IL COCCODRILLO E IL CAPIBARA

Se vincono bene, se perdono meglio

IL COCCODRILLO E IL CAPIBARA
Lettura boomer
Meglio un giorno da Coccodrillo o cento da Capibara?

Gli Llanos sono un posto che non somiglia a niente. Mezzo milione di chilometri quadrati di erba piatta fra Colombia e Venezuela, dove per metà anno l’acqua copre tutto e per l’altra metà il fango si spacca sotto il sole. Non è terra e non è palude: è la stessa superficie che cambia stato due volte l'anno, e chi ci vive deve saper attraversare entrambe le stagioni. Non ci cresce niente di solido, non ci si costruisce sopra volentieri, e per qualche milione di anni non ci ha vissuto nessuno che avesse alternative migliori.

Ci vivono due animali che hanno accettato contro ogni probabilità di dividersi la riva.

Il primo è la cosa più antica che ci sia sull’argine. Il Coccodrillo ha attraversato l’estinzione che ha spazzato via i dinosauri e da allora ha cambiato quasi niente, perché non ne ha avuto bisogno: mentre il resto della biosfera si reinventava ogni pochi milioni di anni per stare al passo, lui era già arrivato alla forma definitiva e ha semplicemente smesso di cambiare.

È a sangue freddo, quindi brucia pochissimo e può stare mesi senza mangiare. Chi consuma poco può aspettare, e chi può aspettare resta libero di rifiutare quello che gli viene offerto. Può permettersi di non vincere adesso, di non piacere adesso, di non esistere ora, nei termini in cui gli viene concesso di esistere.

Passa la maggior parte della vita immobile, con gli occhi appena sopra il pelo dell'acqua, e per questo lo scambiano regolarmente per qualcosa di morto e innocuo. Poi si muove, e quando si muove è letale. Nessun animale vivente ha un morso più potente. Il coccodrillo non mastica: quel morso gli serve a tenere quello che ha preso finché questo smette di muoversi.

A due metri da lui, sulla stessa riva, c’è il Capibara. Sessanta chili di erbivoro: niente artigli, niente corazza, niente veleno, niente velocità, preda pura. La sua strategia è geniale nella sua semplicità e consiste nel farsi tollerare e tollerare chiunque. Gli uccelli gli si posano addosso e lui li lascia fare, le scimmie ci si siedono sopra, i turisti lo accarezzano, i predatori spesso non si disturbano nemmeno. Sta in branco, non si agita mai.

Nel 2021, mentre mezzo mondo era chiuso in casa, decine di capibara scesi dal delta hanno occupato Nordelta, il quartiere blindato per ricchi costruito alle porte di Buenos Aires: piscine, prati all’inglese, vialetti privati, e gente che aveva pagato profumatamente per vivere lontano dalla plebe si è ritrovata decine di roditori sul bordo dell’idromassaggio. Questo episodio ha trasformato questo strano animale in un simbolo politico.

Da qualche mese il Capibara è salito agli onori della cronaca anche nella politica italiana. Il Partito Capibara nasce nel 2019 dentro un ambiente bolognese che si chiamava Circolo Nomade Accelerazionista: nerd, memers e attivisti nativi dei forum di internet. Nel 2022 il salto memetico arriva con delle finte elezioni online, di quelle che si fanno per scherzo e che ogni tanto, per caso, generano un mostro. Da lì cominciano i raduni nei parchi, dove ci si siede in cerchio sull'erba perché si capibara (verbo loro, non mio). A giugno 2026 arrivano il sito, la raccolta firme e l’obiettivo dichiarato delle politiche 2027, con Davide Dibitonto, in rete Xenodibi, come volto pubblico.

https://www.partitocapibara.it/it

Il programma consiste in tre pilastri e in una manciata di numeri. Settimana lavorativa di 24 ore, sei ore per quattro giorni. Salario minimo netto di 1.560 euro. Gratuità totale di sei bisogni fondamentali, cioè casa, utenze, cibo, trasporti, sanità e istruzione. Reddito universale di 500 euro agganciato al tasso di automazione. E una patrimoniale al 100% sopra i 6 e 660 mila euro.

Il riferimento teorico dichiarato è Mark Fisher: realismo capitalista, accelerazionismo di sinistra, comunismo di lusso automatizzato. L’esergo del documento è fisheriano, la copertina è rossa, e dentro, invece degli slogan che vi aspettereste, ci sono decreti attuativi con i conti fatti, gli scenari e le coperture. Se siano sostenibili e raggiungibili è un altro discorso, che siamo felici di lasciare alla CalendaGang.

Due considerazioni.

La prima è che la portata è enorme. Sono riusciti a farsi coprire da mezza stampa nazionale, dal Quotidiano Nazionale ad Adnkronos passando per una quantità imbarazzante di TikTok e talk show, con un roditore sudamericano e quattro cartelli colorati. Hanno prodotto in tre anni più immaginario di quanto la sinistra parlamentare italiana ne abbia prodotto dalla morte di Berlinguer, e lo hanno fatto senza un euro, senza una televisione e senza un solo eletto.

La seconda è che al primo raduno romano si sono presentate cinquantotto persone, e a Firenze ventotto. Per finire su una scheda elettorale ne servono centoventimila con firma autenticata, su carta bollata, davanti a pubblico ufficiale, distribuite per circoscrizione in tutto il Paese.

Fra questi due numeri c’è tutta la politica italiana degli ultimi quindici anni, cioè la distanza fra un’idea che gira e un’idea che pesa.

I capibara si muovono per iperstizione: una finzione che diventa vera perché un numero sufficiente di persone comincia ad agire come se lo fosse già. Il concetto nasce nella CCRU di Warwick negli anni Novanta, in quella stanza semiabusiva e piena di fumo da cui è uscita metà della teoria che conta degli ultimi trent’anni. In quella stanza c’erano due persone: una si chiamava Mark Fisher, l’altra si chiamava Nick Land.

Fisher ha preso la strada della malinconia, il futuro cancellato, il lutto per le possibilità che il capitalismo ci ha rubato, l’impossibilità di immaginare qualcosa dopo. Land ha preso la strada opposta, quella che attraverso l’accelerazione arriva all’Illuminismo Oscuro e alla neo-reazione. Stessa casa, stessa cassetta degli attrezzi, eredità divisa in due.

Il che significa che quando un capibara scrive che bisogna seminare l'iperstizione ovunque finché non attecchisce, sta maneggiando lo stesso identico ordigno che maneggiamo noi quando ripetiamo che la Guerriglia Culturale viene prima di qualsiasi urna, che le idee vanno messe in circolo prima delle liste, che si vince nella testa della gente e poi semmai altrove. La somiglianza è genealogica.

E se l’iperstizione vi suona come una trovata da server Discord, sappiate che ha centoventi anni e un padre pochissimo progressista. Si chiamava mito soreliano: un’immagine capace di mettere in movimento gli uomini, che diventa vera esattamente nel momento in cui li muove. Land e Fisher lo hanno riscritto in linguaggio cibernetico, i capibara ci hanno messo sopra un roditore, e la macchina resta la stessa da un secolo abbondante (forse anche di più…).

Da una cassetta degli attrezzi condivisa esce inevitabilmente un rifiuto condiviso, ed è il rifiuto del There Is No Alternative, lo slogan con cui Margaret Thatcher liquidava ogni obiezione al liberismo alla fine degli anni Settanta. Negano entrambi che questo assetto sia l'unico pensabile, che la storia sia finita nel 1989 e che il compito della politica consista nell'amministrare l'esistente limandone le sbavature. Se c’è qualcosa che separa nettamente Noi e Loro da tutto il resto dell’arco costituzionale è che noi due crediamo ancora che il futuro sia un posto diverso da questo.

E siccome guardiamo lo stesso paesaggio, finiamo per indicare lo stesso responsabile: rendita, finanza, recinzione di quello che prima era comune.

Da questa diagnosi discende anche una forma organizzativa quasi identica alla nostra. Lo dicono esplicitamente: prima il movimento, poi eventualmente il simbolo, con il partito trattato come strumento. Ne discende, infine, lo stesso campo di battaglia, perché hanno capito quello che abbiamo capito noi, cioè che nessuno ha mai cambiato idea leggendo la relazione tecnica di un ministero, mentre chiunque può cambiarla guardando un’immagine che gli resta addosso per sei mesi.

Tutto quello che avete appena letto è somiglianza di metodo, di diagnosi e di anagrafe, e sono somiglianze vere, ma superficiali. Sotto, le due bestie sono fatte in modo incompatibile, e basta tirare un filo qualsiasi per vedere venire giù tutto il resto.

Tiriamo quello della gratuità, che è il loro.

Il dono, quello vero, quello che studiava Marcel Mauss girando fra gli antropologi del secolo scorso, produce sempre due cose insieme: un legame e un debito. Ti do, mi devi qualcosa, e da quel momento siamo qualcosa l’uno per l’altro. È il meccanismo più antico che l’umanità conosca, ed è il modo in cui si costruiscono le comunità, attraverso la circolazione degli obblighi. Il gratuitismo vuole il primo termine amputando il secondo: vuole ricevere senza appartenere a niente.

Niente è gratis, mai, in nessuna epoca e sotto nessun regime. Quello che non paghi in prezzo lo paghi in dovere, in fedeltà. Quello che non paghi in nessuna delle due valute è una razione.

Su questo la storia ha già risposto. Roma distribuiva grano gratis, e l'annona ha prodotto una clientela: una massa urbana che dipendeva dalla mano che apriva i granai e che si comportava di conseguenza, cioè applaudiva chi la riempiva. L’aveva “liberata” dalla possibilità di dire di no.

Ed è qui che il loro simbolo gli si rivolta contro da solo. Perché il capibara di Nordelta è selvatico: si riprende un territorio con le zampe e i denti, senza chiedere permesso, senza raccogliere firme, ed è libero per una ragione precisa, cioè perché è abbastanza indigeribile da non essere ricacciato indietro. Ha vinto perché era scomodo da sgomberare. Il capibara del programma è un’altra bestia: riceve bisogni da un apparato automatizzato che non controlla e non saprebbe riparare, è calmo perché è accudito. Il primo è un animale libero, il secondo è un animale domestico ben tenuto.

Un recinto con la mangiatoia dentro resta un recinto.

Il che apre immediatamente la domanda successiva, quella che nel loro programma non ha risposta: chi tiene la mano sull’interruttore?

Perché l’assunto silenzioso di tutto il gratuitismo è che l’automazione sia uno strumento neutro, un martello che basta impugnare dalla parte giusta per ottenere liberazione al posto di sfruttamento. La tecnica funziona invece come un ambiente, e riorganizza chi ci vive dentro a propria immagine: da Ernst Jünger a Gunther Anders, la sostanza della diagnosi non cambia di una virgola, chi entra nell’apparato ne esce con una forma diversa da quella con cui è entrato. Chi amministra la macchina che eroga la gratuità è il sovrano effettivo di quella società, molto più di chi vota e di chi legifera. Hanno abolito il padrone e hanno assunto un amministratore di sistema, che è la stessa identica figura con l’aggravante che il padrone almeno aveva un nome e una faccia da tirare fuori dall’ufficio.

Ogni sistema di gratuità universale deve dire chi è dentro, per aritmetica prima ancora che per ideologia: un salario minimo di 1.560 euro presuppone un’economia nazionale in cui può permettersi di essere in vigore, i sei bisogni gratuiti presuppongono un territorio su cui vengano erogati, un fisco che li finanzi, un confine che li protegga da una domanda potenzialmente infinita e uno Stato che sappia a chi risponde.

Loro considerano la domanda stessa immonda, e ogni volta che gliela poni ti spiegano che è una falsa questione, che l’abbondanza è per tutti, che il problema è la distribuzione e non la scarsità. Che è una risposta bellissima e assolutamente inservibile, perché la distribuzione avviene sempre da qualche parte e da qualcuno. Un progetto che non sa dire Noi resta un’associazione di volontariato con un ottimo reparto grafico.

Il Coccodrillo, che come dicevamo non mastica, quando afferra tiene, e quella è letteralmente la sua unica tecnica. Sapere cosa è nostro e non mollarlo. Loro non hanno un morso perché non hanno mai deciso su cosa chiuderlo.

Resta l’ultima cosa, che è anche quella che ci separa di più, e riguarda il tempo.

Il Capibara vive nel presente assoluto, ed è il suo pregio come animale e la sua condanna come metafora politica: non ha progetto, non ha destino, non ha debiti verso chi è venuto prima e non ha consegne verso chi verrà dopo. Sta bene adesso. Tutta l’estetica del movimento è costruita su questo, sulla decompressione, non correre più. Noi ragioniamo per generazioni, e tutto il senso della nostra posizione sta in una frase sola: siamo custodi temporanei di quello che abbiamo ricevuto, e una politica si misura su cosa resta in piedi fra duecento anni.

Infine, tempo liberato per fare cosa?

Se la risposta è costruire, generare, tramandare, allora sediamoci e parliamone, perché una società che libera tempo per fare figli e rendere migliore ciò che è nostro ci interessa moltissimo. Se invece la risposta è godere di più, allora non è stato superato un bel niente: hanno preso il capitalismo dei consumi e lo hanno portato a compimento, togliendogli l’ultimo fastidio residuo, cioè il dover andare a lavorare per finanziarlo.

Detto tutto questo: buona fortuna, Capibara. E non è sarcasmo, perché non costa niente augurarvelo e conviene parecchio.

C’è infatti una legge storica: le classi popolari ottengono qualcosa solo quando esiste una minaccia credibile. Non quando hanno ragione, ma quando fanno paura.

Bismarck non si inventa le assicurazioni sociali per bontà d'animo: le vara mentre mette fuorilegge il partito socialista, e in Parlamento lo dice senza girarci intorno: bisogna togliere ai rivoluzionari le rivendicazioni di mano prima che le usino loro. Roosevelt non fa il New Deal perché ha letto Keynes a colazione, lo fa perché nel ’33 in America ci sono fabbriche occupate, mezzo Paese senza lavoro e una borsa appena esplosa. E il welfare europeo del dopoguerra, quello che oggi la sinistra rimpiange in televisione con gli occhi lucidi, viene costruito con l’Armata Rossa a mille chilometri di distanza.

Ecco perché il Partito Capibara è utile a prescindere da come finisce. Se per qualche miracolo avranno successo, o anche solo se prendono abbastanza voti da far tremare qualcuno la sera dei risultati, i moderati riscopriranno di colpo che i salari andrebbero alzati e che le case dovrebbero costare meno, non per convinzione ma per contenimento, che è l'unica manovra che sappiano eseguire. Se perdono, la domanda non sparisce insieme a loro: resta lì dov’è, senza più nessuno di simpatico e innocuo a porla. In ogni caso, al ceto liberale restano davanti le uniche tre opzioni che abbia mai avuto.

La prima è ignorare questo sintomo di risentimento popolare e rischiare la sua trasformazione in rabbia.

La seconda è fare comunque le riforme che hanno rimandato per trent’anni, in modo che a nessuno venga voglia di rivendicare qualcosa in più.

La terza è quella che sceglie ogni volta che si spaventa sul serio. Chiamare il Coccodrillo.

E finora ha sempre funzionato. Lo chiamavano, lui usciva dall'acqua, mangiava quello che gli veniva indicato e poi tornava giù, mentre loro si rimettevano il cappotto e riprendevano i loro affari, convinti di aver gestito magistralmente la faccenda.

Da un po’ hanno smesso di chiamarlo, e sono passati cent’anni. Cent’anni di digiuno non sono niente per una bestia antica, ma sono lunghi abbastanza da cambiarle l’appetito.

Il capibara non ha niente: buone intenzioni e un programma di sessantanove pagine. Lì non c'è cena, e non c'è mai stata.

La cena è in piedi sull’argine. È quella che sbraccia per attirare l’attenzione, che grida che c’è un grande pericolo, che si aspetta che il rettile faccia il suo mestiere e poi torni educatamente sott’acqua.

“Bombardilo Crocodilo mentre attraversa il Canale della Manica” – 15 Luglio 1940

Che i Capibara provino pure a raccogliere le loro centoventimila firme e a portare avanti quello in cui credono. Se ci riusciranno avranno strappato qualcosa a gente che non ha mai concesso niente senza essere costretta, e sarà una buona giornata anche per noi. Se non ci riusciranno, la domanda resterà scoperta lo stesso, e prima o poi qualcuno la raccoglierà.

Agli altri, a quelli in piedi sull’argine, resta poco da dire. Chiamateci pure, quando toccherà. Verremo, come sempre.

Attenti però: ieri, per farci sentire, ci servivate voi. Le rotative, le frequenze, i permessi, il capitale necessario a far arrivare una frase oltre il confine della provincia.

Oggi basta una connessione. Un meme messo in rete alle due di notte da uno schizo qualsiasi arriva a più gente della vostra prima pagina, costa zero e non chiede il permesso a nessuno. Un video di quindici secondi girato con un telefono ha finito di fare il giro prima che la vostra redazione di proprietà di qualche ereditiero miliardario abbia deciso se fosse una notizia.

Noi saremo dove ci avete lasciati. Appena sotto la superficie della politica istituzionale, con gli occhi che affiorano, pronti per il prossimo pasto.

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