Il Gattopardo dei morti viventi - Analisi politica

Il Gattopardo dei morti viventi - Analisi politica
Interessante, davvero. I nostri politici sono morti. Matterella pure è tornato dalla tomba. E Lucio Battisti con lui...

Maria Elisabetta Alberti Casellati, Carlo Nordio, Letizia Moratti, Nino Di Matteo… verrebbe quasi da aggiungere a questa lista i Cassiodoro Vicinetti, Olindo Brondi, Sofio Luino e Armando Pende della canzone “equivoci amici” di Lucio Battisti.

La differenza fra i pittoreschi nomi del cantautore e quelli dei papabili nuovi Presidenti della Repubblica non è così marcata: sono entrambi frutti di una fantasia slegata a una realtà possibile o quanto meno verosimile.

Se negli immortali versi di Panella è scritto che gli animali sono esseri scorrevoli, il paragone tra le bestie e i rappresentanti del popolo italiano diventa sempre più chiaro, al punto che si è portata all’assurdo la massima di gattopardiana memoria: è necessario che tutto cambi perchè nulla cambi divenuta è necessario che nulla cambi e basta.

Tutto muta e tutto scorre, tranne una totale sfiducia negli onorevoli, in grado di cavalcare la cresta del mare come Di Caprio sul Titanic in mare aperto, inconsapevoli degli iceberg disseminati lungo la via.

Le colpe non sono sicuramente dell’unico martire di questa farsesca ottava votazione: Mattarella, come un moderno Cincinnato, si trova a indossare i panni dell’amico sobrio e patentato che non ha altro scopo se non riportare a casa 1009 amici in stato di evidente ebbrezza.

I Goti

Ad aver perso l’occasione della vita per acquistare un peso politico maggiore e presentarsi come una coalizione degna di guidare lo stato per i prossimi anni è senza ombra di dubbio il centro-destra.

Una maggioranza così ampia difficilmente nella storia della politica è stata così ininfluente, quasi alla stregua di una Invincibile Armada fatta saltare in aria da un fiammifero (o una fiamma?) nella stiva: se da un lato è chiaro che i membri di Coraggio Italia sono più verso Renzi e Calenda come idee rispetto che alla loro stessa coalizione, dall’altro Forza Italia si trova ormai priva di ogni identità, legata mani e piedi alle correnti interne sempre più agli antipodi.

Una serie di somarate hanno trasformato un trionfo in una lunga processione che ha evidenziato la nudità non solo di re Silvio, ma di tutta la corte stavolta.

Non è mai emersa una linea comune dalla componente liberale e centrista se non nell’improbabile investitura di Berlusconi infranta poche ore prima del primo scrutinio e nel maldestro tentativo di utilizzare la Casellati come una sorta di ariete utile forse a contare il numero di chi non ha tradito la fiducia nel partito, ma non di certo a ottenere una soglia psicologica di 400 voti.

Nonostante ciò il loro leader ha gestito meglio il partito disteso su un lettino dell’ospedale con due flebo rispetto alla componente più giovane e rampante, responsabile in misura enorme della disfatta.

Nel quadrate più sovranista emerge senza alcun dubbio una totale confusione nella Lega, colpita dalla guerra intestina fra i romani-salviniani e gli ortodossi-regionalisti e incapace di prendere le redini della coalizione e portarla a ottenere uno storico risultato.

Il rifugiare le speranze nella rielezione di uno dei fondatori del PD è l’emblema di una paura di agire e di proporre quasi masochista da parte di Salvini, ormai sempre più destinato a perdere consenso dopo aver italianizzato un partito che ormai è diventato una versione light dei vecchi missini.

Giorgia Meloni, la quale inizia a sentire il bisogno di emanciparsi dagli sciagurati alleati, considerati alla stregua dei capponi di Renzo, sballottati e incapaci di intendere e volere, incasserà il grande consenso maturato negli scorsi mesi sotto forma di un mare nero, chiaro e trasparente come lei: non è in ogni caso esente da colpe Fratelli d’Italia, in quanto la strategia dei duri e puri ripaga di un 3 o 4 %, ma non presenta il partito come idoneo a governare e propenso a un dialogo profondo e propositivo con le altre forze politiche.

Per potersi sedere al vero tavolo dei vincitori non si può agire come schegge impazzite lamentandosi costantemente delle mancanze altrui con vittimismo.

In sintesi in quella che doveva essere la sfida della verità è emersa chiaramente una civil war che non ha avuto altro scopo se non zombificare coloro che han votato la mummia e mummificare le legittime ambizioni del 47% degli attuali votanti italiani.

Nel marasma generale emerge il PD, pronto a rinnegare nei fatti la proposta di un vincolo di massimo un mandato nella carica, ma scaltri abbastanza da non avere alcun candidato degno di essere definito tale, con la conseguenza di passare per fini tessitori dopo aver giocato un ruolo di comparse per giorni e giorni.

Non è un caso se alla solita sconfitta propositiva emiliana e giochista, i dirigenti del Pd hanno optato per un catenaccio cortomusiano e fatto di silenzi assordanti e attese di un Godot da aspettare fino alla prossima legislatura.

La linea Letta non è ancora chiara probabilmente nemmeno a lui stesso, dato che passa dall’elogiare Berlusconi e prenderne subito ogni distanza, quasi definendo lo zio, consigliere di Forza Italia, maledettissimo, ingrato ed ipocrita (in senso metaforico), per poi festeggiare la Pasqua insieme nella speranza di una lauta mancia.

Renzi, unico e vero sostenitore di Mattarella, fatte salve le dichiarazioni dell’ex ministro Boschi, si dimostra pronto a salire sul carro dei vincitori, resosi conto di non poter avviare trattative nemmeno con se stesso.

I 5 Stelle vedono riapparire sulla via di Damasco il loro caro angelo, cioè Conte, imbaldanzito dalla possibilità di comprendere una volta per tutte di chi si può fidare nel partito; una prova patetica di revival, dal momento che i loro voti serviranno per mantenere uno status quo ormai divenuto parte integrante del DNA di questi sedicenti rivoluzionari.

Una chiosa la merita Casini: da alfiere della famiglia, dal momento che ne ha tre, non ha avuto l’imbarazzo di essere eletto e di dover decidere con quali figli presentarsi al discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario.

In conclusione, la vittoria appartiene agli sconfitti, i quali sono riusciti in maniera efficiente ed efficace a distruggersi internamente scomparendo come i nemici dietro la collina incapaci anche solo di raccogliere i funghi per farci il riso (amaro) quando viene Natale.

Un fallimento generale e generalizzato che rende conto della massima, se il mio partito piange, un altro si sta scindendo.

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