia e Tormento, figlia di quel paese, dove è stata piantata, germogliata, cresciuta. Annaffiata con malvagie parole, le quali sono diventate spine, pronte a ferire chiunque si avvicini. “

“Non fare così. “

“Io faccio ciò che voglio, sono la Tenebra che puoi trovare tra questi vicoli, ormai scossi dal terremoto, sono sangue sparso tra i viottoli abbandonati, sono saliva sputata tra i margini, sono pelle violata tra i confini delle mura, sono labbra ferite dai Contrasti di una cecità voluta e ricercata, sono vendetta piacevole, sono tumore di questo luogo dove non c’è più nulla. “

“Basta, smettila. “

“Perché? Non vuoi sentire il mio racconto? Il racconto di una ragazza violentata dai suoi più cari amici in una notte del 31 ottobre, nei parcheggi della discoteca, dove tutti i lampioni non funzionano e nessuno ha visto nulla, non ha sentito nulla ma il giorno dopo tutti sapevano e hanno nascosto. Non lo vuoi sapere? Non ti piacere accendere la luce della sofferta verità? Ascoltate il tintinnio del mio Lamento, tra le pieghe del mio corpo vessato prima e poi; guardate verso il mio angolo, dove la Rosa Verde illumina le vostre miserabili vite, sepolcri imbiancati, è arrivata l’ora della vendetta. Porrò fine alla vostra gioia, non mi darò pace finché non vedrò il decadimento di ogni traccia di voi, esultando ad ogni colpo. “

“Non è vero. Non ti credo. “

“Devi farlo. Dovete farlo tutti ormai, le parole sono uscite e incise su carte, nella giusta sequenza per la comprensione umana. Non ti preoccupare. Non dirò il tuo nome, non dirò il nome delle belve, non dirò nulla di voi. Narrerò soltanto il fuoco che mi brucia dentro, esporrò ogni rosa del mio mazzo, in modo tale da poter essere letta; ogni suo petalo sarà fonte di riparo per tutti noi. Così che in futuro si parlarà della Rosa e di come essa acquisii i tratti di questi margini, che ci legano indissolubilmente al medesimo destino. “

Piangono. 

Ritorno

La Rosa ritorna a casa. Ritrova il suo corpo, il suo intimo, la sua carne. La ragazzina è cresciuta. Si guarda allo specchio, capelli scompigliati, labbra color carne viva, occhi curiosi e ridenti di quando era bambina. Accarezza la sua immagina e un calore sfocia dalle gote, un po’ timida, un po’ maliziosa. Un po’ Angelo, un po’ Demone. Il bozzolo è pronto a sbocciare, a perdonare sé stessa e chi le ha fatto del male. Si dischiude verso il cielo azzurro e il suo odore è inalato in ogni dove, in ogni tempo, in ogni istante. 

IL PERDONO: La Rosa Bianca

Perdono questo tuo gesto, come se fossi mio figlio. 

Perdono il tuo morso, come se fossi un infante. 

Perdono il tuo silenzio, come se fossi mio nonno. 

Perdono l’angoscia. 

Perdono lo smarrimento. 

Perdono la volontà. 

Perdono te e me. 

Divento Rosa Bianca, lavata dalle lacrime e dal Sole. Pulita dalla macchia Scarlatta, abbandonata dal nero della notte, evoluta dal giallo del mattino, curata dal male del viola e in pace con il verde dell’ira. 

La Rosa Bianca è Donna, ha scoperto il suo seno, il suo ventre, le sue gambe e vede meraviglia e incanto. Poesia sessuale di piacere, beltà della leggerezza, sollievo dell’amplesso. Il Busto è forte e vigoroso pronto a scattare oltre il battito d’ali, le spine sono pungenti e astute contro le inside del reale, I petali sono soavi mani che sfiorano il viso di ogni uomo, di tutti quegli uomini che desiderano bere la rugiada nascosta. Però la Rosa si allontana dal resto, cresce nei cigli dell’Essere, vive di aria e di Spirito, vibra dal terreno fresco e pulsante, rimanendo incantata difronte alle formichine, vispe e sfuggenti, collocate tra sassolini e fine breccia logorata dallo scorrere delle stagioni. 

La Bianca Rosa ripensa al passato, ripercorrendo il vissuto, rimanendo fissa nel suo cerchio, compiacendosi della sua calda Essenzia, ancora capace di parlare con gli altri fiori del giardino. Ritorna nel paesello natale, ripercorre i luoghi della notte, guarda in faccia le povere belve e prova compassione, vorrebbe soltanto dire loro di stare tranquilli, di andare avanti, di ritornare a giocare come un tempo, di ridere e di scherzare insieme perché se mi prendete per mano vi condurrò nei luoghi nascosti dove ho vissuto, vi racconterò quello che ho visto, quello che ho fatto in vostra assenza. Vi porterò nella mia cameretta, nel mio bosco, nel mio corpo, nella mia vendetta, nella mia Luce. 

“Illumina o Bianca Rosa I nostri visi invecchiati dal rimpianto, dalla vergogna, dall’incoscienza di quel gesto. Non giudicarci come noi abbiamo fatto con te, non condannarci, non voltarci le spalle. Il tuo sguardo è vita e speranza, la tua attenzione è forza e Accettazione, il tuo sorriso è rinascita. “

Mi lascio trovare, mi lascio scovare, mi lascio scoprire da tutti coloro che vogliono farlo. Parlo e manifesto ciò che sono, limiti e Contrasti dell’Esistere. Ombra e Luce essenziale racchiuse nel mio cuore, frutti del mio animo, corde del mio Incanto. 

Cogli questa Rosa come pegno del nostro Amore. 

Tramonto del Soffio

La nostra storia volge al termine, la fine di un giorno. La rosa ci ha accompagnato in questo viaggio di riflessi e sussurri, mostrandoci chi è stata e cosa è diventata. Abbiamo scoperto la sua fragilità, la sua voglia di vivere, suo pathos, i colori dei suoi petali. Ora la vediamo calma, placida, in attesa dell’alba. Ascoltando il soffio del suo respiro, aspettando di essere colta da una mano forte e aggraziata. Verrà posta sotto una teca di cristallo. Bianca come il latte, rossa come il sangue, azzurra come l’Eterno. 

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