Lotta comunista

Un baluardo contro la modernità

Lotta comunista
Lettura zostile
Una riflessione su Lotta Comunista quasi degna d'esser pubblicata su Lotta Comunista. Quasi.

Il primo maggio sono arrivato a Padova poco prima di pranzo, abbastanza presto da riuscire a bere un caffè prima di incontrare Veronica (nome di fantasia), mia cara amica che, quando ho scoperto dove militasse, ho pregato per settimane di farmi accedere “dietro le quinte”. Per mesi ho raccontato questa storia come la mia missione sotto copertura in Lotta Comunista e, a essere precisi, lo era solo a metà: appena arrivato Veronica mi ha presentato come un suo amico giornalista. “Giornalista”, nel mio caso, è una definizione abbastanza generosa, ma quel giorno ero lì per scrivere e tanto bastava. Sapevano quindi benissimo che sarebbe uscito un articolo.

Quello che non sapevano era che articolo sarebbe stato. Per loro ero semplicemente uno che avrebbe fatto un pezzo sulla giornata; nulla che lasciasse presagire particolare pericolo.

Mi ero comunque vestito in maniera abbastanza compatibile con l’ambiente: bella camicia, cravatta marroncina sobria con una fantasia leggera, niente completo, ma abbastanza da poter essere scambiato a prima vista per un militante di qualche altra sezione che quel giorno aveva deciso di lasciarsi un po’ andare. Qualche sguardo, quel brevissimo momento universale da “e questo chi cazzo è?”, poi Veronica spiega e la cosa finisce lì. Dopo pochi minuti siamo partiti verso Piazza delle Erbe e, rotto il ghiaccio, mi sono ritrovato praticamente circondato.

Quella camminata è stata probabilmente la parte della giornata che ho capito peggio mentre la stavo vivendo.

Io ero curioso di loro e loro erano evidentemente curiosi di me, quindi abbiamo cominciato a chiacchierare. Uno voleva diventare medico, una voleva fare la giornalista, altri parlavano dell’università, del lavoro, delle famiglie, di come i genitori vedessero la militanza. Molti venivano da famiglie già comuniste o comunque di sinistra, qualcuno era praticamente cresciuto nell’ambiente, pochissimi tra quelli con cui ho parlato sembravano essere arrivati a Lotta Comunista da un vuoto politico completo.

Mi raccontavano soprattutto le diffusioni: quelli che li mandano affanculo, quelli che tirano dritto, quelli che prendono il giornale per poi strapparlo, quelli che invece si fermano e cominciano a discutere. Anche sulla rivoluzione, che uno da fuori si immagina essere la cosa sulla quale almeno loro debbano essere tutti stampati con lo stesso cliché, le differenze c’erano. Qualcuno ne parlava davvero come di una prospettiva storica concreta, lontana quanto vuoi ma reale; qualcun altro era molto più disilluso e la teneva sul fondo, come un orizzonte futuro ideale verso il quale continuare a muoversi anche senza aspettarsi necessariamente di arrivarci.

Non era una differenza da poco, considerato il posto in cui mi trovavo.

La ragazza che voleva fare la giornalista me l’ha detto proprio durante quella camminata. Io naturalmente mi sono illuminato: cazzo, finalmente, una che magari scrive su Lotta Comunista.

Mantenere in piedi un giornale cartaceo nel 2026 senza trasformarlo in un supplemento patinato e senza ridurlo all’ennesima sanguisuga attaccata ai soldi dello Stato è già di per sé un’impresa interessante.

Le chiedo se scrive per loro. “Eh, magari!”. Scriveva per un giornale dell’università.

Su Lotta Comunista? Ma sai quanto bisogna essere preparati? Quanto tempo ci vuole prima che ti facciano scrivere anche solo un trafiletto?

Lei, secondo il suo giudizio, non aveva neanche un decimo dei requisiti necessari.

Un giornale che non troverete accatastato negli autogrill, che non apre i telegiornali e che, con ogni probabilità, non farà tremare il capitalismo internazionale nell’anno corrente, aveva davanti una ragazza che desiderava fare la giornalista e che considerava scriverci dieci righe una specie di ordinazione sacerdotale.

E, soprattutto, non sembrava viverla come un’ingiustizia. Non era “quegli stronzi non mi lasciano scrivere”. Era proprio: non sono ancora abbastanza preparata. Per la prima volta (di successive moltissime) quel pomeriggio ho avuto la sensazione di avere sbagliato secolo.

Quando siamo arrivati in Piazza delle Erbe era ancora quasi vuota, ma campeggiava già lo scranno: legno massiccio, sfondo rosso, severo, abbastanza solenne da sembrare uscito da un’altra epoca.

Poco dopo hanno cominciato a volantinare. Il paragone coi Testimoni di Geova viene fuori da solo e capisco che sia quasi troppo facile, ma dopo cinque minuti lì in mezzo era difficile non pensarci: uomini in completo e cravatta, donne vestite in maniera estremamente sobria, tutti puliti e composti, coccarda, giornale, contributo per la lotta internazionalista, invito al circolo. Fermavano la gente, spiegavano, insistevano un po’. La coccarda te la regalano, poi arriva il giornale, poi ti chiedono il numero per invitarti al circolo e, se vuoi, anche un contributo alla causa internazionalista. Niente pos, niente QR infilato sotto Marx: conversazione umana, giornale in mano, moneta sonante e avanti il prossimo. Era una pesca a strascico leninista fatta con una cortesia quasi professionale. Qualcuno si fermava, molti no. Non ho visto nessun passante trasformarsi lì davanti ai miei occhi in quadro rivoluzionario, ma del resto dubito che il processo sia così rapido.

Mi colpiva moltissimo anche come fossero vestiti. Non semplicemente bene: sembravano condividere la stessa idea precisa di cosa significhi vestirsi bene. Stessi toni, stessi grigi, stessi blu. Ad un certo punto ho cominciato seriamente a sospettare che Lotta Comunista avesse un fornitore ufficiale. Veronica mi aveva già raccontato che la cosa non si fermava ai vestiti: droga no, ubriacarsi no, vita sessuale troppo disordinata nemmeno.

Il rivoluzionario deve essere una persona modello, capace prima di tutto di governare se stesso.

La cosa meravigliosa è che pure il loro ideale di rivoluzionario sembra progettato più di cent’anni fa. Nel 1925 un ragazzo di vent’anni in giacca e cravatta comunicava serietà, affidabilità, disciplina. Nel 2026 sembra un paggetto scappato dal Castello delle Cerimonie. Il punto è che questa differenza non sembra preoccuparli affatto: non hanno nessuna particolare urgenza di dimostrare al presente di appartenere al presente.

Se una cosa per loro funziona, non si muove.

Per circa un’ora hanno continuato così, mentre la piazza lentamente si riempiva. Alla fine saremo stati almeno duecento. Per Piazza delle Erbe significa meno della metà dei turisti, cosa non ideale se il piano è l’emancipazione mondiale della classe proletaria, ma abbastanza per costituire una presenza vera. Prevalentemente militanti delle sezioni venete, Padova, Venezia, Verona e dintorni, con relativamente poca gente capitata lì a caso. E poi una distribuzione anagrafica meravigliosa: o sessantina e oltre o meno di venticinque, con una discreta voragine in mezzo. Non era quindi il raduno di quattro vecchi comunisti rimasti a sorvegliarsi reciprocamente. C’erano persone nate nel nuovo millennio che avevano evidentemente ricevuto quella cultura politica, l’avevano presa sul serio e avevano deciso che sì, questa cosa del comunismo rivoluzionario meritava una considerevole parte del proprio tempo libero. Molti studenti, pochi operai autoctoni, mentre tra gli immigrati (che erano una parte considerevole dei presenti) invece più facilmente lavori come agricoltura e consegne.

Poi il volantinaggio è finito e ha cominciato il comizio. La gente si è sistemata davanti allo scranno e per le tre ore successive Piazza delle Erbe si è riempita di bandiere rosse, Marx, coccarde, grafiche che sembravano già vecchie negli anni Venti e, soprattutto, una banda vera con ottoni, leggii e spartiti. Proprio una banda, lì per accompagnare il comizio con “i gloriosi canti della tradizione socialista”.

Anche dal palco la lingua sembrava arrivare dallo stesso posto: borghesia imperialista, classe proletaria internazionale, capitalismo di Stato, rapporti tra potenze, padroni, capitale.

Parole dette dritte, senza virgolette e senza quella precauzione ironica con cui oggi persino molti comunisti sembrano sentire il bisogno di comunicarti che sì, sanno benissimo in che anno siamo. Lì no. “Compagno” è compagno, la borghesia è la borghesia e la rivoluzione, quando viene nominata, è ancora una possibile rivoluzione e non un modo più teatrale per dire che sarebbe opportuno aumentare il salario minimo.

Sarebbe facilissimo fermarsi qui e concludere che siano semplicemente rimasti indietro di un secolo, se non fosse che basta ascoltarli per qualche minuto perché la cosa cominci a complicarsi.

Si è parlato molto di intelligenza artificiale, di Cina, di guerra in Ucraina, di trasformazioni economiche. Alcuni interventi erano talmente tecnici che facevo sinceramente fatica a seguirli, e non perché fossero supercazzole: sembravano costruiti da persone che Il Capitale se lo sono letto dieci volte e che ormai conoscono pure gli errori di punteggiatura della stampa nuova.

Questo non significa che capiscano il presente meglio di chiunque altro. Significa però che lo studiano sul serio.

Il presente entra nella macchina e viene lavorato con una quantità di attenzione che mal si concilia con l’idea del vecchio militante, che ripete le stesse quattro parole imparate nel ‘73.

Il punto è proprio la macchina. È enorme, coerente, sofisticata e, soprattutto, molto stabile. Le cose cambiano, le categorie molto meno. L’intelligenza artificiale è nuova, il capitale no; cambia la Cina, cambiano le guerre, ma tutto continua a entrare dentro una struttura teorica che non sembra avere particolari motivi per rimettere ogni volta in discussione le fondamenta.

Non è un pensiero immobile, perché produce continuamente analisi nuove.
È piuttosto un pensiero convinto di avere già gli attrezzi giusti.

La cosa diventava ancora più strana parlando con i militanti più giovani. Fuori dalla politica erano ragazzi del 2026, in maniera quasi offensivamente normale: dicevano cazzate, fumavano, stavano al telefono, brainrottavano come ogni 18enne normale. Poi il discorso cadeva sulla politica e cambiava registro quasi senza preavviso. Comparivano Lenin, il compagno, la strategia, congressi avvenuti prima che nascessero i loro genitori. Non perché non sapessero parlare come dei ventenni: cinque secondi prima lo stavano facendo benissimo. Avevano semplicemente una seconda lingua, conservata con estrema cura, da usare quando la politica diventava una “cosa seria”.

Stalin veniva liquidato senza particolari esitazioni; Trotsky invece godeva di molta più considerazione. Secondo alcuni aveva imboccato almeno in parte la strada giusta e, se non fosse stato ammazzato (dallo zio di De Sica, ndr.), avrebbe potuto sviluppare posizioni progressivamente più vicine a quelle elaborate poi da Cervetto e compagni.

È una posizione sulla quale si potrebbe discutere seriamente. Io purtroppo non ci riesco più, perché da quel giorno riesco a immaginare soltanto Lev Davidovič in Messico che apre un libro di Cervetto, legge dieci pagine, si sistema gli occhiali e pensa: cazzo, sto genovese ne sa. Volo per la Liguria, scioglimento della Quarta Internazionale, ci vediamo sabato per la diffusione.

Nel frattempo in piazza c’era una quantità di affetto che da fuori non mi aspettavo. Gente arrivata da sezioni diverse che si abbracciava, si salutava, fumava insieme, rideva. Tutto abbastanza composto, ma non freddo: una specie di affetto disposto formalmente.

Sul palco intervenne anche una ragazza nera e la cosa che mi colpì fu proprio quanto poco la sua presenza venisse trattata come qualcosa da sottolineare. Parlò di scuola. Non di razzismo, non di immigrazione, non della propria esperienza in quanto ragazza nera: scuola. In molti altri ambienti politici la sua stessa presenza sul palco avrebbe probabilmente finito per assegnarle automaticamente una parte; lì sembrava semplicemente una militante a cui spettava un intervento sulla scuola.

Nessuno sentiva il bisogno di presentarla come qualcosa di diverso, e soprattutto lei non sembrava essere lì per rappresentare se stessa. Era lì per rappresentare una posizione politica.

Poi la banda attaccò L’Internazionale. Una frase che già scritta così sembra l’inizio di una presa per il culo e invece lì mi passò quasi completamente la voglia di farlo. La gente la sapeva. Non c’erano foglietti distribuiti di corsa all’ultimo, non c’era gente che muoveva la bocca sperando di prendere il ritornello. Io mi spostavo nella piazza e cambiava la lingua. Ne ho sentite parecchie, abbastanza da perdere il conto, e per qualche minuto quella cosa abbastanza consunta che chiamiamo internazionalismo smise di essere una parola da volantino e diventò esattamente ciò che sosteneva di essere: persone di provenienze diverse che cantavano la stessa canzone nella propria lingua.

Ho visto manifestazioni molto più grandi e molto più alla moda dove la varietà umana sembrava persino minore.

Il repertorio continuò su quella linea, vecchi canti socialisti, persino l’inno della Comune francese, roba precedente non soltanto alla caduta dell’Unione Sovietica ma in certi casi all’Unione Sovietica stessa. Pareva che un ramo della tradizione socialista europea avesse semplicemente continuato a crescere da qualche parte senza ricevere la comunicazione che quasi tutto il resto del bosco era stato abbattuto.

A un certo punto un quadro mi chiese se, visto che stavo già facendo delle fotografie, potevo mandargliene qualcuna. Volentieri. Solo che magari potevo salire un po’ più in alto, prendere un’inquadratura nella quale la piazza sembrasse più piena. Serissimo. Dopo ore di marxismo, materialismo, rapporti imperialistici e preparazione della futura fase rivoluzionaria, finalmente un partito del 2026.

Che dite? Spero di aver fatto un buon lavoro.

Terminati gli interventi ho provato finalmente a fare il lavoro per cui, almeno in teoria, ero andato lì. Mi ero preparato sette domande abbastanza impegnative su Cervetto, la coerenza teorica, il rischio dell’autoreferenzialità, il modello organizzativo e il motivo per cui, con tutta quella preparazione, Lotta Comunista continuasse a essere così piccola.

È anche per questo che parlare con loro era così strano. Se chiedevi a un militante perché fosse lì, potevi ricevere mezz’ora di vita. Se gli chiedevi che cosa rimanesse valido oggi di Cervetto, improvvisamente compariva la prudenza: "su questo forse è meglio parlare con il compagno X, io non sono abbastanza preparato".

Nessuno mi ha mai detto “non posso rispondere“. Sempre “non sono abbastanza competente“.

La gerarchia era visibile anche nell’organizzazione pratica, ovviamente, ma diventava ancora più netta sul sapere. Non tutti si consideravano autorizzati a elaborare pubblicamente la teoria, e la cosa, in un mondo dove chiunque può svegliarsi e spiegare il conflitto sino-sovietico dopo aver letto due titoli in pausa cicca, aveva qualcosa di quasi esotico.

Qualcosa sono riuscito a chiederlo a un dirigente piuttosto importante dell’organizzazione.

Una persona, tra parentesi, deliziosa. Simpatica, spiritosa, disponibilissima. Gli chiesi come facessero a rapportarsi a un mondo in cui la comunicazione tende a diventare sempre più breve e mi rispose, più o meno, che i messaggi brevi non gli piacevano, salvo "vattene affanculo": quello sì, quello era un buon messaggio breve. Quando gli chiesi invece perché, con tutta quella struttura, quella disciplina e quella teoria, non fossero maggioranza, la prima risposta fu "perché gli altri sono stronzi". Poi rise e naturalmente il discorso diventò più serio, finendo sull’indifferenza e sulle fasi storiche.

Per le mie domande più grosse, però, serviva il circolo. Bisognava farle con calma. Al compagno giusto lasciai il mio numero. Mi dissero che mi avrebbero ricontattato. Io non avevo il loro; loro avevano il mio.

Il circolo, a quel punto, aveva cominciato ad assumere nella mia testa le caratteristiche di un luogo metafisico nel quale a ogni domanda corrispondeva, da qualche parte, una risposta ponderata e possibilmente già discussa in un congresso precedente alla mia nascita.

Un’altra cosa fondamentale, che se non si capisce rende tutto questo soltanto ridicolo e che loro ripetono fino alla nausea, è che a loro non interessa essere un partito di massa nel senso classico. Non vogliono essere il PCI. Non vogliono piacere a tutti. Non vogliono essere immediatamente compresi da tutti. Non pensano che il metro del successo politico sia convincere mezzo milione di persone abbastanza da farsi votare. Vogliono formare militanti, e soprattutto quadri. Se uno non capisce, studia. Se gli interessa, viene al circolo. Se continua a interessargli, ritorna. Non cercano necessariamente cento persone che dicano “bella Lotta Comunista“. Gli basta molto di più quella che, dopo un po’, diventa Lotta Comunista. A quel punto le tre ore di comizio, il lessico e la totale assenza di qualsiasi disperazione da social media smettono almeno in parte di sembrare semplici errori di comunicazione. Per essere errori dovrebbero prima avere come obiettivo quello che noi continuiamo ad attribuirgli.

E infatti considerarli semplicemente una specie di monumento vivente sarebbe altrettanto sbagliato. Un monumento conserva quello che esiste già; questi continuano a cercare gente nuova da trasformare in militanti e, possibilmente, in quadri. Che poi lo facciano con strumenti che sembrano progettati quando il PCI ancora non esisteva è un altro discorso.

Finito il comizio siamo rimasti ancora un po’ in piazza e poi abbiamo ripreso a piedi la strada verso la sede. A un certo punto uno dei militanti, che era venuto in macchina con Veronica, mi chiese cosa ne pensassi di quello che avevo visto. Gli dissi che molte cose mi avevano colpito, ma che su altre avevo parecchi dubbi: soprattutto su come un’organizzazione così rigida, vista da fuori, rischiasse di diventare una specie di setta. A quel punto mi guardò un po’ più attentamente e mi fece LA domanda che evidentemente era diventata inevitabile: “Ma tu di che orientamento politico sei?“. “Bah, se proprio devo darti un’etichetta direi anarchico“.

Apriti cielo.

Da lì la passeggiata cambiò completamente tono. Io Veronica la vedo poco e pensavo ingenuamente che durante quei quaranta minuti sarei riuscito finalmente a farmi due chiacchiere con lei. Figuriamoci. Makhno, Lenin, Stato transitorio, materialismo dialettico, ruolo del partito: ogni volta che provavo a spostare il discorso di lato, il leninismo tornava a reclamarmi. Il tipo era pure simpatico, che rendeva tutto molto più difficile, ed era sinceramente interessato a quello che dicevo. Solo che l’interesse aveva una direzione abbastanza precisa: stava cercando, con una pazienza quasi commovente, di capire come fossi riuscito a diventare anarchico, ma soprattutto come farmi smettere.

Arrivati alla loro macchina continuammo ancora qualche minuto. Per cercare, in extremis, di svicolare, cercai di concludere con un democristiano: “Comunque grazie della chiacchierata, sappi che stimo molto le vostre idee e la vostra coerenza“. Lui mi rispose: “Io ti ringrazio, ma a noi comunisti essere rispettati interessa relativamente. Quello che vogliamo è essere ascoltati, e che qualcuno risponda“. Poi salirono in macchina e partirono. Poco dopo Veronica mi scrisse: “I compagni ti ringraziano!!”.

Per mesi ho continuato a pensare che, per iniziare a scrivere, mancasse solo una cosa: l’intervista. Dai, magari mi chiamano. Dai, magari il responsabile di Padova vuole rispondere. Ogni tanto rompevo il cazzo a Veronica perché sentisse questi qua. Lei mi diceva sì, sì, li sentirò. Niente. E la cosa cominciava anche a seccarmi, perché ero convinto che proprio lì ci fosse il pezzo importante che ancora mancava. Continuavo a non scrivere perché avevo in testa l’idea che, per fare un pezzo corretto, dopo aver visto Lotta Comunista dovessi anche farmela spiegare da Lotta Comunista.

Non è che a un certo punto mi sia stufato di aspettare. Non me ne frega un cazzo di essere richiamato: loro hanno il mio numero e se un giorno vorranno parlare mi chiameranno. Il punto è che col tempo ho capito che quell’intervista non solo non mancava, ma avrebbe proprio rovinato questo pezzo. Avrebbe preso tutto quello che avevo visto durante quella giornata e l’avrebbe fatto finire sotto una bella risposta ordinata di un dirigente.

Per chi vuole sapere cosa pensa Lotta Comunista c’è un modo molto più semplice: comprare quel cazzo di giornale.

Anche se siete liberali, anche se siete conservatori, anche se siete della destra più feroce. Costa due euro. Non vi rovineranno e probabilmente troverete almeno un paio di pagine sulle quali vale la pena fermarsi. A tratti sembra scritto da gente che come compagno di banco aveva San Giuseppe (Stalin?), ma non per questo è roba da museo: dentro ci sono analisi che meritano attenzione. Se poi vi fa schifo, amen: avete perso meno di quanto costa ormai un caffè e almeno sapete di cosa state parlando. L’unica cosa che vi consiglio è di non lasciare il numero di telefono, perché a quel punto avete aperto una porta che loro considereranno evidentemente ancora spalancata tra sei mesi. E spammano come dei bastardi.

Non compratelo apposta per strapparlo davanti al militante o buttarlo nel cestino con aria trionfante. È una delle forme meno efficaci di anticomunismo disponibili sul mercato: Lotta Comunista ha due euro in più, voi due euro in meno e pure senza giornale. Lenin, per il momento, sopravvive.

Non credo alla loro rivoluzione, né che la faranno mai.

Non credo neanche che un giorno, nel mezzo di qualche crisi enorme del capitalismo mondiale, la classe proletaria internazionale si guarderà attorno e dirà: meno male che questi si sono preparati per sessant’anni. È perfettamente possibile che Lotta Comunista continui a fare esattamente quello che fa oggi per altri cent’anni e che la rivoluzione continui ad avere la buona educazione di presentarsi sempre al congresso successivo.

Questa è forse anche la ragione per cui mi urta leggermente la domanda inevitabile: ma perché non cambiano? Certo che potrebbero cambiare. Potrebbero rendere il giornale più bello, i discorsi più brevi, il lessico più semplice, mettersi a fare video, trovare un ventenne fotogenico e costringerlo a spiegare la caduta tendenziale del saggio di profitto in quarantacinque secondi. Probabilmente qualcuno gli direbbe finalmente che stanno comunicando bene. Solo che non è affatto chiaro perché dovrebbero voler diventare quella cosa.

Sarebbe stupido guardare Lotta Comunista e misurarla soltanto in base a quanto poco assomiglia a un partito contemporaneo, visto che una parte non secondaria del progetto consiste precisamente nel non avere nessuna intenzione di assomigliargli.

Una cosa però gliela invidio. Hanno un mondo. Una chiave per leggere le cose, una comunità, una disciplina e soprattutto qualcosa da fare che non deve essere reinventato ogni sei mesi. Sanno perché distribuiscono quel giornale e perché tornano a farlo la settimana dopo. Il dubbio può entrare quanto vuole, ma difficilmente riesce a lasciarli senza pavimento sotto i piedi. Loro il pavimento ce l’hanno. È talmente rigido che a volte sembra cemento armato versato direttamente sopra la storia, ma c’è. È una certezza che può diventare dogmatismo con una facilità impressionante, e secondo me spesso lo diventa, ma capisco anche cosa possa avere di potente. Vedere gente che nel 2026 riesce ancora a pronunciare la parola “rivoluzione” senza dover subito memare per dimostrare che non si sta prendendo troppo sul serio mi ha fatto più effetto di quanto pensassi.

Ed è anche per questo che definirli semplicemente anacronistici a un certo punto non basta più. Basta guardarli cinque minuti e viene spontaneo: completi, coccarde, banda, Marx, nessuna concessione. Poi però quelli che hai davanti sono ragazzi nati nel nuovo millennio, sanno benissimo chi è Tung Tung Tung Sahur e cinque minuti dopo cantano L’Internazionale accompagnati dagli ottoni senza percepire alcuna contraddizione.

Forse era lì che continuavo a sbagliare domanda.

Io pensavo a Lotta Comunista come a qualcosa che avrebbe dovuto aggiornarsi per entrare nel presente, mentre per loro il presente è, alla fine, soltanto il materiale che è arrivato questo mese. Lo si studia, gli si fanno sopra quaranta colonne, lo si mette in relazione con tutto il resto e poi si continua. Non c’è nessun motivo particolare per assomigliargli.

E in effetti, se sei convinto di vivere in una lunga fase non rivoluzionaria, il 2026 perde parecchio del suo prestigio. Non è “il mondo moderno” al quale adeguarsi: è martedì. Prima c’è stato lunedì, dopo verrà mercoledì, nel frattempo bisogna distribuire il giornale.

La cosa ha anche un vantaggio formidabile: diventa molto difficile essere fuori dal proprio tempo quando non riconosci al proprio tempo il diritto di dirti dove dovrebbe essere il dentro. Il 2026 può arrivare con l’intelligenza artificiale, la Cina, le guerre e tutto quello che vuole; si studia, si discute, si scrive e poi si va avanti.

Io ero ancora lì a chiedermi se fossero rimasti indietro, loro probabilmente stavano già impaginando il numero per il mese prossimo.

1
CONTRO LA REPUBBLICA DEI FIGLI UNICI
2
ABORTIRE IL FUTURO
3
Lotta comunista

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