Eravamo a Parigi

La rivoluzione (impossibile) dei Maranza d'Europa

Eravamo a Parigi
Lettura boomer
Cronache franco-italiane dalle manifestazioni del 17 ottobre

Non è la prima volta che il Blast si presenta Parigi: nel 2023 usciva un nostro reportage sui movimenti del Primo Maggio, quell’anno particolarmente turbolento.

Sembra però che qualche cosa sia cambiata nel frattempo. La piazza si è fatta al contempo più organizzata e vaga nelle rivendicazioni; il clima decisamente meno festoso: un sito interattivo prepara i cittadini interessati, spiegando loro per filo e per segno dove recarsi per partecipare alla protesta e fornendo una mappa dettagliatissima delle proteste nel Paese. Per il 17 ottobre quattro diverse mobilitazioni sono previste: pompieri, studenti, agricoltori e gilet gialli. Siamo agli sgoccioli del lungo regno di Emmanuel Macron, sovrano ormai particolarmente inviso alle masse: del salvatore della Patria (ormai ci si dimentica l’accoglienza che anche in Italia gli fu riservata da gran parte della stampa e dell’opinione pubblica) non rimane che un’immagine sbiadita. L’enfant prodige dell’Eliseo, il banchiere che avrebbe dovuto risanare i conti pubblici… Il sogno tecnocratico è finito.

Il sovrano è vecchio, la Francia è stanca e bisogna preparare la successione.

Da qualche settimana intense proteste studentesche e occupazioni (i blocus) paralizzano il sistema universitario e scolastico: cominciate nella banlieue parigina, a Créteil, si sono diffuse ovunque a macchia d’olio. Non c’è quasi nemmeno un angolo del Paese che non sia stato toccato investito da cortei o scioperi. Le rivendicazioni originarie suonavano un po’ naif e disarticolate: mancanza di prof, problemi di riscaldamento, orari di lezioni estremamente prolungati (8:00-18:00 in effetti è troppo anche per la scuola italiana). Il governo non vi ha prestato ascolto e il vuoto politico è stato occupato velocemente dalle sinistre, molto agguerrite nel Paese e particolarmente tra i giovani. Le agitazioni hanno acquisito un ordine e gli studenti, molto docilmente, vi si sono accodati. Nel giro di poco, ogni assembramento punteggiava di bandiere palestinesi, della France Insoumise o algerine, gli slogan si facevano sempre più politicamente connotati (“la jeunesse emmerde le Front National” o il sempreverde “Siamo tutti antifascisti”, rigorosamente in italiano).

Ho assistito personalmente a tutta la parabola della mobilitazione studentesca, osservandola da una città ricca e “privilegiata” come Aix-en-Provence. Difficile prendere sul serio alcune di questi eventi, più happening che manifestazioni vere e proprie – come il dj set mattutino di fronte alla facoltà di scienze politiche, a cui partecipavano in massa anche confusi studenti stranieri desiderosi di fare qualche conoscenza in più, oltre che di dimostrare vicinanza ai loro colleghi francesi. Una sorta di turismo della manifestazione, dal quale ci possiamo aristocraticamente distaccare solo in quanto esimi giornalisti di questa disgraziata rivista: solo pesanti strati di ironia e dooming possono proteggerci da queste semi-bestie larpatrici e ci permettono lo sguardo da antropologo che ci siamo concessi.

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Tutte prove generali, comunque, per la grande mobilitazione del 17 ottobre, il giorno fatale di Parigi. Blast non poteva mancare l’appuntamento.

La protesta si è svolta lungo gli assi dei grand boulevards parigini, nella rive droite della città, la zona a Nord di Notre Dame, spesso interessata da questo tipo di eventi. Place de la Bastille, République, boulevards Saint Martin e le zone attorno le stazioni di Gare du Nord e Gare de l’Est sono solo alcune delle aree interessate. Arrivati sui boulevards, ad accoglierci sono i nostri doppelganger woke francesi di www.blast-info.fr che ribadiscono un messaggio che tutto sommato condividiamo: loro [le parentesi non sono specificate] possiedono i media, non la verità. Adotta il tuo media indipendente: BLAST.

Tutto giusto, complimenti.

Sono le 15:00 e le manifestazioni sono già cominciate da un po’: dappertutto si erigono barricate alla bell’e meglio, con biciclette a noleggio e cassonetti.

Qualche piccolo rogo divampa già qua e là, da qualche bidone o palo della luce, ma il grosso degli scontri sembra concentrarsi proprio nella piazza-simbolo di République. Qui una fetta importante dei manifestanti si scambia gesti di cortesia con la polizia mentre, a pochi metri di distanza, i cortei proseguono pacificamente. Un gruppo di giovani scala le impalcature di un cantiere ed espone una bandiera algerina. Poco sopra, in arabo, campeggia la scritta “Palestina Libera” e, ancor più su, sulla sommità dell’edificio, una grande bandiera de La France Insoumise (LFI), il movimento di Jean-Luc Mélenchon.

Per evitare cariche e lacrimogeni (per resistere ai quali non eravamo attrezzati), battiamo in ritirata dopo qualche ora di manifestazione e di corteo. Il rischio di rimanere incastrati tra la selva di proiettili e la massa umana che ci copre la schiena è troppo. Svicoliamo qua e là, ma la folla è tale che si fa fatica a camminare: le autorità parlano di 550.000 persone presenti, ma l’impressione è che un milione di persone si sia riversato nelle piazze. Internet non funziona, la rete è sovraccarica, quindi meglio non perdersi troppo di vista nella ressa. Solo sporadicamente, ai margini della manifestazione, la folla si apre per far passare i camion dei pompieri, generalmente accolti da applausi scroscianti.

Per il resto, sembra di scorgere quasi solo studenti e giovanissimi: qualche boomer generico è presente, ma non costituiscono una quota importante.

Gli agricoltori non si vedono e gli unici gilet gialli che ci sono sono quelli dei ragazzi che li hanno indossati per puro mimetismo: alla fine il gilet giallo è un meme e anche noi ne abbiamo un paio. L’evoluzione da protesta studentesca a “we support the current thing” che avevo osservato a Aix-en-Provence è compiuta definitivamente. Il carovita e, ancor di più, il tema della guerra rimangono sullo sfondo mentre i manifestanti inveiscono contro “l’extrême-droite”. Segnaliamo solo un coro che alle orecchie di un italiano non può che suonare ironico: “A chi le strade? A NOI! A NOI! A NOI!”. Bravi ragazzi. C’è evidentemente tanta Italia nelle piazze e la nostalgia non si ferma al Ventennio, ma tracima nell’italian brainrot, simbolo decadente dell’egemonia romana sull’internet mondiale.

Il Duce e Tung tung tung sahur sarebbero contenti.

Scende la sera e lo spettacolo cambia radicalmente.

Della manifestazione pacifica non rimane quasi nulla: tornati negli epicentri dello scontro, attraversiamo uno scenario da guerra civile. Bande di persone incappucciate sfondano le vetrine dei negozi e si impadroniscono della merce. Non è difficile immaginare siano banlieusards, venuti dai quartieri più difficili di Parigi. Ma non prendono di mira i supermercati che tangenzialmente, come ci si aspetterebbe da una folla affamata: piuttosto, boutique di lusso, negozi di telefonia, ristoranti.

Sui social si legge che questa gente non c’entrava nulla con la manifestazione. Può darsi, ma viene difficile pensare che qualcuno di questi non si sia preso il piacere di lanciare qualche sasso ai celerini (che in Francia chiamano CRS) prima di darsi al saccheggio.

Il paesaggio è veramente spettrale. Siamo tra i pochi senza volto coperto. Avanziamo tra vetri rotti e la mercanzia riversa in strada, mentre i fuochi delle biciclette bruciate rischiarano la via. I nostri telefoni funzionano ancora abbastanza bene; per questa volta decidiamo di non partecipare ai furti e ci dirigiamo verso la Senna. Prima di lasciare i luoghi della battaglia vediamo un gruppo di un centinaio di poliziotti uscire da un vicolo e riversarsi nel vialone, alla caccia di saccheggiatori. Un po’ godiamo, ma sotto sotto sappiamo che un giorno potrebbe accadere anche a noi… Chissà che le misure che il nostro governo sta facendo passare in questi giorni non possano diventare uno strumento di repressione anche per manifestanti diversi da quelli che abbiamo visto all’azione a Parigi e a Milano.

Proprio delle manifestazioni a Milano ho appreso solo a notte inoltrata, una volta rientrato nel mio alloggio. Mentre assistevo ai saccheggi pensavo: “chissà come reagirei se Milano fosse presa d’assalto così”. Sarei triste come l’amico francese che era accanto a me durante gli eventi di sabato? Che farei? La sera mi è stato presentato il conto. Vedendo le immagini che arrivavano dal capoluogo lombardo sono rimasto incredulo, ma non è difficile notare la sproporzione rispetto alla Ville Lumière: come è stato possibile che cinquemila manifestanti siano stati in grado di appiccare un incendio in piazza Duomo e abbiano scorrazzato liberamente per decine di minuti nella centralissimo via Torino?

Ovviamente, colpa dei russi e dei social network, dice Crosetto:

“I fatti di Milano e di altre parti del Paese sono una cosa profondamente diversa da ciò che abbiamo vissuto in altre epoche. Il punto di arrivo di una guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, come quello dei social, TikTok o YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca. Se 3 ragazzi su 10 hanno partecipato alle manifestazioni, non ragazzi di seconda generazione o maranza ma principalmente italiani, se 6 su 10 le condividono, è perché in questi anni hanno subìto una contro educazione, non da parte delle famiglie o dalla scuola ma da qualche parte che gli ha dato punti di riferimento, valori, ambizioni, visioni in conflitto col mondo in cui vivono e anche con le regole democratiche”

Insomma, colpa dei meme, come sempre.

Forse però il disagio ha un’altra origine. Basta vedere chi c’era davvero. Giovanissimi, arrivati dall’hinterland, molti al primo evento di questo genere della loro vita. Anche in Italia risuona: “Tout le monde déteste la police” e “Bismillah, c’est les ténèbres", in francese, perché ormai anche la rabbia la importiamo già confezionata.

Anche da noi, accanto ai tricolori e alle bandiere palestinesi, sventolavano quella del Marocco, dell’Algeria, della Tunisia e di altri paesi sub-sahariani. La bandiera palestinese è una scelta politica legittima. Quella del paese di mamma e papà, portata in un corteo contro il governo italiano, suona più come una dichiarazione di appartenenza: chi la sventola si presenta come straniero.

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Nel novembre 2024 Corvetto bruciò per diverse notti dopo la morte di Ramy El Gaml. Si parlò di episodio isolato, ma il copione è sempre lo stesso. Genitori arrivati per la fabbrica, il cantiere, il magazzino, con un contratto non scritto: lavoro duro, salario basso, bilocale in periferia, in cambio di una vita più sicura. Il conto viene presentato ai figli, che quel contratto non l’hanno mai firmato. Sono nati qui e hanno davanti un’altra Europa: modelle di OnlyFans, orologi di lusso, Lamborghini a noleggio, trapper cresciuti negli stessi palazzoni che raccontano spaccio e carcere come un romanzo di formazione.

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Lavorare quarant'anni per un buco a Quarto Oggiaro non sembra più un traguardo, ma una condanna.

Ne esce un rancore senza bersaglio, verso tutto ciò che sa di Europa e di ricchezza da cui ci si sente esclusi. Il carovita è poco più di una scusa: non vogliono abbattere il sistema, solo indossare le Air Max che il sistema espone in vetrina.

In Francia l’alleanza tra sinistra radicale e periferie l’abbiamo vista in atto nelle manifestazioni di Parigi. Mélenchon ha risposto a Zemmour che sì, una sostituzione esiste, quella di una generazione che non somiglierà mai alla precedente. A Saint-Denis ha fatto gridare alla folla “On est chez nous!” (siamo a casa nostra) , lo slogan del Front National con il segno invertito. E il 9 aprile, all’Institut La Boétie, ha spiegato che chi conta sugli operai bianchi cattolici per fare il socialismo può mettersi comodo e aspettare.

E ha ragione.

Chi ha qualcosa da perdere non rischia, solo chi non ha un nulla ha le palle di giocarsi tutto per avere di più. Il marxismo europeo ha perso la classe operaia europea, così se n’è trovata un’altra, già arrabbiata e in buona parte minorenne, a cui promettere i benefici di un sistema che vuole formalmente abbattere.

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In Italia non abbiamo un Mélenchon. Abbiamo Landini, che sabato sfilava a Roma per la Costituzione mentre a Milano bruciavano i cantieri. Ma la direzione è quella, e prima o poi qualcuno a Sinistra cercherà di addomesticare questa nuova bestia elettorale.

La destra manganellara ad episodi come questo abbaia come sempre: tolleranza zero, pene aumentate, esercito. Il disegno è stato chiaro fin da subito: lasciar sfogare le proteste sulla città, silenziando quelle ben più pericolose degli autotrasportatori del Sud, e implementare nuove misure di sicurezza (chissà che poi, un domani, queste norme “anti-maranza” vengano usate contro proteste di altro tipo). Lo stato di sorveglianza avanza con la scusa degli immigrati e l’appoggio di una fetta importante di italiani, stanchi dell’insicurezza.

La sinistra, invece, recita la solita litania del disagio, dell’esclusione, o delle colpe della polizia. In Francia, in vent’anni, nessuno dei due ha risolto niente.

Entrambi partono dallo stesso presupposto: che il problema sia la violenza e la distruzione, ma non lo è.

Non me ce ne voglia il Sig. Burger King a cui hanno rotto la vetrina o il Dott. Foot Locker a cui hanno svaligiato il negozio, ma credo che due spicci per sistemare tutto li troveranno e credo, soprattutto, che un popolo abbia il diritto di radere al suolo ciò che ha costruito, così come chi difende l’esistente abbia il diritto di impedirglielo.

E qui sta il vero punto.

I sanculotti bruciavano la Francia, ma la consideravano loro. Le rivoluzioni si fanno a casa propria. Nel 1647 i napoletani di Masaniello bruciarono in piazza i beni degli esattori, e chi provava a rubarne qualcosa rischiava la forca dai suoi stessi compagni. Molto diverso dal cercare di farsi un paio di Nike aggratis.

Per distruggere qualcosa con legittimità bisogna che sia tua, o almeno che tu la consideri tale. Chi incendia la casa in cui è nato compie un atto politico. Chi incendia una casa in cui è ospite fa un’altra cosa, più vicina alla razzia che alla rivolta.

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E qui sta la colpa della sinistra radicale: ha subappaltato la rivoluzione. Incapace di convincere i figli di chi l’aveva votata per un secolo, si è cercata manodopera altrove, tra ragazzi che di questo paese non vogliono cambiare niente perché non lo sentono loro. Gli ha dato una bandiera rossa da sventolare accanto a quella del paese d’origine e l’ha chiamata lotta di classe.

Come ogni appalto al ribasso, il lavoro esce male. Al posto della rivoluzione arriva il saccheggio e al posto del popolo una clientela. Se un giorno qualcuno a sinistra salirà davvero sulle barricate, scoprirà di non avere più un esercito, solo dei contractor che non combattono per la causa ma solo finché conviene.

E infine, come in ogni subappalto andato male, il conto non lo paga chi ha firmato il contratto.

Lo paga chi abita nel palazzo.

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