L’università: una meravigliosa, stupida, utopia (e il lavoro ancora più utopico)

L’università: una meravigliosa, stupida, utopia (e il lavoro ancora più utopico)
A te, studente sognatore che esci da una qualsiasi scuola superiore, io dico: scegli una facoltà umanistica, dedicatici anima e corpo, e infine butta il pezzo di carta che attesta l’ottenimento del titolo nel cesso.

Come un Mario Chiesa qualunque colto in flagrante a disfarsi della tangente, presso i bagni del Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Senza esitare, senza arretrare.

E no, non si tratta dell’ennesimo lamento dello studente che viene irriso per la sua scelta ma è fattuale, realista. Ecco, persino chi studia le humanae litterae solitamente accusato di essere avulso da tutto ciò che è immanente (Mi si perdoni per il tecnicismo, ma non ho resistito!) si è ormai adattato agli imperativi che vogliono un individuo pragmatico e che sa quello che vuole dalla vita.

Ma forse, la verità è un’altra: ci siamo rotti di almanaccare a una società diversa, migliore. Siamo una generazione rassegnata, vecchia già a vent’anni che guarda al posto fisso come una sorta di miraggio nel deserto.

Nel ’68, nelle università e nelle piazze di tutta Italia, si gridava Vogliamo tutto e subito; oggi Vogliamo il posto fisso. I tempi sono cambiati, l’impegno politico si è acquietato, e perfino le nostre aspettative si sono imborghesite. – Credevamo di cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato noi, recita una celebre e amara citazione di un film di Scola -.

È tramontato finanche il mito dei genitori che vogliono il figlio laureato.

Negli ultimi anni, come evidenziato a più riprese dai dati statistici, la laurea ha perso di valore, e in genere, non avvantaggia i giovani a trovare lavoro rispetto a chi non è laureato. Ci dicono che il mercato del lavoro sia cambiato; si ricercano - viene detto - figure nuove in un'epoca in rapida trasformazione e via via sempre più digitalizzata. 

Bisogna dar ragione a queste voci: è un dato insindacabile che il lavoro sia mutato radicalmente rispetto a venti o trent’anni fa.

Grazie, soprattutto, allo smantellamento dello statuto dei lavoratori operato dai governi di centrosinistra (chissà perché gli operai non la votano più?), che dalla fine degli anni ’90 (vedi la tanto decantata legge Treu che ha spalancato le porte alla precarizzazione selvaggia), fino alla ciliegina sulla torta raggiunta con il Job’s Act di Matteo Renzi (che dirlo in inglese fa più figo, e fa passare la schiavitù come qualcosa di ganzo!) e l’abolizione dell’articolo 18. Già, quell’assurdo articolo che dichiarava che non si può licenziare un lavoratore senza una giusta motivazione.

Follia! E la flessibilità dove la metti?

E quindi, ragazzi, accontentatevi di avere uno straccio di lavoro! Magari sottopagato, senza un regolare contratto e sfruttati ai livelli degli schiavi che lavoravano nei campi di cotone.

Ma avete un lavoro, non vi ritenete fortunati? La pretesa di avere qualche diritto sociale ha rotto, ha perso appeal. E’ una cosa vecchia, superata; da nostalgici komunisti. 

I boomer, sui social, ci ripetono continuamente che non abbiamo voglia di fare niente, che ci lamentiamo e basta e pretendiamo solo diritti (Io ho iniziato a lavorare a 11 anni nelle miniere di carbone… ai miei tempi ci si sacrificava).

Viva le skills! Viva la flexibility! Viva il futuro sempre più incerto!

Perciò sticaxxi di tutto. Ora iniziate l’università sereni, fate ciò che vi piace.

Il futuro non è scritto, ma è sicuro che sia fritto

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