Quest’anno Accendi la miccia dei tuoi pensieri compie venticinque anni.
Un quarto di secolo è spesso abbastanza perché un disco smetta di essere soltanto un disco e cominci a diventare un anniversario. A quel punto parte inevitabilmente la macchina: ristampe, ricordi, “disco seminale”, “ha fatto scuola”, “suona ancora incredibilmente attuale”. Se avanza spazio, alla fine gli mettono pure un voto. Non credo abbia senso scrivere quella recensione.
Non mi interessa nemmeno fare il contrario e fingere distacco. Sarebbe soltanto un’altra forma di posa: con i Grandine non ho nessuna distanza utile da mettere tra me e quello che sto scrivendo, e troverei incredibilmente poco professionale inventarmela.
Per chi non li conoscesse, i Grandine sono stati uno dei gruppi più importanti dell’hardcore italiano dei primi Duemila. Nascono in Trentino e rimangono attivi per appena cinque anni: nel 2000 dividono uno split coi Leap4Joy, l’anno dopo arriva Accendi la miccia dei tuoi pensieri, infine nel 2005 Sole Nero HC. Una storia relativamente breve, almeno cronologicamente, che però ha finito per lasciare parecchio più di quanto quei cinque anni potrebbero far pensare.
“Pistola in mano diventa un altro killer, schiavizzato dalle nostre fabbriche“
Venticinque anni dopo è però facile prendere quello che i Grandine sono diventati e proiettarlo all’indietro, leggere ogni verso come se fosse stato scritto conoscendone già il peso. Erano ragazzi molto giovani che volevano fare hardcore dentro una scena piccolissima, ma che aveva già una sua storia, i suoi gruppi e i suoi passaggi. Per capire da dove arrivano i Grandine conviene quindi fare un passo indietro e guardare brevemente al contesto.
Provare a ricostruire quella scena significa accettare subito un problema: non esiste, almeno per quanto ne so, una storia dell’hardcore trentino già scritta da qualche parte. Non c’è una Wikipedia da aprire, non c’è l’equivalente di un Metallus dove cercare un gruppo e trovarsi davanti formazione, discografia, date e scioglimento. Molto di quello che so viene da persone a cui ho chiesto, nomi venuti fuori durante altre conversazioni, il blog TrentoHC (e quel santo del suo proprietario), ricerche su Google che spesso finiscono dopo il singolo risultato di Discogs.
Io, del resto, sono nato praticamente sei mesi prima che i Grandine si sciogliessero e non sono nemmeno trentino d’origine. Sarebbe abbastanza ridicolo fingere di aver visto con i miei occhi una storia che sto cercando di ricostruire venticinque anni dopo. Qualcosa sarà inevitabilmente incompleto e non escludo nemmeno la possibilità di aver preso qualche cantonata (sto articolo ricordatevi che lo scrivo gratis).
Questo significa soprattutto una cosa: i vuoti di questa ricostruzione non sono necessariamente vuoti della scena. È molto probabile che in diversi momenti sia successo parecchio di cui oggi non so nulla, semplicemente perché non è stato documentato, non è arrivato online o non è emerso dalle persone con cui ho parlato. Preferisco lasciare quei punti scoperti piuttosto che riempirli con una continuità che non posso dimostrare.
Quello che sono riuscito a ricostruire porta comunque parecchio indietro, e prima di tutto a Rovereto. Qui nascono infatti gli Youngblood, inizialmente col nome Religious Vomit, nell’82: sono il gruppo più vecchio al quale sono riuscito ad arrivare, e molti me li hanno indicati come i più vecchi in assoluto. Nei primi anni Novanta da quella stessa area arrivano poi i Teatro Quotidiano, altro passaggio importante prima che la scena trentina diventi più leggibile nel decennio successivo.
A Trento la cosa prende forma più tardi, soprattutto durante gli anni Novanta. Ci sono i Full of Life, gli Usa e Getta, gli Youth Crew, i Juice. Ad Arco c’erano invece i Ran-Core, da cui sarebbe poi passato anche Lore, la voce dei Ludd.
Quando intorno al 2000 arrivano i Grandine, attorno a loro c’è già una scena piuttosto varia. Tra i gruppi attivi più o meno negli stessi anni ci sono gli Inedya, gli Anacroma, i Tedio e i Leap4Joy. Con questi ultimi i Grandine dividono nel 2000 la prima registrazione di entrambe le band, quella di La nostra onestà. E ce n’erano diversi altri, molti dei quali oggi sono diventati parecchio più difficili da ricostruire.
Anche i confini tra hardcore, punk, Oi!, melodico, crossover e tutto quello che gli girava attorno erano molto meno rigidi di quanto possa sembrare mettendo venticinque anni dopo ogni gruppo nella sua casella. I Rabbia, per esempio, erano Oi!, e alla chitarra ci suonava Moggio, che di lì a poco sarebbe diventato la voce dei Grandine. In una serata Rabbia e Grandine finirono anche sullo stesso palco degli Skruigners, uno dei gruppi fondamentali dell’hardcore italiano.
È dentro questa storia già cominciata che nascono i Grandine.
Da qui in poi, però, preferisco fare un passo indietro. Della loro storia posso ricostruire date, dischi, concerti e qualche passaggio, ma per capire cosa fossero davvero i Grandine ho preferito chiedere a chi c’era dentro e lasciare che fossero loro a raccontarlo. A parlare con me sono stati Moggio e Fudino, rispettivamente voce e chitarra, che mi hanno raccontato quei cinque anni dal loro punto di vista.
Roberto/Fudino (Chitarrista)
Ciao.
Intanto vorrei ringraziare Matazìn per questo spazio.
Sicuramente dopo 25 anni fa piacere vedere che si parla ancora di noi.
Sono stati anni molto intensi di musica, concerti, incontri ed esperienze indimenticabili, dove ci siamo divertiti molto.
A noi interessava suonare, creare la nostra musica, quella che ci sarebbe piaciuto ascoltare.
Certamente il risultato delle nostre canzoni nasceva dalle grandi abilità ritmiche e tecniche di Andrea (batterista), unite e legate alle varie melodie e giri delle chitarre/basso e ai mitici testi, ancora attuali, di Alessio.
Vi era una sorta di alchimia, di ispirazione ancestrale.
Appena potevamo ci si rinchiudeva in saletta, tante mattine passate lì invece che a scuola.
In quegli anni c’era molto fermento, anche nella scena trentina vi erano gruppi validi nei vari generi musicali, dal crossover con gli Anacroma, all’hardcore melodico con i Leap for Joy, al numetal con gli Intorsion o i Cube.
Accendi la miccia dei tuoi pensieri è il primo “album” che abbiamo realizzato, anche se avevamo già avuto un’esperienza di registrazione per la creazione di uno split con i Leap for Joy, dove avevamo inciso 2 canzoni per gruppo.
Il periodo del primo album… ma in realtà tutto il periodo Grandine è stato magico. Eravamo giovani e, quindi, pieni di cose da dire, pieni di voglia di lottare contro il sistema anche attraverso la musica, una musica di protesta, ribelle.
Chiaramente aver registrato delle canzoni ci ha permesso di farci conoscere un po’ meglio, quindi anche le date dei concerti aumentavano. Non c’erano tutte le app social di oggi; mi ricordo che era comparsa la piattaforma “MySpace”, dove ci si poteva creare una pagina potendo inserire alcune canzoni ed immagini, quindi non era così immediata la possibilità di farsi conoscere come oggi.
Anche se in quegli anni nessuna etichetta ci ha mai, diciamo, “presi sul serio”, noi ci siamo sempre autoprodotti ed arrangiati.
Ora, dopo 25 anni, siamo forse più conosciuti di allora.
Ringrazio per questo spazio che ci viene dedicato, per il ricordo dei Grandine ma soprattutto anche per ricordare il nostro caro Andrea (batterista), che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa.
Ciao a tutti e grazie.
Roberto/Fudino
Moggio
Dunque, portare la memoria a quel periodo non è facile perché sono passati 25 anni e non son pochi.
Mi viene da fare un’introduzione al periodo: in Trentino di gruppi HC in quel periodo di inizio 2000 ce n’erano, però facevamo fatica ad avere un giro di persone perché c’era poco interesse a fare qualcosa in più del gruppo che fa musica e basta.
L’idea di fare musica fu una cosa spontanea. Suonavo la chitarra con i Rabbia, gruppo Oi! di Trento, ed a un concerto dove ci avevano inizialmente bloccato gli sbirri, dopo un mio intervento le persone vollero suonare lo stesso. In quella situazione si avvicinarono a me Bilo (basso) e Fizza (chitarra) chiedendomi se volevo cantare nel gruppo che avevano. Facevano punk, facemmo anche dei concerti. Il batterista se ne andò ad un certo punto; lì arrivarono Fudino (chitarra) e il Potacino (batteria), così si formò il gruppo.
Con i Grandine andammo a registrare in uno studio di Bolzano. Avevamo già registrato dei pezzi lì e quindi tornammo. Fu una buona scelta perché era piuttosto in gamba l’uomo, si chiama Carmelo. È un bel po’ che non ho notizie, ma sicuramente fa ancora queste cose.
Avevamo una gran voglia di far uscire qualcosa di nostro che ci rappresentasse; per me, perlomeno, era così, perché non c’era nulla a cui aggrapparsi, allora era necessario crearsi il proprio spazio, la propria situazione. Eravamo sicuri di far bene, avevamo la certezza che si ha a 20 anni, chi più e chi meno, e l’aggressività necessaria.
Fu tutto spontaneo, ripeto. Se parlo per me, la voce usciva così ed i testi erano ciò che pensavo, l’insieme delle mie esperienze ed impressioni di ciò che mi circondava. Avevo, come oggi, una forte critica verso la società, la comunità come si usa dire oggi. Se vogliamo, personalmente mi sono sempre sentito al di fuori di questa, un extracomunitario di etnia simile, ma con altre esigenze.
Registrare fu piuttosto emozionante: riuscire a risentirsi nel complesso, avere la constatazione della propria energia, la capacità di trasmetterla. Allora fu questo, non riesco a dire altro. Eravamo sulla stessa linea e venne fuori quello che sappiamo.
Ai concerti ricevevamo molti commenti positivi, la gente ci ascoltava anche a casa o con gli amici: cosa si può volere di più? Oggi ci si ricorda ancora di noi, ci sono stati tantissimi gruppi molto validi, e ci sono ancora, in Trentino e fuori provincia, che ci menzionano.
Sapere di aver avvicinato le persone al punk hardcore, alla critica della società, all’autodeterminazione, alla non delega, all’autogestione delle proprie vite, della propria concretizzazione, è meraviglioso.
Il gruppo si è sciolto per colpa mia. Avevo voglia di ribaltare il mondo e anche con i miei amici non volevo scendere a compromessi. L’esperienza con i Grandine durò 5 anni e mi insegnò, anche per i miei errori nei confronti degli altri, a conoscermi, a capire quali erano le mie priorità.
Non ho rimorsi, ma quel periodo mi manca. Anche se oggi suono con “Il Nodo”, la magia di allora non la trovo più. Sarà l’età, chissà.
Grazie Matazìn di averci dato questo spazio.
Le loro testimonianze raccontano abbastanza chiaramente cosa fossero i Grandine mentre esistevano: cinque anni vissuti molto intensamente, dentro una scena ancora piccola, con tutto quello che ci stava attorno: concerti, saletta, autoproduzione, amicizie, convinzioni, errori. Poi il gruppo finisce.
Quello che succede dopo, però, è quasi più interessante. Fudino lo dice in una frase che da sola rischia di passare inosservata: «Ora, dopo 25 anni, siamo forse più conosciuti di allora».
Negli anni in cui esistono i Grandine si fanno conoscere, aumentano i concerti e i dischi iniziano a girare. Ma buona parte del peso che hanno oggi si costruisce dopo.
Quando il gruppo si scioglie, le registrazioni continuano a circolare. Prima attraverso copie, passaggi di mano e ascolti tra amici, poi sempre di più online: forum, blog, Soulseek, Punk4free. In questo modo i pezzi arrivano anche a persone che non li avevano mai visti dal vivo e che li scoprono anni dopo la fine del gruppo. Non c’è nemmeno una reunion a riportarli periodicamente in giro: la diffusione continua attraverso quello che avevano registrato.
Nel 2022 Annoying Records, Assurd e Here And Now! raccolgono tutto in una discografia completa. A quel punto dallo split coi Leap4Joy sono passati più di vent’anni e una parte consistente di chi conosce i Grandine appartiene ormai a una generazione che non li avrebbe comunque potuti vedere mentre suonavano.
Fudino aveva ragione: oggi direi con buona sicurezza che sono più conosciuti di allora.
E il loro peso non si è fermato al Trentino. I Grandine sono diventati uno dei nomi storici dell’hardcore italiano. Dentro la scena trentina, poi, la cosa è andata anche oltre, fino a renderli quasi una conoscenza di base per chi frequenta l’hardcore. Non tanto perché tutti debbano necessariamente amarli, quanto perché è difficile starci dentro senza incrociarli prima o poi.
Nel frattempo sono arrivati altri gruppi e altre generazioni. Ludd, Attrito, Congegno, Left in Ruins e molti altri, soprattutto in quel periodo particolarmente produttivo tra la fine dei Duemila e l’inizio dei Dieci.
La stessa cosa vale per quello che è venuto dopo e per la scena attuale, dove si trovano gruppi come Il Freddo, Sono Ancora Vivo, Il Nodo, 66CL, Gufonero, Astio e altri ancora. Suoni diversi, periodi diversi, sensibilità diverse.
I Grandine però restano uno dei riferimenti condivisi. Più che un modello da seguire, una di quelle cose che ormai fanno parte del contesto.
Per questo il passaggio dei 66CL in Weirdo
“cresciuto con i Ludd, i Grandine, gli Attrito”
è interessante. Sono riferimenti alle proprie radici, certo, ma non vengono messi lì per spiegare al pubblico quali siano i gruppi importanti del Trentino. Vengono citati dando per scontato che almeno una parte non indifferente di pubblico sappia perfettamente chi siano.
Per raccontare questa storia ho finito inevitabilmente per ricostruire anche parecchio di quello che c’era e c’è attorno ai Grandine. E facendolo mi sono trovato, continuamente, davanti a una caratteristica della scena trentina che, frequentandola da un po’, rischi quasi di dare per scontata: la quantità di gente disposta a prendersi delle gran rotture di coglioni perché le cose succedano.
Concerti, benefit, distro, dischi, gruppi ospitati, materiale prestato, scazzi con gli sbirri, contatti passati, serate organizzate con mezzi improbabili. È una tradizione che va avanti da parecchio e continua ancora oggi, con una disponibilità reciproca che vista da dentro finisce quasi per sembrare normale. Non lo è. E, cosa non proprio secondaria, da una scena relativamente piccola continua anche a uscire una quantità abbastanza assurda di gruppi veramente fighi.
Di persone che dovrei ringraziare ce ne sarebbero troppe e, a essere precisi, chiamarle semplicemente "persone della scena" sarebbe ormai anche un po’ strano: molte di loro sono amici.
Andrea e Marcella però si meritano un distinguo, anche perché se questo articolo esiste nella forma in cui lo state leggendo una parte del merito è loro. Portano avanti Annoying Records (dove ogni volta rischio di dover chiedere un finanziamento), organizzano il Baitattack (concerti DIY fatti letteralmente a casa loro), hanno fatto e fanno parte di una quantità oscena di band (tutte strafighe) e mi hanno aiutato parecchio mentre cercavo di ricostruire questa storia. Andrea, poi, è anche “quel santo” che ha creato il blog TrentoHC che citavo prima, che è stato una fonte continua mentre cercavo dischi, demo, date, volantini e nomi che altrimenti avrei fatto molta più fatica a mettere insieme. E oltre a questo è santo anche perché non mi ha mandato a cagare nemmeno dopo 40 minuti che lo tenevo al telefono chiedendogli di gruppi che non sentiva da vent’anni.
E non sono un caso isolato. La scena trentina va avanti così, da anni.
Tutto questo spiega abbastanza bene come il nome dei Grandine sia rimasto in circolo. Non spiega però completamente perché, a venticinque anni di distanza, continui a valere la pena tornare proprio a quei pezzi.
Una scena può conservare la memoria di un gruppo per moltissimo tempo. Può continuare a citarlo e passarselo. Ma da solo questo non basta a spiegare perché qualcuno che nel 2001 non c’era (e magari non era ancora nato) trovi quelle canzoni e riesca comunque a sentirle come qualcosa che gli parla direttamente.
Ed è qui che torno, mio malgrado, a una delle formule che prendevo per il culo all’inizio: quella del disco che venticinque anni dopo “suona ancora incredibilmente attuale”. Il problema è che con Accendi la miccia dei tuoi pensieri è difficile evitarla del tutto.
Non perché i Grandine avessero previsto il futuro. Non c’è niente di particolarmente profetico in quei testi, e forse è proprio questo il punto. Le cose di cui parlavano non erano nuove nemmeno nel 2001.
“Foreste abbattute, l’industria che avanza, lo spettro denaro la nuova eroina”
Prendi una frase del genere e prova a spostarla indietro. Nel 1930 cambierebbe sicuramente il lessico, cambierebbero alcuni riferimenti, forse non sarebbe formulata nello stesso modo. Ma industria, denaro, sfruttamento, distruzione dell’ambiente, Stato, autorità: la sostanza sarebbe perfettamente riconoscibile.
Ed è questo che rende strano arrivare poi al 2026 e accorgersi che vale ancora lo stesso discorso. Sono cambiate le aziende, i governi, le tecnologie, il modo in cui produciamo e perfino le parole con cui raccontiamo certe cose. Ma molti dei concetti, contro cui quei testi sbattevano, sono rimasti lì.
Ma c’è anche qualcosa nei Grandine che era già più largo del proprio presente: i testi funzionano perché partono da un punto nello spazio-tempo e riescono continuamente a toccare qualcosa che lo supera.
A quel punto i venticinque anni del disco diventano quasi la misura meno interessante. Accendi la miccia dei tuoi pensieri appartiene al 2001, certo, ma non ci rimane chiuso dentro. Un po’ perché parecchio di quello contro cui scrivevano è ancora lì; un po’ perché loro sono riusciti a scriverne in un modo che non apparteneva soltanto al momento in cui lo stavano facendo.
La cosa abbastanza assurda è che solo cinque anni fa di tutto questo non sapevo praticamente niente.
Non conoscevo la storia della scena trentina, non conoscevo queste persone, non sapevo cosa fosse successo ai Grandine dopo lo scioglimento e ovviamente non avevo idea che cinque anni dopo avrei passato settimane a ricostruire quella storia assieme a loro.
Avevo diciassette anni e davanti avevo un video su YouTube.
Una copertina sgranata e dei pezzi che, a distanza di ormai venticinque anni, sono ancora una granata.
Quando i Grandine si sono sciolti io ero praticamente appena nato. Non li ho mai visti e non avrei potuto vederli. Quando li ho scoperti erano già passati quasi vent’anni dalla fine del gruppo, ma non ricordo di averli mai percepiti davvero come qualcosa appartenente al passato.
Eppure qualcosa da lì è partito. I Grandine, ironicamente, hanno acceso in me una miccia.
Prima potevo mettere in discussione quasi qualsiasi risposta, ma il mondo rimaneva costruito con gli stessi pezzi. Potevo scegliere il lato opposto, rovesciare i valori, prendere quello che mi era stato consegnato e capovolgerlo. I Grandine furono tra le prime cose a farmi capire che si potevano mettere in discussione anche le domande e le strutture con cui le formulavo.
Accendi la miccia dei tuoi pensieri.
È un comando quasi mostruso nella sua semplicità. Pensa. Non scegliere soltanto fra le risposte che hai ricevuto, anzi, sii il primo a fare le domande. Pensa, TU, pensa.
Tutto quello che è venuto dopo me lo sono andato a cercare attraverso testi, idee, storie, altre persone, altra musica, cose che mi avrebbero portato parecchio più lontano di quel primo ascolto. Ma quella ricerca è cominciata lì.
Oggi conosco molto meglio la loro storia, conosco una parte delle persone che c’erano attorno e frequento una scena che allora per me era soltanto un nome geografico.
Resta però il fatto che i Grandine siano stati molto più di un gruppo trovato su YouTube. Cinque anni dopo mi porto ancora dietro parecchie delle domande che mi hanno lasciato, e buona parte di quello che faccio adesso (Blast incluso) nasce ancora da lì.
“Le sole pietre non possono bastare, macigni interi, proiettili liberatori;
la vostra vita per la nostra libertà, e questa è un’ottima soluzione”