La pelata mi ricorda istintivamente Istanbul
Istanbul è diventata la capitale del pellegrinaggio follicolare del maschio europeo.
Oggi perdere i capelli non viene più vissuto come un fatto biologico, ma come un declassamento sociale.
Non esiste più un corpo privato: anche la fronte deve lavorare.
La stempiatura ricorda al maschio contemporaneo che il corpo non ha letto i suoi obiettivi trimestrali.
Il maschio contemporaneo non va a Istanbul per diventare bello, ma per non sembrare già finito.
Il trapianto di capelli è una piccola operazione militare combattuta sul cranio.
La società ha trasformato una cosa normale come perdere i capelli in una crisi reputazionale.
Il mercato è arrivato fin dentro il corpo: l’uomo è diventato il prodotto e la stempiatura un difetto del packaging.
Quando un uomo non ha stabilità, ruolo, futuro o comunità, gli resta soltanto la superficie.
Rasarsi non significa necessariamente accettarsi: può significare interrompere la trattativa con la società.
Se le tempie sono cadute, tanto vale bruciare anche il resto dell’impero.
In un mondo che pretende corpi eternamente riparabili, una fine netta diventa un atto ostile.
Rasare tutto significa togliere al mercato una superficie sulla quale esercitare il proprio ricatto.
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