Le proteste delle ultime settimane per la Palestina porteranno a qualcosa?
Negli ultimi giorni…
Abbiamo assistito al riversarsi nelle piazze di milioni di persone(compreso l’autore) provenienti da ogni ambito sociale, da ogni fascia d’età e da ogni orientamento politico. Tutte unite da un’unica voce:
il dissenso verso un governo che continua a sostenere, apertamente un genocidio trasmesso in diretta mondiale.
Abbiamo seguito con emozione l’epopea della flottiglia umanitaria: 47 imbarcazioni con a bordo persone provenienti da 50 Paesi diversi, che hanno scelto di dirigersi, senza armi e protezioni particolari, verso uno dei luoghi più pericolosi del pianeta. Donne e uomini disposti a rischiare la prigionia, la violenza e l’umiliazioneda parte di uno degli eserciti più efferati dei nostri tempi, pur di affermare un principio di giustizia umana.
Un enorme frignata collettiva. Nient’altro che palliativi, inutili contro la nostra malattia degenerativa:
Dopo aver assaggiato durante il fascismo la forza senza morale, abbiamo scelto la morale senza la forza. E, come in ogni pessimo affare, ci siamo ritrovati senza l’una e senza l’altra.
Due secoli fa, l’intera Europa era un’altra storia.
Quando la Grecia si ribellò all’Impero Ottomano
Non era una potenza. Era, piuttosto, un popolo povero, affamato, colonizzato: aveva fede e disperazione, come i Palestinesi di oggi, e tanto bastò per scuotere il continente. Le atrocità turche, il massacro di Chio, i villaggi rasi al suolo, le deportazioni, commossero poeti, pittori, filosofi di tutta Europa.
Lord Byron partì per morire a Missolungi e Delacroix dipinse la strage come una nuova Crocifissione. Ma la libertà non arrivò con i versi né con le tele. Arrivò con le cannoniere a Navarino, nel 1827, quando Francia, Inghilterra e Russia, ognuna compatibilmente con i propri calcoli, certo, decisero di mettere il loro peso militare a servizio della causa greca.
C’era anche qualche italiano.
Esuli, carbonari, reduci dei moti del ’21: da Santorre di Santarosa, morto a Sfacteria, ai tanti anonimi che salparono per combattere al fianco dei Greci. Per loro, la guerra d’indipendenza greca fu un’anticipazione del Risorgimento, una prova a pelle che la libertà non si mendica.
Oggi la storia si ripete
Ma in forma grottesca, memetica si dovrebbe dire. Di fronte a un altro popolo che lotta per la propria sopravvivenza, ci sono ancora i Byron e i Delacroix, individui che mettono la propria arte o la propria vita a rischio per una causa (Saverio Tommasi & Greta Thumberg) ma nessuna vera flotta all’orizzonte.
Ci sono tweet, petizioni, cortei e lacrime irl e virtuali, ma nessuna potenza disposta a sporcarsi le mani. Non perché manchi la pietà, anzi, ne abbiamo fin troppa: ne produciamo in massa, come fosse un bene di consumo. Unica merce che, quando è in eccesso, si prova sempre ad esportare, ma che, quando manca, non penseresti mai di importare.
Una società che rinuncia alla forza rinuncia a se stessa.
Alla capacità di incidere, di difendere ciò che ritiene giusto, di scegliere il proprio destino. La forza non è brutalità, è la condizione minima per esistere, è il confine tra chi scrive la storia e chi la commenta indignato sui social.
E mentre i Greci conquistarono la libertà grazie a chi seppe sporcarsi le mani, i Palestinesi vengono sepolti sotto il peso dell’indignazione altrui, leggera, eterea, a costo zero: perfetta per le coscienze biodegradabili dell’Occidente.
Qui il paradosso più scomodo.
“Tu”
Molti di coloro che manifestano con sincera partecipazione, mossi da un’autentica compassione per la sofferenza del popolo palestinese, sono anche i primi a respingere ogni tentativo di riportare la questione militare al centro del dibattito pubblico. Se interrogati direbbero senza esitazione di essere contrari alla leva obbligatoria, al riarmo, e perfino alla sola idea che la forza possa avere una legittimità politica.
E, a ben vedere, hanno ragione. Chi vorrebbe indebitarsi fino al collo, anzi, oltre, visto che ci siamo già, per finanziare nuove armi? Chi vorrebbe lasciare i propri affetti per anni, morire o, peggio ancora, uccidere, per difendere interessi d’élite d’oltreoceano o per ambizioni di parassiti nostrani?
Pochi spero, io no sicuro.
“Many such cases”
Però ci occorre una soluzione, il resto del mondo se ne frega della nostra opinione personale sui Salvini, sui Di Maio o su qualsiasi altro politico che riteniamo incompetente e degno del nostro disprezzo. Siamo in democrazia, per chi da fuori interagisce con noi, abbiamo scelto, poco importa la percentuale di astensionismo o la legge elettorale vigente. Che crediate che a prendere le decisioni siano, i ricchi, gli ebrei, gli americani, i rettiliani o i grigini è irrilevante. Anche se non siamo liberi, dall’esterno siamo responsabili della nostra azione come collettività.
I più blackpillati diranno che questo triste bipolarismo è l’unico destino possibile per chi ha perso l’ultima Guerra Mondiale, ma si sbagliano.
Oggi la Germania sta compiendo in silenzio la sua seconda rivoluzione culturale.
In tre anni un’idea minoritaria è diventata senso comune: la convinzione che la forza non sia più una vergogna, ma una necessità. Il governo e la classe dirigente, in un lavoro costante e capillare, stanno reintroducendo un ethos militare nella società civile.
La vera battaglia non si combatte con le armi oggi, ma nella mente del cittadino medio, per il quale la guerra ha smesso di essere impensabile. La guerra è, innanzitutto, un fatto culturale.
“Are you doing your part?”
Le voci che un tempo invocavano una “pace senza armi” sono scomparse dal dibattito pubblico, relegate all’ingenuità o al ridicolo. Perfino un libro comePerché non combatterei mai per il mio Paese del giovane giornalista Ole Nymoen, accolto con iniziale scalpore, non è mai stato preso davvero sul serio.
Al Bundestag soltanto Die Linke resta apertamente pacifista, mentre l’AfD e i partiti tradizionali trovano un inedito punto di concordia. Oggi il politico più popolare della Germania è il ministro della Difesa, Boris Pistorius, che ripete con orgoglio che la Bundeswehr deve tornare a essere capace di combattere (kriegstüchtig).
E i tedeschi lo seguono: oltre due terzi si dichiarano favorevoli a raddoppiare le spese per la difesa entro il 2032. Dopo ottant’anni di colpa storica, la Germania sta guarendo dal proprio trauma.
Non cancella il passato, ma smette di farsi definire da esso. E questa, nel bene o nel male, è una liberazione.
La Germania prevede di spendere 649 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per la difesa, ma il prezzo vero sarà umano.
Il nuovo modello militare punta a reclutare 40.000 giovani ogni anno, inizialmente su base volontaria, con la possibilità di rendere la partecipazione obbligatoria se i numeri non basteranno.
Siamo pronti ad accettare questo tipo di sofferenza collettiva? Se la risposta è sì, allora la natura probabilmente farà il suo corso.
Quando ai cittadini viene insegnato a portare un’arma e a riconoscersi come parte di un tutto, la società sviluppa anticorpi contro i pagliacci e i saltimbanchi al potere.
Perché quando accetti di rischiare la vita, anche solo in teoria, i tuoi standard su chi deve governare si alzano di colpo, non ti rende immune dagli autocrati e dai corrotti, ma almeno ti vaccina contro il ridicolo, che vista la situazione, sarebbe già un enorme passo avanti.
Una volta raggiunto anche noi un certo livello di unità e pericolosità, potremmo finalmente ampliare il nostro spazio di manovra, scegliere le nostre cause e magari anche sfruttare le opportunità del Nuovo Disordine Mondiale per ritagliarci un’autonomia reale, se non un’indipendenza.
Se la risposta è no, invece, meglio preparare le scorte di fazzoletti. Ci aspetta un secolo turbolento, e ci darà molte altre occasioni per frignare.
La mia storia d’amore con il Cynar è iniziata una decina di anni fa.
Da bravo minorenne veneto assetato, passavo i sabati sera con i compagni di liceo al nostro bar cinese di fiducia, l’unico della zona disposto a farci distruggere i fegati senza troppe domande.
Poche chiacchiere Signori, anzi nemmeno una. Un solo nome: Toshiro Mifune. Ma come Frank!? Non era un articolo su un certo Akira? Nome d'arte? No Signori.
La mia vita vale due euro. Quanto due patatine del bar, due Estathè, due espresso, quattro ghiaccioli, un gelato con resto, un cornetto salato. Ma anche un gratta e vinci, uno molto particolare.