A 70 anni farai ancora la spesa all'MD perché non hai un soldo bucato? Tutta colpa tua, ti dovevi informare.
Una volta, quando si parlava di pensione, si parlava di lavoro.
Ma te… quanti anni ti sei fatto?
A meee ne mancano ancora sei, e poi mi levo dai coglioni
Bravo, a me i contributi mancano che lavoravo in nero
Ma guar’a che io devo smettere proprio, ho la schiena a fette
Era una conversazione abbastanza semplice, persino volgare: lavori per una vita e, se arrivi intero dall’altra parte, a un certo punto ti lasciano andare.
Oggi basta pronunciare la parola pensione e la stanza cambia leggermente forma.
Compaiono simulazioni, coefficienti, comparti, rendimenti attesi. Qualcuno tira fuori la previdenza complementare. Bisogna cominciare presto, dicono. Informarsi, scegliere bene, versare con regolarità, approfittare dell’interesse composto. La pensione pubblica potrebbe non bastare e quindi conviene costruirsene un’altra, privatamente, poco alla volta, mentre si continua a pagare quella che potrebbe non bastare.
A ventun anni non so ancora con certezza che lavoro farò, quanto verrò pagato, quante volte dovrò cambiarlo e se tra dieci anni il mestiere che avrò imparato esisterà ancora.
In compenso dovrei già sapere quale parte della mia vecchiaia affidare al mercato azionario. Dovrei conoscere fondi pensione, obbligazioni, inflazione, commissioni, profili di rischio.
Mio nonno non sapeva cos’era un bond. Non conosceva l’indice americano e non passava le serate a calcolare quanto avrebbero reso cento lire investite per quarant’anni. Lavorava, versava i contributi e a un certo punto andava in pensione.
Non viveva bene perché era finanziariamente competente. Viveva dentro una società che non gli chiedeva di esserlo.
Mio padre non doveva fondare una startup. Doveva trovare un lavoro. Non costruire un marchio personale, coltivare una rete, inventarsi una seconda entrata e trasformare ogni cosa che sapeva fare in una piccola attività da tenere accesa dopo cena. Il lavoro poteva essere noioso, umiliante, pagato male. Però a una certa ora finiva e non pretendeva di accompagnarti a casa per discutere del tuo posizionamento.
Io invece devo avere una strategia.
Non per diventare ricco. Questa almeno sarebbe un’ambizione chiara, forse perfino rispettabile nella sua volgarità. Devo avere una strategia per non diventare povero quando sarò troppo vecchio per continuare a produrre.
La differenza sembra piccola. Poi la si guarda per qualche secondo di troppo e comincia ad aprirsi.
Il capitale non è stato distribuito, ma la sua lingua sì. Ora anche chi vive di stipendio deve parlare di portafogli, esposizione, rendimenti e orizzonti temporali. Deve far lavorare i propri soldi, anche se i soldi, dopo aver pagato tutto, arrivano a sera più stanchi di lui.
Poveri soldi. Non basta più che lavorino tutto il giorno. Ora devono fare il turno di notte in Borsa.
Ed è a quel punto che la scena diventa limpida. Non ci stanno insegnando a diventare capitalisti. Ci stanno insegnando a sopravvivere al capitalismo con maggiore competenza.
Esci da scuola sapendo riconoscere una proposizione subordinata concessiva, ma non ciò che stai concedendo quando firmi un contratto. Hai studiato le guerre puniche, ma davanti al portale dell’INPS ti senti come un contadino mesopotamico al quale abbiano consegnato la plancia di comando di un sommergibile nucleare.
Premi qualcosa, compare una cifra, la cifra sembra importante e nessuno sa dirti se un giorno ci comprerai il pane o soltanto il sacchetto.
Io poi me la sono cercata con particolare ferocia. Ho scelto antropologia, vale a dire Scienze della disoccupazione con esami sulle strutture di parentela. Cristo, meno male che almeno alle superiori ho fatto un ITIS: se il mercato decide di espellermi con particolare violenza, forse so ancora distinguere un cacciavite da un oggetto rituale della Melanesia.
Come professione, naturalmente, ho scelto il giornalista. Non contento di essermi dato la zappa sui piedi, ho cercato quella con il manico editoriale, il contratto inesistente e il rimborso spese pagato in visibilità. Tra studi e aspirazioni professionali ho costruito un sistema quasi perfetto: bassi guadagni oggi, futuro incerto domani e piena responsabilità personale dopodomani.
È diventata la risposta universale di una società che non vuole più essere responsabile di nulla. La banca aveva pubblicato le condizioni. Il fondo aveva elencato i rischi. Il contratto era disponibile. La pensione futura poteva essere simulata. Tu non hai letto, non hai capito, non hai cominciato abbastanza presto.Nessuno ti ha derubato. Sei stato sconfitto dalla tua scarsa capacità di prevedere cinquant’anni di vita.
Il capolavoro non è averci tolto la sicurezza. È aver trasformato la sua assenza in un problema di preparazione personale.
Il lavoratore di oggi deve conoscere il capitale meglio di quanto fosse richiesto ai suoi nonni per combatterlo. Il proprietario non deve completare un corso per aumentare l’affitto. Gli basta inviare una comunicazione. Il suo inquilino, invece, deve conoscere la finanza, perché quell’aumento potrebbe distruggere il piano costruito per non morire povero.
Il ricco investe ciò che non gli serve. Il povero dovrebbe investire ciò che potrebbe servirgli domani mattina.
Lo chiamano rischio, ma sono due cose diverse. Per uno significa guadagnare un po’ meno. Per l’altro significa che, dopo aver messo diligentemente da parte il denaro per la vecchiaia, dovrà tirarlo fuori perché si è rotto un dente, una macchina o un pezzo qualsiasi di quella carcassa costosa che chiamiamo vita adulta.Eppure il discorso pubblico continua a girare intorno alla nostra ignoranza. Gli italiani non conoscono la finanza, non investono, tengono i risparmi sul conto, non pensano abbastanza al futuro. Siamo un popolo arretrato, attaccato al mattone, incapace di cogliere le opportunità offerte dai mercati. Manca sempre il dettaglio più volgare: per investire denaro, prima bisogna averlo.
L’uomo normale deve fare crescere ciò che non riesce ad accumulare e presentarsi alla vecchiaia con la prova di aver seguito tutte le istruzioni.
La pensione privata non sostituisce soltanto una garanzia. Trasforma la vecchiaia in un giudizio sul comportamento passato. Se avrai abbastanza, sarai stato previdente. Se non avrai abbastanza, troveranno sempre un mese in cui avresti potuto versare di più. Ogni cena, viaggio, disco e motocicletta diventerà retroattivamente una sottrazione al tuo futuro.Non hai vissuto: hai disinvestito.
Così la vita intera viene messa sotto amministrazione. Il presente deve giustificarsi davanti a una versione futura di noi stessi, vecchia, impoverita e parecchio incazzata. Il mercato non si limita più a organizzare il lavoro. Si mette tra noi e il tempo.
Una popolazione molto preparata è più facile da abbandonare, perché ciascuno conosce già la formula con cui verrà dichiarato colpevole.
Non contesto che sia intelligente investire. Contesto che dopo quarant’anni di lavoro il diritto a smettere dipenda anche da quanto sei stato bravo a muoverti in mercati dei quali non decidi nulla.
La risposta non è diventare tutti più competenti. Vecchiaia, malattia e perdita del lavoro sono esattamente i rischi per i quali gli esseri umani si mettono insieme. Non per generosità e nemmeno per amore universale, ma perché nessuno può prevedere tutto e nessuno dovrebbe essere distrutto dalla propria imprevidenza.
Non basta più vivere. Bisogna conoscere il funzionamento economico di ogni possibile disgrazia prima che si verifichi.
Perché devo sapere tutte queste cose?
Perché chi decide non ha più intenzione di garantire il risultato, ma vuole essere certo che conosciamo le condizioni. Quando arriveremo alla fine, poveri ma informati, nessuno potrà dire che non eravamo stati avvertiti. Il comandamento moderno è semplice: non chiedere perché ti è stato tolto qualcosa. Impara come ricomprarlo.
“Guarda, i signori e i prìncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2–4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca.”
Tony da Milano, rider e studente nonché uno dei più celebri interventisti della Zanzara, ci ha concesso un’intervista. Forse la prima della sua vita. Era lì ad aspettarci fuori dall’ingresso della Statale di Milano. Proprio per la radio dell’Università conduce da poco una trasmissione.