Descrivere un lamento

Descrivere un lamento
Cosa è successo? Qual è la via per la luce? Il potere non è la luce. La ruota del tempo scorre e bisogna farci i conti. Consumare e continuare a camminare, verso l'altro e l'Altro.

[…] Colui che riuscirà a catturare la tecnica scatenata,
a domarla e a inserirla all’interno di un ordinamento concreto
avrà risposto all’attuale chiamata [della storia] assai più di colui che
con i mezzi di una tecnica scatenata
cerca di sbarcare sulla Luna o su Marte.
La sottomissione della tecnica scatenata:
questa sarebbe, per esempio, l’azione di un nuovo Ercole!

Dialogo sul potere, Carl Schmitt

La ruota dentata della storia s’era fermata: non procedeva, né correva il rischio di retrocedere investendo coloro che, per molto tempo e con incommensurabile sudore, l’avevano già spinta sino a questo punto; era ferma. D’altronde stavamo forse andando da qualche parte? Se sì, dove mai stavamo andando?

La ruota dentata del progresso aveva subìto una brusca accelerazione grazie alle scoperte tecno- scientifiche degli ultimi cinquant’anni, ma non sappiamo se sarà in grado di mantenere tale quantità di moto oppure se subirà il contraccolpo dell’attrito circostante; ma in realtà lo sappiamo: infatti, la sabbia della clessidra che segna lo scorrere del tempo sociale rimane spesso incastrata lungo il suo stretto collo di vetro, otturando quel sottile passaggio che, solitamente, permette lo scorrimento granello dopo granello, goccia dopo goccia, umano dopo umano, pensiero dopo pensiero. Qualcosa a volte impedisce il passaggio della sabbia, acceca la vista degli occhi che contemplano, offusca la lucidità dei concetti e l’armonia delle parole ispirate ai respiri dei grandi romanzi ottocenteschi; talvolta, le cose smettono di funzionare.

Dunque? È possibile solamente dire al momento che quei minuscoli granelli di sabbia che sono le persone delle grandi metropoli elettroniche si sono per un attimo fermati e, nell’attimo stesso in cui si sono fermati a causa di un evento non prevedibile né tantomeno calcolabile, piuttosto al massimo urlabile quale profezia di sventura in un languido lago di razionale inconsapevolezza; quando l’evento dell’uomo fattosi Dio (e dunque insensatamente solo) è arrivato, quella meravigliosa mano politica, morale, inventiva e assetata di conoscenza che è l’umano ha ripreso sparutamente ad accadere. L’essere umano è emerso proprio laddove la sabbia della massa è rimasta bloccata nel collo di bottiglia della clessidra. Gli eventi che si mantenevano latenti in seno alla società sono esplosi per via dell’evento, ovvero il morbo, che corre veloce e imprevedibile lungo le strade calde di cemento mentre, parallelamente, la vita delle persone s’è arrestata. Tutti gli ingranaggi umani si sono fermati e le cose degli uomini e delle donne, per dispetto e per opposizione, hanno ripreso a scorrere. Come? La morte e la vita hanno ripreso a danzare sul ciglio della medesima medaglia, la vita stringendo i fianchi alla morte la quale, posata la pestifera falce, ha preso il passo di comando guidando la vita in un ultimo giro di ballo, ruotando su se stessa e riportando in auge quella difficile coppia a sua volta formata da staticità e da movimento, da dinamismo e da immobilità. Dunque, quella nauseabonda frenesia che nascondeva la stagnazione del gusto, del valore, del legittimo, dell’etico s’è fermata e la vita, per alcuni e sparuti gruppi di esseri umani, è riemersa di fronte al loro sguardo. L’accadere della storia ha ripreso incredulo il suo procedere proprio nel momento in cui tutto s’è fermato, ovvero: la macchina non s’è fermata, ma gli esseri umani come ingranaggi nella macchina hanno per un attimo smesso di essere ingranaggi nella macchina. La società era ferma, il tempo meccanico del mondo era fermo, la massa era ferma e, come lo spettacolo del teatro comincia non appena alzato il sipario, la politica degli uomini e delle donne ha ripreso ad accadere! L’ingordo consumo privo di inibizioni era fermo, e s’era spostato: v’era chi lo incrementava grazie ad Internet ed è rimasto cieco e chi aveva smesso di consumarlo e sta infine aprendo piano gli occhi. E prova angoscia: allora egli urla dell’ “Urlo” di Munch squarciandosi a sangue le corde vocali e lasciando che il proprio palpito cardiaco si ghiacci per un interminabile momento di fronte all’irrompere del nihil. L’abisso di Hölderlin è divenuto la norma, ma la sua angoscia è stata coperta dall’iPhone, cioè da un manto soffice come la neve appena caduta sul suolo freddo; l’ennesima rivoluzione della tecnologia che di anno in anno si ripresenta come una scontata estate, come un solito autunno, come una stanca primavera incapace di lasciar germogliare nuovi e rosati fiori.

Il presente ha ripreso a scorrere proprio laddove la massa s’è fermata.
Tuttavia per molti il futuro è ancora desiderio del passato: la storia ha ricominciato ad accadere in piccoli e sporadici eventi significativi, ma gli individui della massa hanno continuato per lo più ciecamente a desiderare un futuro uguale ai tempi appena trascorsi, incapaci e inadatti a generare un nuovo presente. Non vi sono più capaci artisti da quando è avvenuto il decadimento del Grund più di un secolo fa, e l’arte decade da più di un secolo: ormai descrivere il presente non è più dischiuderne il senso per il futuro, ma solo dare in pasto ai consumatori una critica sociale che tranquillizzi la loro inquieta sfrenatezza. Al posto degli artisti si aggirano, con languida cadenza e passo da violinista, molte e troppe persone sole che parlano per sé e che leggono solo il proprio spartito: “secondo me”, “io penso”, “io reputo”, l’opinione personale è il vero morbo che s’aggira là fuori per le strade – Camus avrebbe dovuto parlare di esseri umani, non di ratti. L’intellettuale, non coincidendo più con l’opera dell’artista, ha smesso di servire il vero: adesso snocciola nomi e titoli di libri a sostegno delle sue tesi.
Come prima dell’evento, l’individuo ancora ancora tutto e non possiede niente, sa qualsiasi cosa e ha perso di vista se stesso, alza gli occhi e vede un cielo vuoto e cerca di riempirne il buco nero con la scienza e i santi della terra: qui non ci sono né vincitori né perdenti, né santi né peccatori, né stupidi né intelligenti, né virtuosi né assassini, ma solo animali forti e animali deboli, evolute scimmie sessualmente attive e gli scarti della selezione naturale, i salvati dalla natura e gli oppressi dalla forza dei salvati; tutti acquirenti religiosamente in coda e puerilmente insoddisfatti per l’ultimo modello del ritrovato tecno-logico. Vi sono consumatori che scelgono di essere “consumatori ancora più perfetti” e consumatori inconsapevoli di esserlo. Vi sono individui mascherati da se stessi: essi appaiono ed ecco!, questo è tutto ciò che sono, direbbe Guy Debord. Vi sono maschere incapaci di incanalare un’identità. V’è un algoritmo capace di comprendere l’umano meglio di quanto possa farlo un altro essere umano e che parla con la pretesa di risolvere il suo fondo e il suo anelito aletheico. Vi sono compromessi necessari alla sopravvivenza. Vi sono le hit e gli slogan. Vi sono gli influencer che piegano un’idea o un principio o una rivendicazione sociale al consumo, sostenitori di qualsiasi rivendicazione purché si consumi mediante, attraverso, per-mezzo della rivendicazione. Ma se così è, allora non v’è più futuro!, poiché il presente s’è reso un vuoto circolo vizioso di compravendita e di illimitato progresso e gli ideali che dovrebbero aprirlo alla novità si sono piegati agli interessi contrattuali dei bazar globali.

Il tempo s’è fermato nella stagnante generazione e distruzione e generazione di nuovi e nauseabondi valori, ma ha ripreso a sprazzi a scorrere quando la massa una volta per tutte s’è fermata.

È rimasta solo la volontà smossa da qui lancinante desiderio che richiede d’essere piacevolmente riempito, soddisfatto. Ella è ingorda, è famelica, è affamata e più gode del suo mangime per cani più teme di morire di fame. Ingurgita cibo e si pasce nell’indolenza di un pensiero che ha rinunciato, con uno strano e malcelato rimpianto, a dislocarsi dal conforto attraverso la serrata critica dell’oggi: è il diverso, cioè la differenza, a stimolare la mente, non l’uguale né tantomeno l’analogia. Ma cosa accade nel momento in cui l’analogia diventa strumento intellettuale di repressione del pensiero? Il pensiero cerca nutrimento, ma non lo trova; dunque l’umano sceglie senza sacrificio e consuma chiamando il consumo libertà. Pur anelando ad un irreversibile sacrificio nell’intimo del suo segreto, tenta di realizzare se stesso nel reiterato consumo. L’ “artista” oramai sostiene quel sistema che avrebbe dovuto invece abbattere e dischiudere grazie alla critica intrinseca la sua arte.

Si è etici nella mancanza di libertà; ovvero: non si è etici ma si è schiavi. Non vi può essere etica senza libertà: la libertà è il presupposto dell’etica. Si è giusti nella misura in cui ciò viene permesso dalle linee-guida del contesto. Per questo non vi sono più eroi ed eroine, ma solo attori e attrici di un grande spettacolo. Le ribellioni, quando esplodono, mancano di scopi, di finalità, di progettualità, di idee – giuste o sbagliate che siano; non può essere altrimenti, dato che scaturiscono solo dalla limitazione della propria fanciullesca volontà di azione o da una volontà di opposizione. La rivoluzione potrebbe oggi scoppiare a causa della mancanza di Internet, ovvero della legna che alimentava il Wille zur Macht auto-affermativo presso i ritrovati della scienza tecno-logica; oppure per l’impossibilità di incontrarsi presso un McDonalds o un H&M. Se vi fossero proteste, sarebbe composte da persone vestite con i grandi brand del capitalismo contemporaneo: le espressioni del capitalismo che si ribellano ai propri padri, i figli del capitalismo che chiedono al padre di concedere loro di continuare ad essere figli del capitalismo, un giocoso avvicendarsi di colori rossi, arancioni, gialli, verdi, azzurri, indaco e violetti e di schiamazzi che altro non celano se non l’inesprimibile desiderio di sentirsi parte di un tutto conformisticamente già dato…gli schiavi desiderano sempre la vita dei loro padroni. La rivoluzione di un sistema è decaduta insieme a Dio, Marx e l’ideale illuministico del progresso per lasciare spazio al rispecchiamento compiacente di sé nello stagno di Instagram. Esistono la lotta al patriarcato, la rivendicazione dei diritti della donna, gli sforzi per un cambiamento ecologico laddove tutto lentamente muore, e si spegne, e geme in silenzio per non disturbare troppo la contemporanea ideologia di riferimento.

Pare che la società più giusta, l’unica in grado di sorgere in seno al neoliberismo contemporaneo e di svezzarsi nel consumo, è un luogo in cui i fast-food sostengono le rivendicazioni ecologiche, i marchi di fast-fashion si rimodellano in base alle nuove necessità e alle nuove mode, le donne lottano per le strade delle metropoli elettroniche pur avendo perso il coerente senso della loro identità, gli uomini rinnegano se stessi facendo violenza alle donne perché non più capaci di comprenderne il linguaggio totalmente altro e la libertà, le minoranze diventano un paradigma di riferimento a scapito dei bisogni della maggioranza e «per Dio!, bisogna rispettare tutti!», senza in realtà rispettare nessun altro che non fosse già conforme ai personali schemi di pre-comprensione ideologica. È il luogo del rispetto e della tolleranza laddove, latenti, esplodono di continuo manifestazioni di cieca e barbara violenza: la donna aggredisce l’uomo, l’uomo uccide la donna. La richiesta di libertà è il luogo in cui viene meno la libertà, la richiesta di rispetto è il luogo in cui viene meno il rispetto e la capacità di riconoscere l’alterità dell’Altro, la richiesta di uguaglianza è il luogo in cui viene messa in atto la discriminazione, il grido di rivendicazione, di giustizia e di uguaglianza sono i luoghi in cui vengono affermate l’ingiustizia e la violenza.

Chi eravamo diventati? Per chi siamo mai stati? Cosa stiamo diventando? Il potere ha ripreso ad accadere.

Pochi si svegliano, molti continuano a dormire. Ora è un momento di presenza di assenza. È in essere la mancanza dell’essere, come scriverebbero i pensatori memori di un passato sfaldato. L’ “ospite inquietante” è infine entrato nel cuore di ogni individuo, purché lo si voglia ri-conoscere e guardare negli occhi: «Dio è morto» proprio laddove il papa pronuncia quelle omelie guardate e ascoltate mediante uno strumento tecno-scientifico; eppure la sua compagnia è normale e ben accetta, la sua sospensione abbraccia ogni strato sociale: fuori dalla finestra agisce un niente che mozza il respiro e suscita la nostalgia per quel caotico e multiforme passato che oramai vive solo sotto-forma d’un pallido fantasma della memoria. Il cambiamento viene agognato, ma nessuno lo pensa né lo mette in pratica. E chi lo pensa non lo mette in pratica. E chi agisce non ha pensato e, se ha pensato, ha pensato male.

Ma la lancetta del tempo dell’essere umano ha ripreso a scandire i propri secondi quanto tutto s’è fermato. È in gioco il senso dell’umano, e loro trascorrono il tempo a trovare le falle all’interno di un ragionamento. Chi decide? Cioè̀: chi detiene il potere? Colui che detiene il potere, decide: adesso è possibile sapere verso quale orizzonte gli uomini e le donne stanno dirigendosi.

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PRIMA SERATA STRAGOG, vista e diretta da ilBlast
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TERZA SERATA STRAGOG, scritto e diretto da ilBlast
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SECONDA SERATA STRAGOG, vista e diretta da ilBlast
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La copertina sul nasino, risposta a La Repubblica, e a Francesco Piccolo
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Intervista esclusiva: PADANIAN SHITPOSTER

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