VOGLIAMO LA NOSTRA PROPAGANDA

Non credere a niente di quello che leggi, questo fa eccezione

VOGLIAMO LA NOSTRA PROPAGANDA
Lettura zostile
"Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità." - Joseph Goebbels

L’informazione non esiste, esistono solo narrazioni ben raccontate ed in ogni epoca l’uomo costruisce la propria, la mette in circolo sui media dell’epoca e la chiama “realtà”. I Romani lo sapevano già: il volto dell’imperatore impresso sul bronzo non serviva tanto a dire chi regnava, ma a convincerti che fosse giusto così. Era propaganda tascabile, una bugia così ben fatta da durare quanto il metallo che la portava. Ogni potere, da allora, si è limitato a cambiare la lega e l’incisore. La verità, nel mondo dell’informazione, è solo la narrazione che ha vinto, quella che ha più mezzi per sembrare naturale. Tutto il resto viene scartato, rifuso, dimenticato. Eppure continuiamo a chiamarla “informazione”, come se raccontare fosse lo stesso che rivelare. Ma l’uomo non cerca la verità: cerca storie in cui credere senza vergognarsi troppo.

Cosa saremmo senza le storie che ci raccontiamo?

A Roma, più di duemila anni fa, Cicerone lo sapeva bene. Le sue orazioni non erano solo esercizi di retorica, ma strumenti di potere. Catilina, il suo avversario, non aveva la stessa maestria della parole e cercava di compensare con la pancia della gente: al Museo delle Terme di Diocleziano a Roma sono esposti due vassoi con i nomi di Catilina e Catone che, riempiti con cibo e bevande, venivano offerti in strada per spingere a votarli nelle elezioni del 62 a.C., rispettivamente alla carica di console e di tribuno della plebe. Il populismo di Catilina, frequentatore di star del popolo come gladiatori e attori, non bastò contro la brillante eloquenza di Cicerone, che aveva conquistato gli optimates, l’oligarchia senatoria, e godeva quindi del sostegno delle loro clientele. Due modi opposti di costruire consenso, ma entrambi già perfettamente moderni. 

Col passare dei secoli, la propaganda non ha cambiato natura, solo strumenti. La Chiesa cattolica inventò la versione sacra del marketing, fondando nel 1622 la Congregatio de Propaganda Fide. Il nome, così onestamente trasparente, era già un manifesto. Non bastava salvare le anime: bisognava convincerle ad essere salvate. E per farlo servivano immagini, suoni, riti, parole. Ogni affresco, ogni cupola, ogni nota d’organo serviva a un solo scopo: orientare lo sguardo verso l’alto e la mente verso un messaggio. Michelangelo, con Adamo che sfiora la mano di Dio, non stava solo dipingendo un dogma. Stava firmando la più potente campagna di comunicazione della storia: “Noi siamo la connessione.”

Si susseguono i re, le rivoluzioni, i filosofi, ma la stampa resta. La macchina di Gutenberg cambiò il mondo più della spada, perché permise di incidere idee invece che statue. Nacquero i libelli, i pamphlet, i giornali, i fogli di partito. La parola scritta divenne arma e specchio. Ogni pagina era una trincea di opinioni. La rivoluzione francese ne fece arte: slogan, coccarde, inni, simboli, parate. Napoleone capì prima di tutti che il potere non risiede solo nell’azione, ma nella percezione. «Il ne suffit pas, pour être juste, de faire le bien, il faut encore que les administrés soient convaincus» (Per essere giusti non basta fare il bene: anche i governati devono essere convinti.)

Da allora nessuno ha più smesso di cercare di convincere.

Nel Novecento arrivò la radio, e con essa la voce tornò a dominare. I dittatori capirono subito che parlare all’orecchio della gente era più efficace che comandarla con la forza. Hitler urlava, Roosevelt rassicurava, Mussolini arringava: tre stili diversi per lo stesso obiettivo. Venne il cinema, che insegnò al potere a montare la realtà in sequenze e colonne sonore. Poi la televisione, che portò la propaganda direttamente in salotto. Quando Kennedy sorrise in diretta, Nixon perse per sempre. Era il ritorno dell’immagine, ma in versione rinnovata. 

Infine ecco gli anni Novanta, quando il mondo sembrò improvvisamente pacificato. L’Unione Sovietica era crollata, la Storia, ci dissero, era finita. L’egemonia americana divenne il nuovo orizzonte naturale, e la propaganda si fece gentile, sorridente, progressista. Tutti, o quasi, ci credettero. Una nuova comunità globale unita dalla fede nel mercato, nella democrazia, nei diritti umani a marchio occidentale. Le guerre, quando ancora si facevano, venivano ribattezzate “azioni di polizia internazionale”. L’ONU sembrava un grande salotto dove le nazioni si incontravano da pari, e non l’infrastruttura sofisticata del soft power americano che in realtà era. Tutti guardavano Friends, tutti bevevano Coca-Cola, tutti si sentivano dalla parte giusta. Era l’epoca della globalizzazione felice, dell’illusione di un mondo unito sotto un’unica morale luminosa, un’unica lingua, un unico spot. Un film semplice, con buoni e cattivi, che per i più narcotizzati è ancora in onda.

Gesu quando metti like a un post di fanpage

Lo studioso ebreo Roger-Gérard Schwartzenberg, che di comunicazione politica ha scritto molto, ci spiega che la propaganda attraversa cicli: dalla voce all’immagine, dal testo di nuovo alla voce, poi all’immagine. Oggi siamo tornati alla fase visiva, ma con una differenza radicale. Non sono più statue o ritratti a plasmare l’immaginario, ma pixel. Non più il bronzo, ma lo schermo. Siamo entrati nell’epoca del consenso digitale, dove la realtà si misura in click e l’influenza in visualizzazioni.

L’algoritmo ha sostituito il prete. Non ti confessa, ma sa tutto di te. Non ti giudica, ma ti mostra solo quello che vuoi vedere. Un tempo la fede era una questione di dogmi; oggi è una questione di feed. Scorri, credi, indignati, ripeti. E così la nuova propaganda non ha bisogno di censurare: basta sommergerti. Non serve più vietare un pensiero; è sufficiente metterlo in mezzo a un miliardo di altri, finché non si sente più

Se ogni informazione è una forma di influenza, allora l’unica libertà reale è scegliere chi ci influenza. Meglio ancora: influenzarci da soli. Smettiamola di consumare idee altrui, hamburger precotti di pensiero. Produciamo le nostre. Non perché siano più vere, ma perché almeno lavorano per noi. Se dobbiamo essere manipolati, che almeno sia da una mano amica. 

Quando la propaganda è nostra, smette di essere inganno e diventa linguaggio. Diventa il modo con cui un popolo, un gruppo, una comunità racconta se stessa e resiste alla colonizzazione mentale del mondo esterno. Non è questione di verità, è questione di potere. O produci narrazione, o la subisci. O sei autore, o sei target.

Siamo cucinati

Meglio allora fabbricare la nostra propaganda: idee, simboli, parole che ci rendano più forti, più ambiziosi, più coesi e più diffidenti verso la propaganda altrui. Forse non c’è via d’uscita dal lavaggio del cervello, ma almeno dovremmo sceglierci lo shampoo. Se dobbiamo essere influenzati, che lo sia per diventare migliori. Se dobbiamo raccontarci delle storie, che almeno ci diano abbastanza coraggio per osare. Se dobbiamo vivere dentro una propaganda, che sia la nostra: quella che ci convince che valiamo qualcosa, che possiamo pensare, creare, cambiare.

Il mondo è una gigantesca campagna pubblicitaria. E l’unica rivoluzione rimasta, l’unico modo per ribellarci, è imparare a scrivere i nostri slogan sui loro muri.

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