Elogio del padre di famiglia

Elogio del padre di famiglia
Lettura boomer
Cos'è un Padre? Una figura autoritaria che non esita a punire fisicamente chi ritiene sia sotto il suo controllo pedagogico, o forse un lascito del passato che paradossalmente è più attuale del previsto?

Da decenni il vero nemico, inteso in senso Schmittiano, della stragrande maggioranza di ogni pseudo-pensiero o frattaglia ideologica intesa e concepita come ribelle, di rottura o di mutamento , è sempre stata quella peculiare creatura che ha assunto nel corso del tempo nomi differenti: borghesia, padronato, patriarcato e così via. Pur mutando forma al mutare delle strutture economiche, sociali e culturali, ha continuato ad occupare il medesimo posto simbolico di ostacolo, e limite ; volendo accettare il carattere dialettico di tali trasformazioni, che hanno modificato tanto la struttura quanto la sovrastruttura (e dunque anche i caratteri specifici di questa presunta “borghesia”), rimane un elemento che attraversa immutato tali metamorfosi:

l’individuazione di una figura concreta, ordinaria e quotidiana come responsabile della persistenza di un ordine giudicato oppressivo e come impedimento alla nascita di una società nuova. 

Non è nostro interesse discutere qui la legittimità o meno di questa spinta energetica, né stabilire se tale nemico sia reale, immaginario o storicamente necessario; appare tuttavia quantomeno pretestuoso, e talvolta persino pavido, considerato l'evidente squilibrio dei rapporti di forza. L’accanimento verso una componente certamente organica all’ordine esistente ma priva della capacità di determinare autonomamente gli sviluppi sistemici, laddove il Sistema-Capitalismo-Globalismo, continuamente evocato come principio ordinatore del presente, rimane spesso sullo sfondo come un’entità astratta e impersonale. 

Eppure questo apparente paradosso si dissolve nel momento in cui si comprende che l’oggetto reale dell’ostilità non è il possessore di capitale, né il semplice maschio, né l’individuo economicamente privilegiato, bensì qualcosa di più profondo: una forma antropologica. Ciò che viene contestato non è soltanto una posizione sociale, ma una funzione; non semplicemente un potere, ma una continuità; non un individuo, ma il principio stesso incarnato dal Padre di Famiglia, ossia dall’uomo che lega passato, presente e futuro attraverso la responsabilità, la trasmissione, il limite e l’appartenenza. 

Definire la metafisica di questa figura, comprenderne il significato storico e simbolico e interrogare le ragioni della sua persistente demonizzazione, sarà dunque l’oggetto del presente Elogio. 

Il primo motore di questa ostilità risiede in una deliberata patologizzazione della dialettica generazionale. Fisiologicamente, il rapporto tra adolescente e padre si nutre di un conflitto vitale e necessario: il padre si erge a modello attraverso l’imposizione del limite, incarnando la durezza e la stabilità della Norma; il figlio saggia quel confine e lo contesta. Questo scontro culmina, e deve culminare, nel parricidio simbolico: una rottura che non è mai mera distruzione dell’autorità, bensì il suo autentico superamento hegeliano (Aufhebung). Il figlio “uccide” il padre non per abolire la Legge e sprofondare nel caos, ma per sussumerla, interiorizzarla e farsi, a sua volta, adulto autonomo, legislatore e custode.

È questo dramma fecondo a garantire la trasmissione e la continuità storica. 

Oggi, tuttavia, questo meccanismo è stato sabotato da un'epoca che ha elevato l'adolescenza, da fase transitoria, a condizione ontologica permanente. A blindare questa mostruosità sociologica interviene un’inedita e grottesca saldatura: l’alleanza materiale e culturale tra il sottoproletariato sradicato e le alte classi liberal-progressiste. Ceti apparentemente antitetici, eppure intimamente accomunati dal terrore e dal rifiuto assoluto di ogni limite normativo. 

Il sottoproletariato rigetta il limite in nome di un’anomia brutale e pre-politica, cullandosi in un’immediata istintualità da stato di natura; l’élite cosmopolita, al polo opposto, lo smantella scientificamente in nome di un’emancipazione fluida, astratta e decostruttiva, ammantando la propria irresponsabilità di sofismi accademici.

Entrambi aborriscono la verticalità.

E nel mezzo, stritolato da questa morsa complice tra il basso più opaco e l’alto più rarefatto, rimane il Padre di Famiglia.

L’adolescente perenne, sia esso il disperato della periferia urbana o il rampollo colto della borghesia liquida, non vuole più superare il Padre per farsi carico del suo fardello; vuole semplicemente abolirlo per poter prolungare in eterno la propria ricreazione, senza mai dover rispondere del vuoto che si lascia alle spalle. 

L’odio verso il Padre è il trionfo del risentimento nella sua accezione più puramente nietzschiana: l’astio viscerale, inestinguibile e rabbioso di chi disprezza ciò che intimamente sa di non poter mai diventare.

Si odia l’adulto e si odia l’autonomo. 

Ciò che l’uomo-massa contemporaneo (fragile, dipendente e cronicamente insicuro) non può tollerare del Padre di Famiglia è la sua vertiginosa superiorità esistenziale: egli possiede la forza e la libertà di non avere un bisogno parassitario della norma burocratica per difendersi. Mentre il cittadino moderno invoca ossessivamente la legge, lo Stato e il regolamento, usandoli come un esoscheletro ortopedico per compensare la propria impotenza strutturale, il Padre detiene una forza originaria, pre-giuridica, che gli consente di bastare a sé stesso.

Non mendica tutele, perché è lui stesso a garantirle.

Eppure, ed è qui che si consuma lo scarto abissale rispetto al barbaro o al delinquente di strada, il Padre non usa questa sua spietata autonomia per distruggere l’ordine, bensì per instaurarlo. Pur non avendo bisogno della legge per sopravvivere, egli crede in modo assoluto e sacrale nel valore fondativo della Norma, nel Nomos schmittianamente inteso. Egli non subisce la regola come un vincolo imposto dall’alto, ma la pone in essere. In questo senso, la famiglia non è un borghese rifugio sentimentale, ma la cellula primigenia della terraterra: l’atto sovrano, architettonico e politico supremo, con cui un uomo delimita uno spazio, lo protegge, lo ordina e innalza un orizzonte di civiltà. 

Qui si smaschera la monumentale ipocrisia della sociologia progressista e della sua crociata contro la fantomatica "mascolinità tossica".

La verità, del tutto inconfessabile, è che il sistema non nutre alcun reale odio verso il maschio violento. Al contrario: lo tollera, lo estetizza e lo promuove.

Il nichilista, il malavitoso di quartiere, il predatore da strada, il “vero figo” sociopatico che prospera sulla pura sopraffazione brutale, non fanno alcuna paura al capitale. Questo maschio primitivo è perfettamente innocuo per lo status quo: essendo schiavo dell'immediatezza, esaurisce la sua esistenza nel riflesso condizionato, nell’istinto e nel consumo compulsivo.

Non fonda nulla, non tramanda nulla; è il perfetto consumatore a perdere per il tecno-capitalismo. 

L’odio, quello vero, viscerale e inestinguibile, è riservato esclusivamente al Padre di Famiglia, perché egli rappresenta lo scandalo assoluto della continuità morale e storica in un mondo frammentato. Per reggere questo peso non è sufficiente la mera genetica. Per essere padri non basta avere due volte il pene, illudendosi che i cromosomi XY, un impulso ormonale o un semplice atto copulativo siano sufficienti a generare un ordine. Essere padre significa essere due volte uomo: la prima per un banale dato biologico, la seconda per un atto di suprema volontà politica ed esistenziale. Significa ergersi a cerniera del tempo, assumendosi la responsabilità titanica di farsi sintesi vivente tra l’eredità di un passato da custodire e un futuro da edificare. 

Il Padre di Famiglia risulta intollerabile perché si macchia del più imperdonabile dei delitti moderni: il rifiuto della delega. In un’epoca in cui l’individuo è costantemente addestrato ad appaltare allo Stato-terapeuta ogni proprio diritto, ogni tutela materiale e ogni frammento di responsabilità morale, egli rivendica per sé l’onere dell’autorità e la giurisdizione diretta sui propri confini.

Non chiede il permesso per difendere ciò che è suo, non si affida a un comitato etico per distinguere il bene dal male e non mendica sussidi emotivi. 

È questa sua originaria e spigolosa sovranità a renderlo il catalizzatore perfetto per l’odio di tutto l’apparato parassitario del nostro tempo, della cattedrale. Egli aggrega e calamita, quasi per reazione chimica, il livore fisiologico dei giornalai, che non sopportano chiunque sfugga alla narrazione anestetica del vittimismo; delle guardie, intese qui non come tutori di un ordine sacro, ma come i zelanti burocrati del conformismo e del controllo orizzontale; e degli intellettuali organici al nulla, i sommi sacerdoti della “complessità” e della decostruzione. Tutta questa corte di chierici lo detesta per un motivo brutale e inconfessabile: il Padre, con la sua sola, granitica presenza e con la sua capacità di decisione autonoma, smaschera in un istante l’assoluta e patetica inutilità delle loro professioni. 

Abbiamo così edificato una "società asilo nido", fondata sulla mitizzazione della vittima. Nella nostra epoca, la vittima detiene il monopolio della legittimità esistenziale per il solo fatto di esistere e di patire, bisognosa perenne di un’autorità terza che la validi e la risarcisca. Il Padre, al contrario, si giustifica da sé attraverso l’assunzione del dovere e la protezione dei propri confini, ricordando che

“Finché la storia universale non sarà conclusa […] finché uomini e popoli avranno ancora un futuro e non solo un passato, allora nelle forme sempre nuove dell’apparire degli eventi, nella storia del mondo sorgerà un nuovo nomos”. 

Per scongiurare il sorgere di questo nuovo Nomos, il sistema ha operato una silenziosa ma spietata manovra economica e psicologica. Il capitale necessario, materiale ed etico, per fondare una famiglia e diventare padre viene oggi presentato come una soglia irraggiungibile, un lusso anacronistico. E così, l’accumulazione che un tempo era destinata alla fondazione di un focolare viene disinnescata, spezzettata e polverizzata in micro-consumi consolatori: aperitivi perpetui, viaggetti esperienziali utili solo a nutrire la vetrina dei social; si consuma il proprio capitale potenziale in vanità contingenti pur di non farsi carico del peso della durata.

Difendere il Padre di Famiglia, oggi, non significa pertanto indulgere in vuoti passatismi o difendere grotteschi conservatorismi borghesi. Significa, primariamente, riconoscere che “alla base di ogni nuovo periodo e di ogni nuova epoca della coesistenza […] vi sono nuove delimitazioni e nuovi ordinamenti spaziali della terra”. Il Padre è il primo attore di questa delimitazione, l'ultimo nemico del caos amministrato e l'unica, vera, figura radicale rimasta in un occidente che ha smarrito la forma.

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