MORIREMO ATLANTISTI

MORIREMO ATLANTISTI
Pace! La si può vedere lì, alla testa del corteo, coronata d'alloro, bianca e terribile come solo una Dea può essere.

Pace!

La sentiamo camminare, spalla contro spalla, nella calca arrembante di speranza festosa, e grave. Su cui grava pesante una cupa responsabilità. Quella con cui si guarda, sottilmente frustrati, i passanti ignari, o ignavi. C'è dunque qualcuno che non la desidera?

Chi non vuole la Pace? Nessuno… nessuno.

Grida rauche.

Appelli disperati di gole che si sono già piegate prima del tempo. Già arrese al corso della realtà. Di cui siamo solo i consumatori.

Noi europei siamo sempre il corteo tardivo ad un dramma, alla Storia. Non è dato a noi il compito di farla, di forgiarla, ma solo di vederla da lontano, osservarne confusi i movimenti, impietriti fino al momento in cui ci travolgerà.

Che pena deve essere vedere noi tutti dall’esterno.

Con quale ridicolaggine le nostre serie istituzioni, i nostri gravi principi, le nostre austere e orgogliose leggi, i nostri paletti rigidi su zeri virgola oscillanti, le statistiche, i regolamenti, i diritti si schiantano al primo soffio di brezza oceanica. Alla prima centrifuga di terremoto. Tutto allora sparisce, si dilegua.

Ma l’europeo non se ne accorge, perché ha dimenticato sé stesso, ha infine rinunciato a un ruolo nella Storia. Rimane quindi solo quella patetica convinzione di essere nel giusto, anche se ciò che è giusto e moralmente giustificabile non lo decidiamo noi. Non spetta a noi scegliere di noi stessi e di chi ci sta intorno.

E così non ci rimane che marciare per la pace. La pace in Ucraina, la pace nel mondo, la fine di ogni guerra!

Chi manifesta per la pace ad ogni costo, ovvero la pace sopra tutto, la pace come valore universale a-storico, non si merita invero le accuse di parteggiamento con il Nemico. Anzi, potremmo affermare che tutti loro sono i figli più puri di Oltre Oceano. Perché come si potrebbe mai pensare alla Pace, a quella pace che intendono loro, se non si avesse alle spalle la presenza rassicurante dell’arsenale della democrazia?

La Pace non è una condizione naturale, un dato di fatto, una linea parallela al Progresso, ma si impone tra quei magni homines che sono gli Stati. Si impone con violenza e con violenza si mantiene. Chi sta in pace dunque non può dire di essere libero, padrone del proprio destino, a meno che chiaramente essa non provenga dalla propria azione ordinatrice. Chi marcia per la pace ad ogni costo dunque desidera solo tornare alla propria condizione di quieto, anonimo servo senza apparenti padroni.

Il campo delle democrazie non conosce padroni!

Chi marcia per la pace ad ogni costo desidera rifluire nel grande arsenale nel silenzio degli anni ad occuparsi del disbrigo di affari correnti, ad amministrare la sua esistenza e le incertezze che essa porta. Desidera fuggire al sordo caos della Storia, ai suoi mareggi folli e irrazionali per tornare a ciò che è misurabile e prevedibile, sopprimendo aspirazioni e visioni che vadano troppo oltre.

D’altra parte ci sono gli alfieri della Vittoria ad ogni costo. Ah come sono splendidi loro! Così fieri, così oscuramente tenaci, sanguigni: si parlerà di Pace solo dopo la sconfitta del Nemico, la debacle delle sue armate, il ritiro e le suppliche di cessare le ostilità.

Che audacia… ma in effetti malriposta in una marcia per la pace.

A meno che non siano di moda le marce per le rese incondizionate. I cavalieri della Vittoria dunque non vogliono defluire nell’arsenale della democrazia, ma esserne i fidati soldati. Vogliono combattere per difendere il diritto a imporre l’unica condizione al Nemico. Condizione che non spetta a loro dettare of course. Basta essere le teste di ponte della democrazia, del progresso, e quindi di conseguenza essere ancora una volta dal lato giusto dello schieramento. Sentirsi apprezzati, moralmente ed eticamente inoppugnabili, inflessibili in dedizione e lealtà. Ai coraggiosi alfieri che combattono e muoiono in territori lontani, quando va bene, e nel loro, quando va male, per la democrazia e la libertà basta in fondo solo sentirsi per un attimo, solo un attimo, al livello di chi sta sopra. Basta sedersi, per qualche ora, ai tavoli che contano, e sentirsi come chi conta. Fino ad allora la guerra può continuare.

Essi sono i bellicisti moralmente giustificati, santificati dalla convinzione di lottare per una justa causa contro un hostis inumano e spietato. Ogni altra considerazione conta poco, che sia geografica, storica o di mera nazionale convenienza, o almeno conta sottotraccia, in tensione con la crociata globale che si vuole compiere. O che si vuol far vedere compiere.

Si annullano apparentemente così le categorie di spazio e tempo in favore di una definizione assoluta di ciò che è sempre Male, risaltando dall’altra parte ciò che non lo è. Dimenticandosi però che le categorie amico-nemico non vengono decise in loco in base a considerazioni spassionatamente geopolitiche, ma esse vengono stabilite oltre il nostro orizzonte visibile laggiù dove regna la Potenza.

L’Europa non ha più il controllo sulla definizione della categoria fondamentale della politica, e della potenza. E, non avendolo, si ripiega perennemente su quelle altrui e su uno status quo di cui è più vittima che garante.

Aggressore e aggredito, tutto si riduce a dimensioni morali che, dal punto di vista (se esistesse) europeo, ravvicinato con l’aggressore, non avrebbero alcun senso, se non quello di inasprire lo scontro ed innalzare la tensione a furia di cercare pateticamente le responsabilità morali della guerra. Chi può trovare le responsabilità di una guerra, senza aprire il vaso di pandora della cruda realtà delle politiche di potenza e sopravvivenza? A cosa serve sopratutto identificare una parte in guerra come responsabile? Ha qualche utilità strategica per chi la guerra la vive da più vicino? Favorisce il raggiungimento della pace, o di una situazione di relativo equilibrio e stabilità?

No. L’unico fine è la preservazione dello status quo e di confini pre-stabiliti.

Perciò l’europeo pensa di lottare per alti Ideali e contro Imperi del Male (e sponsor del terrorismo) replicando inconsciamente una visione che gli è stata imposta, non rendendosi conto che in verità si immola solo per difendere una linea retta di un confine dall’attacco di chi quei confini li vuole cambiare. Difendendoli sopratutto non per propri calcoli strategici, o per una propria visione o progetto del mondo, ma solo e unicamente perchè esiste qualcuno che quei confini ha varcato per primo. Ogniqualvolta uno stivale oltrepassi la linea ecco allora scattare la mobilitazione generale, portando ad oltranza ed espandendo situazioni d’instabilità che altrimenti sarebbero rimaste localizzate o risolvibili in poco tempo. È la guerra totale contro il Terrore,o meglio, contro il Revisionismo. Che poi questa guerra totale coincida con gli obbiettivi che si elaborano Oltre Oceano è ovviamente solo un caso, e solo una coincidenza è che sia l’europeo a sacrificarsi per uno status quo creato da un altra parte (e la cui difesa ad oltranza porta più danni che benefici). Ma queste sono senza dubbio considerazioni ciniche, egoiste, che non tengono conto dell’esistenza di un eterno aggredito, dunque un Buono. (a meno che l’aggredito non venga aggredito da chi distribuisce bontà e malvagità, il quale sempre interviene per ragioni umanitarie)

Si potrebbe dunque cominciare a marciare per il diritto all’autodifesa, perché no? Perché invero ci aspettano negli anni a venire una serie lunga, interminabile di autodifese. Una serie lunga, interminabile di lotte contro Stati terroristi e canaglia sempre più agguerriti.

Il tutto finché i tavoli che contano penseranno bene di ignorare i propri soldatini e obbligarli, anzi per carità a convincerli, della bontà delle condizioni di pace. E loro, mesti, ricaseranno tra le macerie attendendo un’altra occasione per elevarsi.

Ciò che le due anime dell’europeo, e italiano, mostrano dunque, è la necessità di avere un padre, o un alleato che in fondo è più di un semplice alleato.

Da una parte il pacifista spietato che si rifà fedelmente alla propria Costituzione, scritta in un Paese, il suo, sconfitto e occupato, a cui la Pace è stata imposta. Dall’altra il co-belligerante ferreo. Tutt’e due le anime sono figlie del culto del Progresso (e alfiere della kantiana pace perpetua che esso porta), due anime secolari e razionaliste che attingono ogni particella del loro essere da Idee e Ideali che giungono da lontano, Oltre l’Oceano. Che sia politico, filosofico o sul diritto ogni pensiero è già stato partorito ed elaborato prima ancora che l’europeo possa accorgersene. Ma non può accorgersene, perchè ormai disarmato di una sua Storia, il suo spirito svuotato e riempito di nuovo, la sua esistenza e i suoi sogni appaltati ad altri, sviliti, dimenticati. Così l’europeo va a morire, in luoghi lontani, nelle strade delle sue città, giù per vicoli sconosciuti, in uffici e aule nascoste fino alla soglia di casa sua, per Ideali che non sono suoi, per un mondo che non esiste se non nella sua testa gonfia di sogni contraffatti, già abusati, di idee e convinzioni che puzzano di morte.

Quella puzza che solo il Nuovo può avere, e la Civiltà, e il Progresso.

Il cranio dell’europeo partorisce pensieri su di sé e sul mondo agonizzanti, atrofici, già arresi al limitare della vita. Arresi al fatto di non poter essere altro che non venga da laggiù.

Figurarsi intavolare paci, immaginarsi autonomie strategiche, stipulare accordi e alleanze spericolate, riflettere sul proprio ruolo nella Storia, vaticinare il futuro in cerca di visioni lontane… tutto ciò non è per l’europeo. L’europeo osserva il suo destino essere deciso da altri.

L’europeo non può far altro che mirare il suo corpo su cui passano i reali sovrani del mondo, che siano essi turchi, cinesi, russi, americani non importa, l’europeo sarà lì prostrato pronto ad accoglierli. E nel qual caso limitarsi a dimostrazioni patetiche, a frustranti misure economiche, a sbrigare affari correnti che altri impongono, a riscrivere leggi e ad elargire diritti.

O, come estrema ratio, indire un’altra speranzosa, grave marcia per la Pace.

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