ODE A PALERMO ARCHEOFUTURISTA

ODE A PALERMO ARCHEOFUTURISTA
Lettura boomer
Ode alla Palermo che era, che è, e che sarà.

C’è un’antica storia di un mistico sufi che si mise alla ricerca della casa spirituale che non riusciva a trovare nel suo luogo di origine. Dopo aver vagato per immensi deserti, città brulicanti, sotto soli infuocati e pallide lune, decise, dopo anni di peregrinaggio, di tornare a casa. Una volta tornato e sedutosi sotto un albero comprese che il luogo che aveva cercato era sempre stato sotto il suo naso, ma capì anche che senza il suo viaggio non avrebbe potuto comprenderlo. 

L’era odierna è quella del viaggetto da postare prontamente sulla storia Instagram, dei tour in giro per il mondo nei quali gruppetti di occidentali (categoria mentale prima ancora che geografica) passano le vacanze in resort dall’aspetto identico in un gioco di specchi e auto-assorbimento che rende il mondo ovunque uniformato. È anche l’era dei giovani europei che, sempre più estraniati dalle società alienanti nelle quali vivono, si dedicano ad una fuga verso terre esotiche nella speranza di trovare qualcosa che non sanno ben definire, ma che sono consci manchi nei loro paesi di origine, spesso tradotta nell’esperienza finta local nell’airbnb di turno.

Ecco, in questa era ho deciso di fare come il mistico sufi, guardare verso l’ombelico del paese e compiere un viaggio tanto fisico quanto mentale in una terra mistica e arcana dell’Italosfera: la Sicilia

Un corpo che decida volontariamente e sistematicamente di dimenticare una sua parte è un corpo malato. Questo è l’approccio che il resto d’Italia ha nei confronti di quest’isola, trattata non come lo scrigno di segreti millenari che è, ma quasi come una zavorra, un peso del quale ci si vorrebbe liberare perché scomodo.

La Sicilia mette in discussione, con la sua stessa esistenza, i modelli ai quali vorremmo ottusamente attenerci: non abbastanza esotica e lontana per un viaggetto™️, ma allo stesso tempo non abbastanza occidentale e moderna da volerci vivere e investire. 

Sorvolando con un piccolo Ryanair di linea queste banalità e questi falsi opposti, eccomi sopra le nuvole: la testa mi fa male, la seggiola è scomoda e le ginocchia toccano il posto di fronte. Chiudo gli occhi, con la mente già sono nella terra dei segreti e dei limoni. 

Li riapro. Sto camminando per le strade di Palermo

Mi guardo attorno. Quale mirabile vista. 

I palazzi nobiliari e le edicole tardo ottocentesche mi danno il benvenuto. La folla mi circonda e defluisce per le strade in maniera naturale e organica, quasi possedesse una sinergia propria. Mi aggiro per le bancarelle del mercato Ballarò. L’odore pungente del pesce penetra le narici mentre i raggi del sole mi scaldano la pelle e mi avvolgono nel loro calore.

 Mi guardo attorno.

Gatti mi corrono tra le gambe con lische di pesce tra i denti. Palazzi nobiliari scrostati un tempo imponenti sono ora avvolti da cavi e antenne (spero non del 5G, perché non ho con me il fedele cappello di stagnola), i proprietari su sedie di plastica fumano mentre osservano i bambini giocare a pallone. Una chiesa barocca in marcescenza è stata riconvertita in negozio di ortofrutta, con il portone principale sostituito da una saracinesca. 

Quasi salto di gioia.

Lontani dalla gentrificazione, dalle sterili crescite di PIL fini a sé stesse, questi quartieri sono vivi, organici e abitati da locali. E capisco. Come un figlio di spirito di questa città che mi ha fatto suo per qualche giorno mi accingo con umiltà ad ascoltarne i sussurri per conoscerne i segreti.

Il carro infuocato di Elio affonda lungo la linea d’orizzonte del Tirreno e Selene prende il suo posto sfiorando i tetti della città con le sue pallide dita notturne. Dai lampioni di via Maqueda sgorga una calda luce arancione.

Mi ero dimenticato di come fosse passeggiare per le strade di una grande città senza che luci a led prendano a pugni i miei occhi e mi facciano sentire in una camera mortuaria.

Io girovago tra sogno e realtà in questa notte sospesa nel tempo, mi abbevero di questi lampioni, li cerco, li anelo, me ne nutro. Mi riscopro homo europeus in questa nobile città imperiale, soffocata dal concetto piccolo-borghese di stato nazionale che non poteva fare altro che andarle stretto, essendo essa stata il fulgido faro di una delle più altre visioni imperiali degli ultimi mille anni: quella normanno-sveva, capace di unire in sé Mediterraneo ed Europa. Una città dimenticata dagli altri, ma fiera di sé, che non smette di ricordartelo, con le sue aquile altere scolpite negli angoli dei suoi palazzi a scrutarti con sguardo severo.

Palermo è città metafisica per eccellenza. Nel senso che è essa è fuori dal tempo

In alcuni suoi quartieri essa già costituisce una timida finestra per immaginare il futuro del resto dell’Occidente dopo il collasso. Non me ne vogliano i palermitani, di cui ammiro l’eleganza e il portamento.

Città fuori dal tempo, si diceva. Ma perché?

Perché essa vive oltre le convulsioni e gli spasmi autolesionisti di fine civiltà che tanto prendono di mira il resto d’Europa a latitudini più settentrionali. In parte grazie alla sua posizione geografica periferica rispetto a questi contesti, essa è stata parzialmente risparmiata dai grandi risvolti ideologici delle civiltà che si trovano nell’occhio del ciclone della storia.

Qui il tempo scorre più lentamente, anzi, non scorre proprio.

Palermo costituisce tanto il passato per estetica e portamento quanto il futuro post-civiltà, quando le grandi pulsioni che tanto fomentano le masse sclerotiche di fine civiltà si spengono. Essa ci mostra con garbo che un futuro oltre l’Occidente è possibile, che la fine di una civiltà, o quanto meno di una fase di essa, non costituisce necessariamente la fine di un popolo, che può continuare ad abitare quelle strade millenarie e a condurre i suoi affari tra esse. In questo senso essa è davvero archeofuturista. Ancora, è la prova della continuità che un luogo può avere anche sotto il mantello di diversi regni.

Nella sua storia plurimillenaria essa è stata parte del mondo fenico/punico, classico/romano, greco/bizantino, arabo/islamico, normanno/germanico e ancora sotto domini francesi, spagnoli e via discorrendo. Lo stato piccolo borghese italiano di matrice ottocentesca-risorgimentale non è stato il primo e né sarà l’ultimo a mettere le grinfie su questa città e sulla regione della quale è capitale.

Il microcosmo Palermitano e in senso più largo siciliano può essere maestro per il resto d’Italia e d’Europa.

Non si fa altro che parlare di famigerato ‘declino dell’Occidente’ come se questo declino coincidesse naturalmente con la fine del continente europeo. Palermo, nella sua calma e silente bellezza, sta qui a ricordare, per chiunque si approcci ad essa con la reverenza che merita, che può esistere un futuro, potenzialmente radioso, oltre l’Occidente, vera propria gabbia d’Europa e d’Italia nella sua fase terminale. Usando un modello spengleriano di civiltà, possiamo constatare che la Sicilia stessa sia passata attraverso almeno tre macro-civiltà: quella Classica, sotto greci e romani, quella ‘Magia’ sotto Costantinopoli e nella forma dell’Emirato islamico e quella ‘Faustiana’ dall’epoca della conquista normanna in poi, costantemente reinventandosi ed esprimendosi in forme di sincretismi artistici e architettonici in grado di mettere in difficoltà le nostre concezioni.

I meme ci ricordano sempre: l’Occidente è caduto (abbiamo addirittura dedicato un numero di Proiettili a questo tema).

Noi diciamo: evviva!

Ora più che mai è un momento propizio per organizzarsi e plasmare il futuro, liberi dalle sterili strutture di un mondo che ci vuole carne da tritare per i suoi spasmi. L’Occidente è finito, ma noi siamo ancora qui, la Sicilia, l’Italia, l’Europa, il Mediterraneo sono ancora qui, pronti ad accogliere i timidi fiori del futuro che verrà.

L’ora più buia della notte già contiene il barlume dell’alba, così come scesi nel punto più basso delle viscere della terra Dante e Virgilio continuano a scendere per uscir a riveder le stelle.

L’inizio è la fine e la fine è l’inizio.

Il sistema si disgrega entropicamente in infiniti frattali come le muqarnaṣ della cappella palatina e per un istante sembra che il firmamento intero mi stia crollando addosso. Dal collasso del centro vengono gettati semi ai margini, una barca parte da Númenor che affonda alle spalle, per ripartire dalla periferia, dalla provincia, per dare avvio ad un nuovo ciclo.

Tra le nebbie del futuro si intravedono, ancora confuse e sfumate, le forme dell’Europa che verrà, libera dall’etichetta di occidente come un serpente che si sia liberato di una pelle vecchia.

Sogno una Palermo parte di una visione imperiale euromediterranea.

Sogno treni a lievitazione magnetica che sfrecciano a cinquecento chilometri orari tra le colline brulle dell’Italia meridionale, statue titaniche di acciaio alte cinquanta metri ad accogliere le navi che attraccano nel porto, greggi di capre che pascolano sulle piattaforme di lancio di razzi spaziali. 

Sogno un’isola a cerchi concentrici nel mare al largo della città.

Al centro sta un tempio circolare sorretto da colonne ioniche. Nessuno può entrare in esso se non delle vestali deputate al suo mantenimento. Dall’esterno si scorgono bagliori sulfurei trapelare dalle colonne ma nessuno sa cosa sia custodito al suo interno. Ogni venerdì notte un fascio di luce verticale parte dalla cupola del tempio e squarcia la notte. Tre vestali emergono dalle porte del tempio: una rossa, una mora e una bionda. Indossano occhiali da sole e lunghe tuniche bianche se non per dei bordi ricamati attorno ai polsi e alla scollatura, ognuno di un colore corrispondente ai loro capelli.

Si avvicinano alla console senza pronunciare una parola mentre sotto di loro si è radunata una folla di gente che ha raggiunto l’isola in barca.

Il rave inizia e onde musicali si diffondono tra il pubblico estatico.

Ma per raggiungere questo sarà necessario che l’Europa si liberi dall’etichetta di Occidente come un serepente perde la sua vecchia pelle. Il superamento di questo Occidente non indica un disprezzo verso l’Europa e la sua storia passata, ma un amore per esse. Se l’Occidente è ridotto ad una serie di valori universali, individualisti e applicabili ovunque nel globo, allora chiunque può definirsi occidentale, a patto che aderisca a quei valori e, nel farlo, rinunci ai legami che lo radicano alla comunità di appartenenza originaria. In questo modo l’Europa, dal quale quegli assiomi sono nati originariamente, perde di ogni elemento che la renda distinta dal resto del mondo.

Un’ Europa sterile e occidentalizzata al suo tramonto trova i semi della sua rinascita nel linguaggio arcano e antico dei simboli. Lo scontro tra tecnica disumanizzante e immobilismo passatista si risolve dialetticamente nell’archeofuturismo, dove tecnologia e tradizione danzano assieme e dove la tecnica, non più scollegata dalla bellezza della forma umana, ma al servizio di essa, si fa involucro tramite il quale la fiamma della civiltà si esprime.

Le prime luci del mattino si riflettono sulle finestre, gabbiani in volo starnazzano sul porto. Dita di nebbia strisciano da Monte Pellegrino e ammantano i tetti della città ancora sonnacchiosa. Per un attimo, questa mia personale Gerusalemme celeste sembra davvero sospesa tra le nuvole sopra il tempo e lo spazio profani. La sensazione si dilegua in fretta al suono dei primi motorini e dei clacson in lontananza.

 È ora di tornare a casa.

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