L'INVENZIONE DEL TERRONE

NON TUTTO PASSA

L'INVENZIONE DEL TERRONE
Lettura boomer
Con le aquile sveve, gli elmetti siculo-normanni e invocando il nome di Abu Tabela lasceremo il terzomondismo ai fuori corso di Scienze Politiche, e metteremo fine al terrone per sprigionare il terrore.

«Voglio dei terroni violenti, dominatori, impavidi, crudeli. Devono saper sopportare il dolore. Non deve esserci nulla di debole o di tenero in essi. La splendida e libera bestia da preda deve tornare a balenare nei loro occhi. Voglio dei terroni forti e belli.» – Un pittore

Partiamo col botto: il terrone non esiste, e se esiste non ha più di un secolo scarso di storia, è un’invenzione tirata fuori dal cilindro di qualcuno che aveva interesse a castrare un intero popolo.

E no, io già vi vedo e vi capisco, non è una piangina neoborbonica questa, perché i neoborbonici sono i primi terroni, sono esattamente ciò da cui dobbiamo liberarci. Qui non stiamo parlando, con il classico lessico da europeo autorazzista di “annessione coloniale del sud perpetrata dal Piemonte” o altre fesserie per sentirsi più marroni, affratellati ai bellissimi popoli del terzo mondo che cantano e ballano, fanno puzza quando cucinano e larpare da Palestinesi del Mar Tirreno.

Il terrone come caricatura del meridionale ha una genesi precisa nella rappresentazione neorealista del mangiamaccheroni: un subumano seminudo, orfano della guerra, accovacciato all’ombra delle macerie, che ride, canta e balla mentre – abbracciato a un soldato americano – cala dall’alto, rigorosamente con le mani, un fascio di pasta scotta dentro le fauci spalancate. Insomma, una creatura puramente digerente, lunare e priva di tragedia o verticalità, felice della propria ignoranza e mediocrità. Per un secolo ci hanno ripetuto che quell’omino col mandolino a tracolla e il maccarone in bocca fosse la quintessenza eterna dello spirito meridionale. Prima ce lo hanno raccontato i registi del Novecento in cerca di miseria; in seguito, i nostri stessi intellettuali della new left accademica, terzomondisti e marxisti reinventatisi che, orfani del proletariato industriale, si sono riscoperti briganti e malafimmine, progressisti delle università da Roma in giù per riciclare lo stigma in medaglia al valore: il terrone come il Venerdì di Crusoe, il buon selvaggio pre-moderno, lento, accogliente, levantino, fratello di latte dei popoli decoloniali e avanguardia festosa del Sud Globale.

Peccato che siano tutte troiate.

Il “terrone” – inteso come tipo umano chiassoso, edonista, fatalista, pacifista e perennemente rilassato – non esiste in natura, è un’operazione di ingegneria biopolitica progettata per sterilizzare una delle stirpi più feroci e marziali del Mediterraneo. Per secoli l’uomo del Sud Italia non è stato un levantino in ciabatte, ma un soggetto pienamente integrato in una visione del mondo imperiale, feudale e guerriera. L’orientalizzazione del Mezzogiorno è una psyop retroattiva che ha dovuto cancellare secoli di sangue per consegnare al mercato turistico e alle ONG un parco a tema detestosteronizzato.

Partiamo dalla più grande truffa che abbiamo iniziato a vendere anche all’estero: la “Dieta Mediterranea”. Secondo la vulgata intellettuale, l’uomo meridionale avrebbe campato per millenni come un impiegato del comune cibandosi di insalate, carboidrati, datteri, bassi grassi e un filo d’olio per cucinare senza alzare il colesterolo. Questa cretinata da eunuchi con l’addome molle è il parto allucinato di Ancel Keys, che sbarcò nel Cilento devastato dalla Seconda guerra mondiale, vide una popolazione affamata dal razionamento bellico che brucava cicoria per sopravvivere e scambiò la carestia del 1945 per una millenaria saggezza alimentare. In seguito i vagheggiamenti di Keys vennero ripresi per spiegare la genetica longevità degli italiani e divennero gli argomenti preferiti dei nutrizionisti che, chissà come mai, hanno puntualmente la pancia. La VERA dieta mediterranea, quella storica del Sud italia, della Grecia e della Spagna, è esattamente quella che l’immaginario pop di oggi associa ai vichinghi. Nessun contadino calabrese, nessun pastore lucano o barone sannita si sarebbe mai sognato, in tremila anni di storia, l’oscenità borghese di “sgrassare” il latte di pecora o gettare ai maiali la panna prima di fare il formaggio. L’olio per cucinare è una fantasia bella e buona, l’olio serviva per le lucerne quando faceva buio: per cucinare c’era il lardo, la sugna o il burro di montagna, che oltretutto è più buono e a differenza dell’olio fa bene e non vi rende femboy, come dice giustamente RFK Jr.

Si cucinava cacciagione, cinghiali, caprioli, frattaglie, sanguinaccio (che poi, mangiare il sangue a salsiccia o in altri preparati è il piatto che ci unisce tutti e su cui fare la Paneuropa, ma questo è un altro discorso), salumi affumicati e caciocavalli grassissimi stagionati nel buio delle grotte (come fa giustamente Polifemo nell’Odissea di Nolan). Questo oltretutto è attestato sin dai tempi antichi come nota giustamente il prof. Vinci nell’ottimo testo “Omero nel Baltico”, gli achei calati lungo le vie dell’ambra portarono le loro abitudini dalle selve iperboree alle scogliere del mediterraneo, e per millenni la nostra dieta è stata tarata su grassi e proteine.

Perché poi, parliamone, il Sud non è mai stato una cartolina balneare. Il mito del sole, del mare e della spiaggia, ormai rivendicato a causa dell’indottrinamento, è una fregnaccia per ragionieri milanesi in ferie negli anni del boom economico. Storicamente il meridionale ha sempre avuto schifo del mare, frontiera infetta, zozza e puzzolente da cui arrivavano solo malaria, pirati barbareschi e il diverso, che non si conosce, di cui si diffida e che porta guai e malattie. Il meridione è cosparso per centinaia di chilometri tra il Sannio, l’Irpinia, la Lucania e l’Aspromonte da una spina dorsale di roccaforti in pietra nera, perché le persone costruiscono dove hanno certezza di restare, dove si sentono a casa. Altro che maioliche, costumi variopinti belli e colorati e altro folklore televisivo: il colore identitario del Sud è sempre stato il nero assoluto. Nero assoluto come l’orbace dei mantelli dei contadini, il colore delle processioni e la cromatura marziale della corte aragonese di Napoli. Il meridionale parlava per monosillabi, vestiva a lutto e considerava il riso sguaiato in piazza un sintomo di deficienza mentale. Gli Illuministi, in un maldestrotentativo di attaccare la Chiesa, ci ricoprirono di una serie di fregnacce che ancora oggi non riusciamo più a cancellare: la splendida e illuminata Sicilia araba, la fioritura culturale della Spagna moresca, il grande Federico II che “dialogava con il diverso!” (e deportava i saraceni nella colonia militare di Lucera, usandoli come truppe d’urto contro i guelfi e il Papa). Così abbiamo tarato la cifra del Meridione su due saraceni di passaggio nelle corti palermitane, dimenticando intellettuali meridionali come Tommaso d’Aquino che costruiva cattedrali logiche d’acciaio e Giovanni Gentile che dialogava, lui sì, ma con l’Idealismo hegeliano e con lo Stato etico, non con le Mille e una notte.

Se oggi ci dipingono come lazzaroni inoffensivi è per esorcizzare un terrore secolare. Come documentò Benedetto Croce, che comunque non ci piace, la satira e l’odio contro i napoletani non nacquero affatto a Torino o a Milano, ma nella Firenze mercantile del Quattrocento. I banchieri toscani tremavano davanti al Regno di Napoli, non perché i suoi cittadini fossero visti come poveracci indolenti, ma per puro terrore militare e invidia verso una casta feudale guerriera, percepita come troppo spavalda e feroce. Anche nelle relazioni dei viceré spagnoli i napoletani venivano descritti come “di nobile lignaggio ma arroganti e cerimoniosi”, ossessionati dai cavalli da guerra e dalle armi. Oltretutto, la genesi di questa caricatura è un episodio storico del 1530 quando a Gavinana, il condottiero napoletano Fabrizio Maramaldo, sotto le armi imperiali di Carlo V, catturò l’idolo repubblicano fiorentino Francesco Ferrucci e lo torturò a oltranza finendolo di proprio pugno in piazza. Lo choc dei toscani fu così devastante da costringerli, nei secoli successivi, a trasformare il cognome di Maramaldo in un insulto e il suo popolo nella maschera innocua di Pulcinella. Prima di questo aneddoto, anche Dante nel suo De Vulgari Eloquentia ci teneva a ricordare la crudeltà meridionale come un tratto distintivo di questa stirpe infera. La storiografia nazionale avrebbe preso le parti di Ferrucci, dipingendolo come il martire in armi per l’Italia brutalizzato dal crudele aguzzino al servizio dello straniero. Io invece vi dico che è un cope, che Ferrucci era un soia in armi per la solita trita autonomia delle città stato, e Maramaldo tutto ciò che noi vogliamo essere: meridionali incazzati, spietati, sopra la morale e che castigano l’autonomismo campanilista con il maglio Sacro, Romano e Imperiale.

Il meridionale non può essere fratello dei popoli oppressi nemmeno dal punto di vista del precedente storico, noi non siamo il brigante palestinizzato, noi siamo il generale napoletano Paolo Avitabile, che dopo le guerra napoleoniche, in una gioiosa avventura coloniale marciò verso Oriente portando la visione campano-ausonica in Peshawar diventandone govenatore assoluto. Lì, in pieno Sud Globale, il napoletano Avitabile andò a fare il castigamatti e governò come uno spietato Kurtz conradiano al di là della morale pietista, animato dalla gioia amorale del dominatore: impiccava i predoni a grappoli dai minareti, faceva precipitare i criminali dalle torri e piegò col terrore tribù che nemmeno gli inglesi riuscivano a domare, tanto che ancora oggi, in Pakistan, il nome con cui fu noto – Abu Tabela – viene invocato con orrore dalle madri per pietrificare i bambini ribelli.

Questo era il meridionale, questo eravamo e questo torneremo ad essere: non un mendicante che, mentre tutto passa, si autoesotizza per elemosinare empatia dagli accademici, ma un signore della guerra capace di traumatizare la memoria storica del Pakistan.

Basta mandolini, basta terzomondismo e basta lampadari borbonici.

Con le aquile sveve, gli elmetti siculo-normanni e invocando il nome di Abu Tabela lasceremo il terzomondismo ai fuori corso di Scienze Politiche, e metteremo fine al terrone per sprigionare il terrore.

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