Ci sono forze più pericolose di qualsiasi carro armato

Ci sono forze più pericolose di qualsiasi carro armato
Lettura boomer
30 anni dalla scomparsa di Dudaev. Cosa possiamo imparare dalla Cecenia?

Dzhokhar Dudaev, primo presidente della Cecenia indipendentista ed ex generale dell’aviazione sovietica, esce di scena nel modo più moderno ed infame possibile.

Non cade con la sciabola in mano sopra una sella tartara, non si consegna alla liturgia da poster caucasico che l’Occidente riserva volentieri ai suoi morti lontani.

Viene geolocalizzato.

Tradito dalla sua voce, tradotto in segnale, ridotto a coordinate.

Il 21 aprile 1996, ormai trent’anni fa, viene cancellato da un missile come si cancella un puntino su uno schermo.

Non durante l’ora teatrale della disfatta, ma quando il suo nome rischia di tornare politico fino in fondo, cioè negoziabile, ingombrante, necessario.

L’esercito federale è stanco, Mosca ha bisogno di ossigeno, fuori dalla Russia cresce la pressione perché la Cecenia non venga trattata solo come un mattatoio amministrato, e Dudaev sta tornando a pesare come interlocutore.

È lì che lo fanno saltare.

L’apparato preferisce sempre trasformare un uomo in bersaglio prima di essere costretto a riconoscerlo come avversario.

Ma la sua storia non comincia lì. E non comincia neppure negli edit.

Dudaev non viene dalle foreste, ma dal sistema.

Nasce nel 1944 lontano dalla sua patria, nell’anno della deportazione di ceceni e ingusci verso l’Asia centrale da parte di Stalin, cresce dentro l’Unione Sovietica fino a diventarne generale, cosa che per un ceceno, visto il trattamento subito, è perlomeno insolito.

Perché, in URSS, avere il comando di bombardieri strategici a lungo raggio non voleva dire soltanto avere il curriculum giusto ma connessioni, conoscenze, fiducia, radicazione nell’apparato.

Un ceceno alla guida di una divisione di bombardieri nucleari non era una macchietta per sponsorizzare “l’unione dei popoli”. Era il segno che il sistema lo aveva assorbito fino in fondo.

Per questo, quando si volta, Dudaev non ha nulla del ribelle periferico sbucato dal nulla.

Viene dall’interno dell’impero.

E prima ancora di tornare a Grozny, il generale si fa notare: già a Tartu, in Estonia, dove è di stanza negli anni in cui il Baltico comincia a sfilarsi da Mosca.

Lì impara l’estone, e soprattutto mostra una tolleranza tutt’altro che scontata verso il nazionalismo estone:

quando arrivano gli ordini di attaccare la Televisione di Stato e il Parlamento durante i disordini per l’indipendenza, li ignora.

Al posto dei blindati manda una cucina militare da campo.

Dentro questo gesto c’è già quasi tutto: la distanza dal riflesso imperiale, il rifiuto di usare la forza come unica grammatica del centro, l’intuizione che un popolo non si riporta all’obbedienza semplicemente sfondandogli le porte.

Dudaev questa cosa la capisce da dentro, e quando poi si volta contro Mosca non parla come un barbaro alle porte, ma come uno che conosce la macchina fin troppo bene.

Da quel momento, quando torna a Grozny e la fine dell’URSS apre per un attimo tutte le porte e tutte le fessure, Dudaev non si limita a salire sopra il caos. Lo interpreta.

La Cecenia del 1991 non è ancora la distesa di rovine che diventerà di lì a poco; è uno di quei posti in cui il crollo dell’impero fa vedere per un momento il pavimento sotto la moquette.

In quel vuoto Dudaev lascia l’esercito e si mette alla testa del processo secessionista.

Ma anche qui lo fa a modo suo: non come convertito improvviso, non come ex sovietico pentito che si strappa di dosso tutta la biografia per rinascere puro.

Formalmente non rompe neppure col PCUS: non vuole mostrarsi come un politico che si inventa da zero.

È uno che porta dentro la frattura tutto il peso del sistema da cui proviene.

Viene eletto presidente e prova a trasformare quella frattura in forma.

Non vuole che la Cecenia resti un angolo irrequieto dell’ex URSS; vuole che smetta di essere definita da Mosca.

È qui che si capisce perché il conflitto non è, per lui, una questione sentimentale o folclorica. È un conflitto sul diritto di nominarsi.

Nei primi anni Novanta, prima ancora dei bombardamenti apertamente russi, la guerra esiste già in forma embrionale: destabilizzazione, opposizioni alimentate e armate dal centro, tentativi di golpe, pressione economica, provocazioni, criminalizzazione.

È una fase meno spettacolare dei missili, ma storicamente decisiva, perché è lì che Dudaev capisce fino in fondo che Mosca non tratterà mai la Cecenia come soggetto politico se prima non sarà costretta a farlo.

Prima si manda la confusione, poi si chiama “opposizione” qualunque miscela di bande e interessi torni utile, poi si prova a rimettere il coperchio sulla repubblica ribelle, e solo quando tutto questo non basta arriva il linguaggio più esplicito.

Il carro armato almeno ha la decenza della lamiera: lo vedi arrivare, fa rumore, solleva polvere, ti concede perfino il lusso dell’odio frontale.

Le forze davvero pericolose, invece, lavorano dietro le pareti, negli archivi, nei ministeri, nei servizi, nelle stanze in cui un popolo viene retrocesso a regione agitata, una lingua a dialetto, una richiesta politica a problema di ordine pubblico.

“I ceceni non hanno generali. Ogni ceceno è un generale, io sono solo il milionesimo”

Quando la guerra aperta arriva, alla fine del 1994, arriva sotto il nome di qualcos’altro, come succede sempre quando il centro marcia sulla periferia ribelle.

Non “guerra”, naturalmente, ma ripristino dell’ordine costituzionale, disarmo delle bande, terapia imperiale per una provincia che si è montata la testa.

Mosca pensa di liquidare tutto in fretta.

Bombarda, entra, assalta Grozny, trasforma la capitale in una lezione esemplare per il resto del Caucaso: ecco cosa succede a chi scambia il collasso dell’impero per libertà.

Ma la lezione non viene bene.

L’assalto di Capodanno si trasforma in disastro, le colonne russe vengono falciate, Grozny diventa una città martoriata e tuttavia non domata, e la prima guerra cecena smette di essere un dossier interno per farsi ferita politica visibile a tutti.

È in questa fornace che Dudaev cambia statura.

Non è più soltanto l’ex generale ceceno passato dall’altra parte. Diventa la figura a cui guarda una comunità sotto le bombe.

Mentre la guerra gli crolla addosso, Dudaev pensa ancora alla forma, e dalle macerie del palazzo del governo di Grozny arriva perfino a chiedere aiuto al PCI (senza sapere che si sia ormai dissolto).

La sua ossessione non è solo resistere, ma resistere senza diventare pura combustione.

La Cecenia postsovietica che gli si presenta davanti è una palude: cariche vendute, clan, governo come mercato, potere come proprietà privata, un mondo in cui cambiare bandiera sopra lo stesso pantano significherebbe solo cambiare insegna.

A lui questo non basta.

Vuole uscire dall’impero e insieme dalla palude.

È per questo che insiste su istituzioni, continuità, apparati propri Sa che un popolo non diventa tale perché si commuove davanti allo specchio della propria memoria.

Diventa tale quando decide di durare.

È qui che il conflitto, in lui, smette di essere estetica. È il passaggio tragico attraverso cui una collettività costringe il mondo a vedere che non è più amministrabile come periferia docile.

Con Dudaev, per quanto tutto fosse già sporco, feroce e ambiguo, la Cecenia restava ancora leggibile politicamente.

Non perché lui fosse puro, o giusto, o intoccabile. Anzi.

Gli si poteva rimproverare molto: tratti autoritari, il riflesso sovietico dell’uomo d’apparato, una certa durezza verticale, perfino il fatto di sembrare a qualcuno troppo laico, troppo poco “tradizionale”, troppo compromesso con il mondo da cui proveniva.

Del resto aveva sposato Alla, una donna russa.

Non poteva mai risultare perfetto a nessuna delle anime che pretendevano di possederlo per intero.

Ma era proprio questa sua imperfezione a renderlo politico.

Dudaev funzionava perché riusciva ancora a tenere insieme forze diverse, a dare una direzione, un’organizzazione, un’idea centrale a qualcosa che altrimenti sarebbe scivolato molto prima nella frammentazione.

Con lui la guerra cecena poteva ancora presentarsi, nel bene e nel male, come una lotta nazionale: con un centro, un volto, una pretesa politica, una lingua che parlava di indipendenza e non solo di vendetta.

Dopo di lui quel filo si spezza.

La causa perde il suo baricentro e la deriva del conflitto non sposta solo il terreno militare, ma delegittima l’intera questione cecena agli occhi del mondo (già criminalmente fin troppo disinteressato).

Da lì in poi non si vede più un popolo che combatte contro l’impero, ma una minaccia diffusa che autorizza ogni risposta.

È qui che il centro vince davvero: perché riesce a far apparire la repressione come necessaria.

La questione cecena smette di essere una domanda politica e diventa, per la Russia e per mezzo mondo, un problema di sicurezza; e quando succede questo, il conflitto perde il suo fuoco e resta soltanto la gestione del macello.

Dudaev viene ucciso proprio mentre la prima guerra cecena sta mostrando una cosa semplice e intollerabile per Mosca: la repubblica può essere devastata, ma la questione politica che ha aperto non si lascia ancora chiudere.

Non muore da Riccardo III, a cavallo in testa ai suoi uomini, ma nell’ora più opaca e più decisiva, quando il conflitto, dopo avere divorato città, uomini e illusioni, rischia di tornare a parlare la lingua della trattativa.

Pochi mesi dopo, nell’agosto del 1996, i ceceni rientreranno a Grozny, e Mosca sarà costretta a sospendere la questione dello status della repubblica invece di chiuderla con una vittoria.

È il paradosso perfetto della prima guerra cecena: riescono a uccidere Dudaev, ma non a liquidare la domanda politica che Dudaev aveva incarnato.

Fino alla sua morte, per quanto feroce, la guerra resta ancora agganciata a una finalità riconoscibile: uno Stato, una forma, una volontà collettiva che pretende di essere ammessa come tale.

Con lui, il conflitto resta ancora leggibile come conflitto politico, non soltanto come anticamera del macello.

“Per noi libertà e indipendenza sono una questione di vita o di morte. Perché con delle persone, tra delle persone, con un vicino, dentro uno Stato che almeno protegga alcuni tuoi diritti e faccia il suo dovere verso di te, si può vivere. La Russia questo dovere non lo compie, né verso il popolo né verso lo Stato. Ci propone solo questo: prende un orso selvatico catturato nel bosco, lo chiude in una gabbia e ci dice: entrateci, fate amicizia, porgetegli la zampa, vivete con questa bestia e comportatevi bene. Ecco cos’è la Russia.”

E proprio perché quella domanda non si chiude con la sua morte, continua a riapparire altrove, sotto altri nomi e in altri paesaggi, dal Caucaso fino all’Europa delle autonomie e dei localismi.

Perché il meccanismo, sotto forme storiche diverse, resta lo stesso.

Prima sei lingua minore, colore locale, memoria buona per le feste e per i manifesti turistici. Poi, appena provi a trasformare quella memoria in forma politica, diventi un fastidio. Se insisti, diventi un problema.

È il destino di quasi tutte le periferie: essere amate finché intrattengono, sospettate appena chiedono di contare.

Anche da noi funziona così.

Il Veneto, come altre terre d’Europa che si pensano popolo prima che regione, viene tollerato finché si presenta come paesaggio, cucina, dialetto, operosità, malinconia amministrabile.

Finché canta, va bene. Finché produce, ancora meglio.

Ma quando prova a uscire dal repertorio e a chiedere forma, allora cambia la musica.

Il centro non concede quasi mai lo scontro sul piano che conta davvero, quello del riconoscimento.

Ti dà lo statuto, la deroga, la festa tradizionale, purché non ti venga in mente di decidere da solo chi sei.

Il post-sovietico, da questo punto di vista, non è un mondo a parte ma una versione più nuda della stessa faccenda.

Abkhazia, Ossezia e Transnistria non sono modelli e nemmeno abbozzi riusciti di autodeterminazione.

Sono piuttosto la dimostrazione che una statualità di facciata non garantisce affatto la libertà reale di una comunità.

Puoi avere bandiera, governo, confini pattugliati, qualche ministero e perfino un esercito, e restare comunque inchiodato alla dipendenza, alla miseria, all’arbitrio di cricche locali, alla tutela interessata di un protettore esterno.

Sono territori presi con le pezze al culo, sovranità zoppe tenute in piedi più dall’ambiguità geopolitica che da una vera capacità di decidere il proprio destino.

Esistono abbastanza da disturbare l’ordine, non abbastanza da fondarne uno proprio.

E spesso, più che laboratori di libertà, finiscono per sembrare repliche in piccolo del peggio che avrebbero dovuto lasciarsi alle spalle: opacità, verticalità, despotismo di provincia, potere senza respiro.

Il Caucaso qui torna utile, non come modello da imitare, ma come coltello che taglia via le finzioni.

Tra popolo e provincia non c’è una differenza naturale. C’è sempre una decisione.

E dietro ogni decisione, anche quando si presenta in modo civile, ragionevole, europeo, c’è un rapporto di forza.

Ridurre Dudaev a signore della guerra, nazionalista, terrorista o simbolo romantico è il modo più comodo per neutralizzarlo.

Significa spedirlo nel reparto delle guerre periferiche degli anni Novanta, tra i rottami del post-sovietico che il buon europeo può guardare da lontano sentendosi salvo.

In realtà Dudaev è molto più contemporaneo di tanta politica rassicurante di oggi.

Proprio perché vede il punto in cui l’ordine si scopre per quello che è: non semplice amministrazione neutrale, ma potere di nominare.

Da quel momento, per il centro, diventi un problema.

“In natura non esiste scarsità di cibo. Il vero deficit è la mancanza di spirito. In questa terra, la storia dei secoli non conosce nessuno morto di fame. Se c’è lo spirito, si può fare la guerra per centomila anni. Se lo spirito non c’è nemmeno per un giorno, puoi riempire tutte le tavole di cibo e morire di ingordigia. Buon appetito.”

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