Connessioni con Paolo Palmacci - Bonificare la palude mentale

Connessioni con Paolo Palmacci - Bonificare la palude mentale
Lettura boomer
Paolo Palmacci racconta Capit Mundi e No Capitulation: un attraversamento tra paludi mentali, tecnocrazia, follia, punk, fanzine e resistenza umanista. Un’intervista su immaginazione, tecnologia, controculture e sul rifiuto di arrendersi all’irrealtà del presente.

Domande di Ranpo Farenheit e Matazìn

Ranpo:

La prima domanda è: Paolo, tu chi sei e qual è la tua formazione? Cosa ti ha portato a fondare o diventare direttore artistico della Capit Mundi Inc e qual è la sua missione?

Paolo Palmacci:

Dici niente, insomma. Dunque, chi sono? Nel mio sito, nella pagina “Chi sono”, se uno va a leggere bene, per me il titolo da “Chi sono” diventa “Chi dovrei essere?”, perché me lo sono chiesto tante volte. Insomma, è una domanda che non è la prima volta che mi fanno, e che io mi faccio miliardi di volte ogni giorno, quindi è complicatissima.

Per farla breve e per semplicità, mi definisco un agitatore, nel senso che di solito provoco agitazione negli altri. Quindi, invece di dire “rompicoglioni”, è più carino dire “agitatore”. Vedo poi che molti concordano e dicono che sono un agitatore culturale. Va benissimo. Questa può essere una prima definizione.

La missione, di conseguenza, è quella di rompere le scatole. Sono nato abbastanza per quello, cioè per rompere le scatole. Credo che bisogna romperle per vedere cosa c’è dentro, perché cercano sempre di inscatolarci in qualcosa.

Quindi c’è una doppia missione: rompere le scatole che troviamo, per vedere cosa c’è dentro e cercare di capire il mondo, ecco qui i Capit Mundi, e rompere quelle in cui ci incastrano, nelle quali siamo noi il contenuto. Bisogna quindi uscire da queste scatole in cui cercano di catalogarci. Forse questa può essere la missione generale.

Ranpo:

Sì, perché il motto della Capit Mundi è “Per la bonifica delle paludi mentali”. La domanda, quindi, è: sei mai riuscito effettivamente a bonificare una palude mentale? Magari già sulla tua c’è stato un po’ di lavoro, spero.

Paolo Palmacci:

Sulla mia sì, ci sto lavorando da quando sono nato. Come si bonifica una palude mentale e che cosa si nasconde sotto questa palude? Se ci sia del terreno coltivabile o qualche tesoro, non lo so.

“Palude mentale” mi è uscita spontaneamente come definizione, perché dico sempre che sono di una provincia ricavata da una palude e, per quanto mi riguarda, poteva anche non andare così. Forse sarebbe andata meglio. Quindi non sempre le bonifiche funzionano.

Per quanto riguarda le paludi mentali, una palude è sicuramente qualcosa che ristagna, per definizione. L’obiettivo della Capit Mundi, la sua missione, è la bonifica multimediale: pulire e far emergere i lati positivi che ci sono in ognuno di noi, se riusciamo a liberarci e a togliere quest’acqua stagnante, che assume tantissime forme.

Una di queste è un’ideologia che oggi è ormai diventata una filosofia di vita. Lo era già con l’Illuminismo, ma adesso stiamo raggiungendo proprio il culmine: la tecnorepubblica, la tecnocrazia, il tecnofeudalesimo, il feudalesimo che sta diventando tecnologico. Tutti questi elementi tendono a limitare parti del cervello, i neuroni e soprattutto la nostra capacità critica. Ci limitano nell’attività critica e ci impediscono, ovviamente, di conoscere un po’ meglio la realtà.

Ci sono tutti questi veli di Maya che ci impediscono di arrivare a qualcosa che sia un po’ più vicino alla concretezza della realtà. Questo è il problema generale che ci poniamo, o che mi pongo, come Capit Mundi. Certo, è presuntuoso. Molto presuntuoso.

Matazìn:

Ma bisogna anche puntare in alto, bisogna essere presuntuosi. Se posso permettermi, ti citerei Days of War, Nights of Love del collettivo CrimethInc. e ti direi che la più grande paura di ogni uomo è che i nostri sogni diventino realtà.

Paolo Palmacci:

Sì, sono d’accordissimo. Infatti, da un certo punto di vista, molte cose che sogno, e che poi sono anche incubi, mi auguro che non si verifichino.

Tutto quello che ogni tanto scrivo o butto giù, anche se “scrivere” è una parola grossa, con parole, immagini, suoni o immagini in movimento, cerca comunque di esorcizzare certe cose che speriamo non si verifichino mai.

Ranpo:

Sulla scorta di questo, ho due domande. La prima è più breve, quindi te la faccio subito. Tu mi hai detto al telefono, e poi l’ho riscontrato anche nella sezione “Chi sono”, che sei stato folgorato sulla via di Damasco dalla tecnologia e dal Mac nel lontano 1990, quando nessuno di noi due era stato ancora neanche pensato.

Allora ti chiedo: che cos’è che ti ha colpito del Mac? Forse la mela di Steve Jobs è effettivamente il frutto dell’Eden preso da Adamo ed Eva?

Paolo Palmacci:

A fregarci è la comodità. L’essere umano viene fregato dalla comodità. Tutto il progresso tecnologico è una ricerca della “comodità”, tra virgolette, cioè del fare meno fatica per compiere certe cose.

Questa è la comodità: se uno può farlo da seduto, è meglio che farlo in piedi. Se puoi farlo camminando, è meglio che farlo correndo. L’evoluzione tecnologica ci ha fregato. Come per qualsiasi altra cosa sulla faccia della Terra, c’è sempre un rovescio della medaglia: ci ha dato tanti vantaggi da un lato e tantissimi svantaggi dall’altro. Paghiamo un prezzo per tutto. Niente è gratis, questo è sicuro.

Ranpo:

Il prodotto sei tu.

Paolo Palmacci:

Il prodotto siamo noi. Detto questo, sicuramente mi ha fregato la comodità del computer, attraverso un visionario pazzesco come Steve Jobs, che ha inventato alcune cose talmente belle da conquistare me personalmente, ma penso anche moltissimi altri, proprio per la bellezza e la facilità di utilizzo del mezzo.

Poi sappiamo anche la storia raccontata ne I pirati di Silicon Valley: Bill Gates che rubava il sistema operativo o, meglio, l’interfaccia che era stata inventata nel 1984 con il Mac, il Macintosh. È anche interessante come il Macintosh stesso derivi dal famoso Xerox Alto. Nel film I pirati di Silicon Valley fanno vedere Jobs che va alla Xerox, vede il mouse e crea il Mac.

Tutta la storia dell’umanità e del progresso avviene così, con furti più o meno leciti. Chiamiamola evoluzione naturale. C’è qualcuno che ha in mano qualcosa e non se ne accorge, o magari lo vende. Infatti c’è stato qualcuno, adesso non ricordo chi, che ha venduto il codice di un sistema operativo a Bill Gates per pochi spiccioli, e Gates ci ha fatto…

Matazìn:

Il QDOS di Paterson certo, poi Gates ci ha fatto MS-DOS.

Paolo Palmacci:

Sì. È la storia dell’umanità, la storia da Adamo ed Eva, che va avanti così, tranquilla. Non c’è niente di cui scandalizzarsi.

Alla fine mi ha fregato. Io ero un nativo analogico e sono capitolato davanti al Mac. Mi sono messo lì con il mouse a cercare di indirizzare questa freccia, perché all’inizio impazzivo. Puoi capire: non ero abituato nemmeno a una macchina da scrivere. È stato un bel passaggio. Avevo circa trent’anni, ed eccoci qua.

Ranpo:

Ti faccio un’altra domanda, perché hai usato una parola che mi è piaciuta molto: hai definito Steve Jobs un genio visionario. Eppure, a quel tempo, la tecnologia era vista come una cosa da nerd o comunque molto di nicchia.

Più in generale, anche per riprendere quanto detto prima sul togliere i veli di Maya che abbiamo costantemente davanti, bisogna essere un po’ pazzi, un po’ folli. Non necessariamente nerd, ma quantomeno accettare di essere considerati degli esaltati o di venire emarginati.

Nei tuoi scritti e nella Capit Mundi il tema della follia, pur non essendo mai detto esplicitamente, mi pare un presupposto. Quindi ti chiedo: qual è oggi il valore della pazzia, della follia, e quanto bisogna essere folli per diventare visionari?

Paolo Palmacci:

Secondo me sono due binari assolutamente paralleli. Per essere visionari bisogna per forza essere folli, perché per me “folle” significa vedere il mondo da un altro punto di vista, assolutamente minoritario.

Sei folle perché fai parte di una minoranza: o sei solo tu, oppure tu e qualcun altro. Si tratta quindi di persone che non sono socialmente integrate o riconosciute. Di solito si dice: «Quello è pazzo», perché non si capisce esattamente che cosa veda e a che cosa si agganci ciò che racconta.

Quindi sì alla follia, ovviamente non in senso patologico, ma come follia sana. Stay hungry, stay foolish: era Steve Jobs, no?

Poi, nelle inevitabili fasi di elaborazione del proprio percorso, delle esperienze e dello sviluppo personale, Steve Jobs può sicuramente essere analizzato e identificato in un certo modo. Però, oggigiorno, c’è da rimpiangere Steve Jobs rispetto a questa PayPal Mafia, che teorizza delle cose alle quali lui non era arrivato. È sicuramente stato uno degli stadi del percorso, ma non era arrivato a questo. Quindi viva Steve Jobs, insomma.

Ranpo:

A proposito della PayPal Mafia, visto che l’hai nominata: l’ultima fatica, l’ultimo progetto della Capit Mundi, è proprio No Capitulation. La domanda è: contro chi non bisogna arrendersi? Contro la PayPal Mafia o contro tutto il mondo? A chi è rivolto questo vaffanculo?

Paolo Palmacci:

Riallacciandomi a tutto quello che ho detto, è rivolto praticamente a tutti indistintamente, a cominciare da me.

Qui c’è in gioco qualcosa di importante. Proprio ieri stavo guardando un video sull’ultimo articolo scritto da Dario Amodei. Prendiamolo sempre con beneficio d’inventario, perché è comunque una persona interna ad Anthropic, una delle principali società nel campo dell’intelligenza artificiale, ma quello che dice fa paura.

Dicono che ormai l’ottanta per cento del software di Claude sia scritto da Claude stesso. Se ci fermassimo adesso, saremmo ancora in tempo, perché non siamo ancora arrivati all’autosviluppo, ma ci siamo quasi. Sarebbe quindi il momento di fermarsi.

Il vaffanculo è riferito un po’ a tutto, anche perché qui siamo in gioco noi come umanità. Credo che ci troveremo facilmente, ma secondo me siamo già, davanti a un bivio: restare umani oppure andare verso qualcos’altro, verso il transumanesimo e così via. Sono entrambe scelte legittime, ma ci troviamo di fronte a questo.

Io sono ancora umano. Ho soltanto qualche dente impiantato, quindi al 99,9 per cento sono ancora umano, e tendo a difendere l’umanesimo. Può essere una mia limitazione, perché probabilmente sono umano, troppo umano, ma tendo comunque a difenderlo. Il vaffanculo è quindi rivolto a tutto ciò che mette in discussione l’umanesimo.

Matazìn:

A questo punto mi viene da porti una domanda fuori copione. Nel tuo sito parli molto di libertarismo. Come coniughi il tuo amore per la tecnologia e per il progresso, che non sono per definizione capitalisti, perché il muoversi in avanti appartiene a qualsiasi società, con un mondo nel quale la tecnologia è governata da forze capitaliste, se non strettamente antiumane?

Pensiamo al famoso spezzone di Peter Thiel nel quale gli chiedono: «Tu vorresti che la razza umana sopravvivesse?», e lui risponde più o meno: «Non lo so».

Paolo Palmacci:

Come coniugo questa contraddizione? Che cosa cerco di fare?

Ormai siamo tutti costretti a utilizzare determinati strumenti, anche per legge. Penso, per esempio, allo SPID: per fare determinate cose devi utilizzarlo.

Qualche giorno fa sono andato personalmente in un ufficio pubblico per acquisire un documento. Mi hanno detto: «Non possiamo dartelo, devi mandare una PEC e pagare con PagoPA». Io ero lì e ho detto: «Vi do i soldi, guardate, li ho». Ma non si poteva fare. Alla fine ho dovuto mandare la PEC e pagare con PagoPA.

Siamo costretti a fare molte cose in questo modo, perché è stabilito da regolamenti e leggi. Dove non è obbligatorio, cerco invece di fare le cose a modo mio, utilizzando comunque strumenti che sono assolutamente utili.

Un’intelligenza artificiale mi ha fatto un sito web in dieci minuti. Io, con il mio HTML, facendo praticamente tutto a mano e prendendo ovviamente dei template, ci avevo messo un anno. Quindi ci sono notevoli vantaggi nello sfruttare questi strumenti.

Chiaramente, però, bisogna partire da un’idea. Se assegni all’intelligenza artificiale o alla tecnologia anche la creazione dell’idea, abdichi a te stesso e a quell’umanesimo di cui parlavo.

Alla base deve esserci un’idea. Per fortuna ne ho ancora qualcuna. Poi mi chiedo: come posso realizzarla? Posso farlo anche utilizzando l’intelligenza artificiale, che deve eseguire ciò che le dico io.

Se poi produce qualcosa che non le avevo chiesto, può comunque essere utile come controstimolo. Ha sbagliato, ha fatto una cazzata, ma magari mi ha dato un’idea per fare qualcos’altro. Alla fine può ancora esserci una forma di dialettica a nostro vantaggio. Io la vedo così.

È durissima. È una forma di resistenza, ed è per questo che si chiama No Capitulation. Come dicevo prima, è rivolto a tutto, chiaramente anche alla tecnologia e alla tecnoscienza.

Noi, come esseri umani, siamo in gioco. È in gioco la nostra capacità critica, da sempre e oggi ancora di più, perché siamo sommersi dalle informazioni. Baudrillard, l’irrealtà, l’iperreale… I media sono ormai frantumati intorno a noi, quindi non sai più che cosa sia il messaggio, che cosa sia la realtà, quale sia il medium e quale il messaggio. La realtà stessa è immersa nei media e i media sono immersi nella realtà. Non si capisce più niente. È dura.

Ranpo:

Guarda, noi non ci siamo messi d’accordo, ma hai citato, tanto per dimostrare quanto siamo allineati, gli ultimi due numeri che abbiamo fatto uscire in formato cartaceo della rivista. Qui non li ho entrambi: uno non ce l’ho, ma l’ho letto, ti giuro.

Sono Infodemia, proprio su tutta questa questione, e poi Schizoteorie, questo qui.

Paolo Palmacci:

Questo sì, l’ho visto.

Ranpo:

Parla proprio del valore della follia. L’idea di Schizoteorie è questa: il potere mi fornisce una narrazione ufficiale, ma quella narrazione ufficiale è in realtà ancora più folle di ciò che una persona può produrre per ribellarsi.

In questo senso, ogni teoria un po’ matta ha la dignità di essere detta e anzi di essere enunciata. L’idea è che proprio quello sia l’atto di resistenza.

Paolo Palmacci:

È durissimo. Scusa se ti interrompo, ma proprio oggi mi pare di aver visto, ormai uno dice sempre «mi pare di aver visto», perché c’è talmente tanta roba, Guzzanti che citava Fascisti su Marte.

Diceva che lo aveva fatto vent’anni fa e che allora sembrava una boutade, mentre adesso si è realizzato, perché questi vogliono davvero andare su Marte.

Mi pare che anche lui mostrasse una sorta di resa, dicendo che ormai la realtà ha completamente superato la satira. Lo dice un professionista della satira, non io.

A me è capitato spesso di dirlo, ma penso che ormai capiti a tutti: c’è poco da fare satira sulla realtà, perché è la realtà a fare satira su di noi. Per questo è durissima.

Nel Sessantotto si diceva «L’immaginazione al potere». Qui l’immaginazione al potere c’è andata davvero, soltanto che non è stata quella giusta: questa è l’immaginazione del potere.

Mi viene in mente anche Pasolini quando parla dell’anarchia del potere. Tutta questa roba si è incastrata bene. Bene per loro, ovviamente. Noi ci siamo sotto.

Ranpo:

Infatti, quello che dicevamo anche noi nel numero, e che credo tu dica e metta in pratica, è che, per rispondere a questa immaginazione, dobbiamo essere noi a immaginare ancora più forte.

Questo si vede in tutti i tuoi progetti. Mi è piaciuto moltissimo il motto: «Nulla è vero a parte l’incredibile».

Paolo Palmacci:

Ormai sì. Credo soltanto all’incredibile, perché a tutto il resto non credo più.

Ranpo:

Bellissimo. Ti posso chiedere da dove viene questo motto?

Paolo Palmacci:

«Nulla è vero a parte l’incredibile»… Era la frase iniziale di Naked Lunch.

Posso chiedere l’aiutino a casa?

Ranpo:

No, aspetta.

Paolo Palmacci:

Ho un vuoto mentale brutto, che mi fa preoccupare. «Nulla è vero, tutto è permesso». Dovrebbe forse essere una citazione di Nietzsche. Non lo so.

Matazìn:

In Assassin’s Creed, che è un videogioco, è: «Nulla è reale, tutto è lecito».

Paolo Palmacci:

Non so se venga da Così parlò Zarathustra, non so se sia di Nietzsche. Comunque ricordo che sta anche all’inizio di Naked Lunch, Il pasto nudo, di Cronenberg: «Nulla è vero, tutto è permesso».

Poi, rielaborandola, è diventata «Nulla è vero a parte l’incredibile». Non so se l’abbia già detta qualcun altro, perché ormai siamo otto miliardi.

Pensa ai gruppi di cui ti ho parlato: praticamente li partorisco così, mi escono da soli. Mi viene in mente Tom Binou and the Ratlickers. Tom Binou, infatti… Non so se hai sentito la canzone: a un certo punto sono io che scendo e dico: «Vabbè, faccio Rock Around the Cloaca». Mi sembrava una conseguenza naturale, proprio il passo successivo.

Non sono nemmeno andato subito a controllare su Google. Tempo dopo, quando avevo già scritto tutto, ho cercato Rock Around the Cloaca e ho trovato un gruppo slovacco, non ricordo neanche il nome, mi pare fosse scritto in slovacco, che aveva già fatto una canzone con quel titolo.

Ho detto: «Ma come cazzo si sono permessi, questi slovacchi?». Pensavo che “cloaca” fosse soltanto italiano, invece esiste anche in inglese. Quindi mi avevano anticipato con Rock Around the Cloaca.

Era un pezzo di rumore, quindi non mi sono fatto troppi problemi: non c’era nessun copyright. Però, per dire, siamo otto miliardi, quindi è altamente probabile che due persone abbiano contemporaneamente la stessa idea sulla faccia della Terra. Magari, se cerchi questa frase su Google, scopri che l’hanno già detta duecento persone.

Ranpo:

Per tornare al progetto No Capitulation, volevo chiederti della collaborazione con Tanino Liberatore per la copertina, com’è nata?

Paolo Palmacci:

Anche qui mi ha dato una mano l’intelligenza artificiale, perché bisognava riuscire a trovarlo. Ci siamo quindi affidati alla tecnologia.

La tecnologia ci ha aiutati, ma non basta mai, per fortuna. Quando non basta fino in fondo è sempre una fortuna, perché poi entra in moto il lato umano.

Tramite una carissima amica sono riuscito a proporgli l’ipotesi di realizzare la copertina di No Capitulation. Mi ha detto: «Guarda, sono pieno zeppo di cose da fare e non ho idee, quindi diventa complicato. Quanto tempo hai?».

Gli ho risposto: «Ho un mesetto, perché devo andare in stampa».

Lui mi ha ripetuto di non avere idee e io gli ho detto: «Se vuoi, te le do io».

Poi ci siamo sentiti e gli ho detto: «A me basterebbe che mi facessi un Ranxerox».

Lui mi ha risposto: «Che palle, Ranxerox».

«No, va bene, fai quello che ti pare».

All’inizio avevo in mente un pugno, perché lo avevo già disegnato. È il pugno che sta poi nel fondino del disco. Avevo pensato al pugno nato dal movimento successivo alla morte di quell’uomo di colore in America, con un fiore tutto incasinato, il fiore del caos al posto del pugno.

Dopo una quindicina di giorni l’ho risentito. Mi ha mostrato questa copertina e mi ha detto: «Ho pensato che questa potrebbe essere la copertina di No Capitulation».

Io gli avevo parlato di Ranxerox perché, nella storia del fumetto, veniva costruito da un ragazzo romano con i pezzi di una fotocopiatrice Rank Xerox. Quindi: fotocopiatrici, fanzine, anni Ottanta, autoproduzione e copertina. Era tutto collegato.

Alla fine mi ha fatto il Ranxerox perfetto. Ho pensato: «Quello che pensi tu va benissimo». Ci mancherebbe che contestassi quello che pensa Ranxerox.

Ranpo:

Una cosa che accompagna il disco sono i Protocrolli dei Savi della R.S.A. di Hpyrloo. Mi hai detto che Hpyrloo nasce come un luogo nel quale sfuggire anche ai dazi trumpiani.

Dove si trova questo luogo mitologico? Come si ottengono la residenza e la cittadinanza? Voglio stare anch’io in una zona autonoma, fuori da ogni cosa.

E poi c’è un rapporto? Tu non l’hai mai detto, ma credo che esistano delle ambasciate tra Hpyrloo e Frigolandia. O forse no.

Paolo Palmacci:

Ti stupirò: Frigidaire e Frigolandia non mi sono mai capitati particolarmente tra le mani. Non li conosco bene, soprattutto Frigolandia.

Sono però legami che, secondo me, esistono geneticamente, per forza di cose. Uno dei primi a comprarmi il disco è stato Fabio Zigante, miSs xoX, del Great Complotto.

Non so se hai presente quella scena: avevano creato uno Stato, lo Stato di Naon. Ricordo di aver letto da qualche parte che persino il sindaco di Pordenone li aveva ricevuti in qualità di rappresentanti dello Stato di Naon.

Sono legami che esistono comunque. Anche con Fabio Zigante c’è questo legame: è stato uno dei primi a comprarmi il disco proprio in forza di questa connessione, anche se io con lui ho parlato soltanto un paio di volte su Messenger, nemmeno a voce.

Sono legami forti, che secondo me esistono a priori nel DNA di alcuni di noi. Esistono codici genetici che si agganciano gli uni agli altri.

Hpyrloo nasce proprio perché cercavo una zona autonoma nella quale rifugiarmi. Ho pensato che, se uno la identifica con un posto chiamato Hpyrloo, diventa ancora più complicato trovarci.

C’è gente a cui ho inviato la velina, non faccio nomi, che l’ha citata in radio e ha detto qualcosa su Hpyrloo, perché ci vogliono quei codici genetici per capirci.

Hpyrloo nasce così. Inizialmente avevo trovato una sede momentanea a Borgo Faiti, un posto vicino a Latina, ma ovviamente non mi piaceva.

Poi è stato Trump a farmi venire l’idea di Hpyrloo. Avevo visto una sua mappa sulla quale aveva messo determinati nomi. C’erano posti che probabilmente neanche lui conosceva e mi pare ci fosse persino un’isola sbagliata o inventata. C’erano diversi strafalcioni.

Ho pensato: «Hpyrloo, secondo me, non la trova mai. Non ci beccherà mai». Quindi siamo fuori dal GPS.

C’è poi un’altra cosa importante, sulla quale stavo ragionando proprio in questi giorni. Ho letto sempre molto poco, sono molto naïf e soprattutto non ho letto Tolkien. Non sopporto il fantasy. Sono più per i documentari, le storie e le cose pesanti. Il fantasy mi tormenta.

A questo punto dico: per fortuna, perché ho visto gli effetti che questa roba provoca sul cervello di certa gente. Palantir: puoi chiamare un’intera società con il nome di qualcosa che si trova dentro quella roba. Fuori di testa.

Ho quindi pensato che qui servisse qualcosa, perché molte utopie poi si realizzano, anche se attualmente sono ancora utopie.

Come si contrasta un’utopia? Un’utopia si contrasta con un’altra utopia. È omeopatia: combatti un’utopia con un’altra utopia.

Creiamo quindi un’altra utopia, Hpyrloo, alla fine più concreta della loro utopia fantasy, e cerchiamo di realizzarla.

Pionieri e Scariolanti della palude mentale, dateci una mano. Costruiamo un’utopia alternativa, che possa essere uno strumento per bonificare la palude mentale e magari contrastare queste utopie transumaniste che stanno dilagando e si propongono come l’utopia del futuro.

Ranpo:

Che altro ti posso chiedere? Facciamo un’ultima domanda.

Sei arrivato un po’ agli onori della cronaca per aver realizzato la mappa delle fanzine punk italiane degli anni Ottanta. Come ti è venuta l’idea? Sei poi riuscito a ricontattare Karen Eliot, dopo che ti ha dato tutti i materiali?

Karen Eliot, la ragazza che ti ha passato tutti quei materiali.

Paolo Palmacci:

Sì. L’altro giorno mi stavi anche parlando di quel blogger…

Ranpo:

Elia Spallanzani.

Paolo Palmacci:

Elia Spallanzani, che devo cercare. Adesso mi sono ricordato.

Come è nata l’idea? Di solito le idee nascono in seguito a un bisogno. Il bisogno aguzza l’ingegno, potrebbe essere una cosa del genere.

Stavo portando avanti quella che ormai definisco un’operazione a cuore aperto sulla subcultura punk. Si tratta di un’operazione di recupero con finalità non nostalgiche, non revivalistiche e non celebrative.

Volevo capire se la subcultura punk e i suoi principi, come il do it yourself, potessero ancora essere strumenti per l’oggi, per la resistenza contemporanea, per il No Capitulation.

Ho quindi pensato di riprendere i miei anni Ottanta. Nel 1980 avevo sedici anni e nel 1982 sono salito sul palco con il mio primo gruppo. Lì è stato l’errore, perché non mi hanno…

Matazìn:

Posso chiederti il nome del gruppo?

Paolo Palmacci:

Negative Existence. Esistenza negativa. Se lo sono chiesto anche le duecento persone che avevo davanti, che erano tutti metallari.

È fantastico. C’è un video, se avete voglia, che dura una ventina di minuti e racconta tutta la storia. È un romanzo.

Mi sono trovato sul palco come gruppo spalla dei Muddy Boys, un gruppo punk di Latina. Ero riuscito a intrufolarmi al concerto precedente di Jo Squillo, parlando con il loro chitarrista.

Mi aveva detto: «Torno qui. Il 17 maggio suoneremo al Tirreno».

Gli ho risposto: «Cazzo, anch’io ho un gruppo. Se vi serve un gruppo spalla…».

Noi avevamo soltanto tre pezzi e suonavamo insieme da due mesi. Suono da schifo adesso, puoi immaginare quarant’anni fa. Però loro erano un gruppo punk e io dovevo fare un’apertura di quindici minuti a un gruppo punk.

Quella sera, però, ci fu un voltafaccia improvviso che nessuno si aspettava: i Muddy Boys, che avrebbero dovuto essere un gruppo punk, suonavano come i Black Sabbath.

All’epoca non esisteva ancora il crossover. Il punk era contro il progressive, il barocco e l’hard rock degli anni Settanta. Era nato contro quella roba.

Matazìn:

Che, paradossalmente, sta tornando proprio adesso, dopo trent’anni di crossover.

Paolo Palmacci:

Ma lì c’era un senso. Il punk rompeva quel manierismo che apparteneva anche a un certo hard rock, ormai diventato molto basato sul virtuosismo e che aveva forse perso il contatto con il rock and roll, nato da tre accordi blues. Era quindi anche un ritorno a quello.

Mi sono ritrovato all’improvviso davanti a duecento metallari. Il pubblico sapeva che i Muddy Boys avevano cambiato genere, perché loro avevano avvisato i propri seguaci, ma io non ne sapevo niente.

Sulla locandina non compariva il nome del mio gruppo: c’erano soltanto i Muddy Boys. Quando ho detto come ci chiamavamo, se lo stavano chiedendo anche loro. Durante quel quarto d’ora andavano disperati al botteghino e chiedevano: «Ma chi cazzo sono? Come si chiamano?», anche perché non vedevano l’ora che finissimo.

Abbiamo suonato tre pezzi in un quarto d’ora, con me che urlavo come uno che veniva picchiato e due accordi di chitarra dall’inizio alla fine. Nella registrazione si sente la gente lanciare urla di incredibile disperazione, lunghe anche trenta secondi, mentre noi suoniamo.

Tornando agli anni Ottanta, alle fanzine e al bisogno da cui è nato il progetto: stavo ricostruendo il mio percorso di quegli anni e mi sono imbattuto nelle fanzine.

Come ti dicevo, da un certo punto di vista sono contentissimo del riscontro e del fatto che questo materiale circoli, altrimenti non avrei nemmeno iniziato il lavoro. Tengo però a precisare che non sono né un archivista punk né tantomeno un collezionista. I collezionisti, tra l’altro, non mi sono molto simpatici: alla fine è feticismo, no?

Mi imbatto quindi in queste fanzine e penso: «Cazzo». Avevo anche alcuni ricordi, perché qualcuna mi era capitata tra le mani.

Racconto sempre che esisteva una rassegna stampa dei Mono, un gruppo di Latina, nella quale avevano raccolto tutti gli articoli e le recensioni che le fanzine avevano dedicato alle loro cassette.

Sfogliandola, mi sono trovato davanti alla recensione di una fanzine di Lima, in Perù, che parlava dei Mono di Latina. Com’era possibile che, nel 1984 o nel 1985, una fanzine di Lima parlasse di un gruppo di Latina, dall’altra parte del pianeta, quando Internet non esisteva?

Oggi ci stupiamo e ci chiediamo: «Come facevamo senza il GPS?». Prendevi la cartina, ti fermavi e cominciavi a cercare sulla mappa. Per le comunicazioni era la stessa cosa.

Come cazzo facevamo? Con la posta, i francobolli. Dopo un mese, se ti andava bene, o magari dopo due mesi, ti rispondevano, ammesso che la posta arrivasse.

È fantastico pensare che si riuscisse a costruire una rete con mezzi analogici: francobolli, buste e telefoni a gettoni. Fare rete comportava anche un vero problema economico. Non era come adesso, quando sembra tutto abbastanza gratuito perché il prodotto siamo noi. All’epoca non eravamo il prodotto, quindi dovevamo pagare.

Le fanzine erano fondamentali. Mentre portavo avanti questa ricostruzione, mi sono detto: «Devo recuperare questo materiale», perché sul web non ne trovavo abbastanza.

Matazìn:

Che cosa avresti voluto trovare?

Paolo Palmacci:

Avrei voluto una mappa nella quale trovare gran parte di quel materiale, raccolto e messo a disposizione mia e di chiunque volesse consultarlo, per tantissimi motivi.

Sono stato poi contattato da molti studiosi: storici dell’arte, sociologi e università che hanno inserito Fanzinoteca all’interno delle loro raccolte e biblioteche dedicate alle fanzine. Anche il Barnard College di New York ha inserito il progetto nella propria Zine Library.

Sono soddisfazioni, perché in questo modo dai a quelle cose una seconda occasione per continuare a diffondere i semi di cui erano portatrici all’epoca. Soprattutto il seme del do it yourself: fallo da solo.

Perché sono salito su un palco davanti a duecento metallari, rischiando la morte? Perché qualcuno mi aveva detto che potevo farlo. «Puoi farlo: prendi un microfono, un basso, una chitarra e fallo».

È quella dose di follia della quale parlavamo prima. Possiamo farlo perché pensiamo di avere qualcosa da dire e decidiamo di metterci in gioco.

La voglia di mettersi in gioco, di comunicare e di farlo con la propria testa, con lo spirito critico amplificato al massimo, era ciò che accadeva a quella generazione. Era una generazione mossa da una spinta mondiale, forse l’ultima così forte. Fu qualcosa di bellissimo.

Matazìn:

Mi viene da domandarti, a questo punto, che considerazioni fai sulla rinascita della scena punk, soprattutto negli ultimi tre o quattro anni.

C’è stato un periodo nel quale era molto sottotono. C’è stata la stagione dello screamo fino alla metà degli anni Dieci, ma più o meno dal 2015 fino alla fine della pandemia non se ne è quasi più sentito parlare. Tanto che, quando sono andato a uno dei miei primi concerti punk, mio padre mi ha chiesto: «Ma come, esistono ancora?».

Adesso, almeno per la mia esperienza, le cose sono cambiate. Vivo sulle Prealpi, in una zona periferica, eppure stanno nascendo molte realtà. C’è anche molta serietà nel portare avanti una certa etica.

A cosa attribuisci questa rinascita e che considerazioni fai al riguardo? Ha portato anche a moltissime reunion. Mi vengono in mente gli Attrito, che hanno ricominciato a suonare insieme dopo dieci anni, e i Batièn, per esempio.

Paolo Palmacci:

Faccio una premessa. Quando parlo della subcultura punk, sul sito scrivo sempre «e delle sue derivazioni». Non parlo di estetica punk.

Quando mi chiedono se mi piace quell’estetica, rispondo che l’estetica non c’entra un cazzo, perché il punk non è un’estetica. Il punk nasceva proprio contro un’estetica. Nel momento in cui è diventato un’estetica, il punk è morto.

Doveva rompere degli schemi, distruggere delle estetiche e proporre dei principi etici. Lo ha fatto. Dopodiché ha fornito degli stimoli a tantissima gente.

Anch’io sono arrivato un po’ tardi. Nel 1977 avevo tredici anni e non mi ero minimamente accorto di ciò che stava accadendo a Londra. Quando me ne sono reso conto, il punk era già morto.

Ognuno può scegliere la data che preferisce, ma simbolicamente si può pensare all’ultimo concerto dei Sex Pistols, nel 1978. Subito dopo John Lydon fonda i Public Image Ltd, perché il punk era finito: il lavoro era stato fatto e bisognava ripartire da quelle idee, ma ciascuno per la propria strada.

Da lì sono nati gruppi incredibili. Quando ripenso a quegli anni mi vengono i brividi: i Joy Division e tantissimi altri. Tra il 1978 e il 1982 c’è stato un periodo di quattro o cinque anni che, nella storia del rock è imparagonabile.

Matazìn:

Dalla fine del punk più tradizionale alla nascita dell’hardcore, fondamentalmente. Anche l’hardcore, secondo me, è già una forma di post-punk.

Paolo Palmacci:

Assolutamente sì.

L’hardcore punk, però, non mi è mai piaciuto particolarmente. All’inizio mi piacevano un po’ i Dead Kennedys. Poi si è cominciato ad andare sempre più veloci: ricordo i GBH e tutta quella roba che accelerava sempre di più.

A un certo punto, andare sempre più veloci è diventato a sua volta un fatto estetico. Alla fine era quasi una gara: ero più veloce perché ero più bravo. Il punk non doveva essere una cosa del genere.

Io ho seguito i semi più perversi di tutto ciò che è accaduto dopo, a partire dai Pere Ubu. Parliamo di mostri sacri. I Pere Ubu nascono addirittura poco prima del punk: già nel 1976 erano in circolazione, anche se poi si sono coagulate attorno a tutta quella rivoluzione moltissime esperienze.

Era tutta musica che, in qualche modo, era figlia di quella rivoluzione o ne era stata profondamente contaminata.

Tutto ciò che è una riproposizione o un revival, invece, francamente non riesco ad apprezzarlo.

Da anni mi manca ascoltare un gruppo e pensare, come succedeva all’epoca: «Ma che roba è questa?».

Durante un’altra intervista mi hanno chiesto come fosse possibile che una musica di cinquant’anni fa potesse ancora essere proposta in maniera così alternativa e sorprendente. Ho pensato: che cosa mi manca davvero? Come prima mi mancava una mappa delle fanzine, adesso mi manca un disco che, quando lo ascolto, mi faccia dire: «Merda, che roba è questa?».

È da molto tempo che non mi succede. Scaricavo musica da Soulseek, cercavo continuamente e, ogni tanto, trovavo qualcosa di carino o interessante, ma niente che mi lasciasse veramente spiazzato.

Ricordo come se fosse ieri quando misi Junkyard dei Birthday Party sul giradischi di merda che avevo, con due casse altrettanto di merda che lo amplificavano appena.

Non avevo certo una potenza tale da far tremare la stanza. Era proprio il suono: mi sembrava che la stanza si stesse aprendo in due.

Parliamo del primo gruppo di Nick Cave. Esperienze del genere non mi capitano più.

Quindi, per rispondere a quella domanda, facciamo conto che me l’abbia fatta tu, ho cercato di realizzare qualcosa che sorprendesse me stesso.

Il problema è che, siccome sapevo che cosa stavo facendo, mi ha sorpreso, ma mi sono comunque giocato in parte l’effetto sorpresa.

Però, se sorprende te, allora è perfetto: significa che ha funzionato.

Ranpo:

Un’ultima domanda. Innanzitutto, a scopo informativo: hai mai ascoltato la trap?

Paolo Palmacci:

Non ce la fai… No, però ne ho ascoltata un po’ e qualcosa apprezzo. Adesso vi cadrà un mito: M¥SS KETA. Soprattutto perché c’è molta musica elettronica. La prima M¥SS KETA, forse quella del primo album.

Matazìn:

È innegabile, comunque, che ci sia anche un certo spirito ribelle.

Paolo Palmacci:

Per il resto non mi è capitato di ascoltare nient’altro, forse per mia noncuranza. M¥SS KETA, comunque, un po’ mi ha preso.

Matazìn:

Se posso permettermi di darti un suggerimento, una cosa che forse potrebbe incontrare i tuoi gusti, sentendoti parlare, poi magari sto dicendo una cazzata assurda, sono i Tauro Boys. Secondo me rispecchiano quello che dici tu.

Paolo Palmacci:

Tauro Boys?

Ranpo:

Secondo me dovresti ascoltare anche un album che si chiama Hammon Cinematic Universe.

Matazìn:

Assolutamente! È l’album migliore dell’anno e fonde la trap con altri generi.

Paolo Palmacci:

Dei Tauro Boys?

Ranpo:

No. I Tauro Boys, purtroppo, si sono sciolti. Sono un gruppo storico. Te lo scrivo in chat. Ti ho inviato anche il materiale di Spallanzani.

Hammon Cinematic Universe è un bel disco trap.

Comunque, scusami: prima mi sono perso un attimo. Quando hai detto che volevi fare qualcosa che ti stupisse, ti riferivi a No Capitulation?

Paolo Palmacci:

No, era una specie di gioco mentale. Ho fatto un disco perché volevo qualcosa che mi stupisse, perché mi mancava qualcosa capace di sorprendermi. Però, siccome poi l’ho fatto io, alla fine non ho più potuto avere l’effetto sorpresa e quindi non mi ha stupito.

La persona che mi faceva la domanda, però, diceva di esserne rimasta stupita. Allora ha funzionato, perché a me non ha sorpreso, ma…

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