Fuori Charlie XCX, avanti Clairo!
Se nel 2024 le ragazze hanno avuto la Brat summer, il protagonista del 2025 è proprio lui, il performative male. Un matcha in mano, un labubu, delle auricolari col filo, una tote bag da cui far cadere Gender Trouble di Judith Butler. Questo è lo starter pack dell’uomo contemporaneo, un nuovo tassello dell’evoluzione del maschio sui social.
Ma in cosa consiste esattamente questa evoluzione? L’uomo ha davvero imparato a decostruirsi o sa solo mascherarsi meglio?
In verità, il performative male non ha smesso di ascoltare Joe Rogan e Theo Von, ma sa che sul palcoscenico contemporaneo bisogna recitare una parte, e la sua recita è tutt’altro che un semplice gioco di ruolo.
Il performative male è un nuovo prototipo di accelerazionista, è l’uomo nuovo che ci guida verso un consumismo accelerato, una perdita del sense of self accelerata, un femminismo accelerato contrapposto al femminismo serio e pedante.
David Foster Wallace criticava l’Infinite Jest rappresentato dal divertissement della tecnologia, ma non poteva immaginare che dopo la sua morte ci sarebbero stati uomini che vanno in giro con una bandana in testa per imitarlo e postano i suoi romanzi sulle storie di Instagram, fingendo di averli letti.
È una performance degna del migliore Carmelo Bene, quando metteva in scena l’osceno, distaccandosi dal suo io perché quell’io non esisteva.
Lui era un capolavoro, un classico della letteratura, una testimonianza dell’umanità sulla terra, aveva già detto tutto quello che si poteva non dire, rimaneva soltanto il silenzio. Alla celebre domanda che gli pose D’Agostino (“Ma se lei non esiste perché si tinge i capelli?”) potremmo sostituire un altro quesito esistenziale:
“Ma se lei non crede nel femminismo intersezionale, perché va in giro con una tote bag e un matcha latte?”
Forse il performative male non conosce davvero le quattro ondate del femminismo occidentale, ma ha letto Fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty. Alla base della conoscenza c’è la percezione che è intenzionalità incarnata.
Con ogni gesto si istituiscono relazioni.
Mostrare i labubu è performativo, come qualunque altra impresa che crediamo ricca di qualche misterioso significato metafisico.
Il performative male sa che non c’è differenza tra una manifestazione in piazza e una ricerca spasmodica dell’ultimo trend di Tik Tok, anzi probabilmente la vera rivoluzione contemporanea sarà dettata dall’algoritmo. Svuotare di significato ogni contenuto a cui diamo importanza, in un odierno Potlatch come quelli studiati da Bataille. Questo è il vero sovvertimento del capitalismo, buttare i nostri soldi in matcha, compiere atti irrazionali di consumismo insensato.
Il palcoscenico del cyberspazio assomiglia a quello del teatro della crudeltà di Antonin Artaud che punta a scioccare lo spettatore, a contagiarlo con la sua
✨【aesthetic】✨
Così tutto diventa una recita e nulla ha più senso perché il senso non c’è mai stato. Si svelano le ipocrisie, cala il sipario, e lì inizia il vero spettacolo. Una volta che si ha l’audacia di abbracciare pienamente il nichilismo, si può avere una visione autentica della vita. L’autenticità non sta nella verità astratta che non troveremo mai, ma nella performance che mettiamo in atto mentre la ricerchiamo.
È così che il maschio bianco etero cis può riacquisire un ruolo di cui non vergognarsi, smettendo di fare il doomer alienato dalla realtà: non piegandosi al diktat degli slogan che non comprende, né rimanendo ancorato ai suoi podcast politicamente scorretti.
L’unico modo onorevole di affrontare il declino della virilità è semplicemente arrendersi piacevolmente alla contingenza dell’essere e accettare l’assurdo.
I situazionisti avrebbero certamente tessuto le lodi dei personaggi emergenti del mondo digitale, la nuova società dello spettacolo, e tra questi non mancherebbe chi si perde nella velocità dell’atto della finzione, chi è pronto a perdersi in un’altra identità per lo stupore di un pubblico virtuale. Il conformismo dell’anticonformista si tramuta molto facilmente nell’anticonformismo del conformista.
Del resto, la moda del performative male non è una novità.
Caligola e Carlo VI di Francia erano degli antesignani di questa tendenza (quanto è performativo nominare console il proprio cavallo o affermare di essere fatti di vetro?). La storia è creata da uomini che non sanno quello che fanno, ma improvvisano, agiscono mettendo su un teatrino, fondando imperi e bruciandoli con la stessa facilità.
Dobbiamo solo ricordarci come si fa con stile, ma ci stiamo arrivando.
Se ci fosse un Fight Club dei performative males, le prime due regole sarebbero “Non interrompere mai la performance” e “Non interrompere mai la performance”.
I partecipanti dovrebbero sfidarsi continuamente, tra un morso di Dubai chocolate e un brano di Mitski (si ricorda che è necessario aver sottoscritto l’abbonamento a Spotify Premium o Apple Music, altrimenti non si viene accettati nel club).
Ovviamente non ci sarebbe nessuna violenza, quella la lasciamo ai ✨maschi alfa✨ che non hanno imparato a perdersi nel gioco, perché sono dei normies senza layers. Sono senza ironia e credono di avere dei valori, ma quei valori rappresentano soltanto la loro stessa tossicità. Il performative male è capace di creare dei valori diversi dal conservatorismo, pur distaccandosi dal peso di un progressismo impegnato, grazie ai meme su cui ha costruito la propria esistenza.
Al contrario del boomer che con tono pedante ci insegna che internet è la trappola, che i giovani passano il tempo al cellulare, e che i contatti veri si formano nella vita reale, noi sappiamo perfettamente che internet è il nostro regno e lo rivendichiamo, sappiamo che questo è il posto in cui possiamo esprimerci, quello in cui siamo più autentici.
Noi vogliamo trasferire la nostra coscienza nelle macchine e vivere nel cyberspazio, abbandonare questa pelle umana o almeno costruirci una protesi per tenere sempre la tote bag a portata di mano. Non abbiamo contatti reali, abbiamo soltanto contatti falsi, e va bene così, sono i nostri spettatori, è il nostro pubblico a cui riveliamo ogni dettaglio della nostra esistenza come in un Truman Show che però possiamo controllare.
Possiamo decidere ogni giorno cosa far fare a Truman, ma in un gesto davvero rivoluzionario gli facciamo seguire intenzionalmente lo script.
In fondo, “it’s hip to be square”, per citare un brano di Huey Lewis and the News, colonna sonora del film da maschio bianco etero per eccellenza: American Psycho. Il performative male ci tiene a ricordare che il romanzo di Bret Easton Ellis è una satira del mondo classista e misogino degli yuppies, ma non per questo smette di agire soltanto per puro conformismo, proprio come Patrick Bateman quando recita uno dei suoi monologhi filantropici a cui nessuno crede, nemmeno lui.
Ma ha credenze più solide di chi passa il tempo a criticare il politically correct per sentito dire, vittima di una prigione che si è costruito da solo in qualche chiacchierata al bar con altri uomini nella sua stessa echo chamber.
Non è un attivista che si batte per una causa fino alla morte, ma non è nemmeno un NPC che, come unica forma di virilità, ha la difesa acritica della virilità, incapace di essere ironico, figuriamoci post-ironico.
L’uomo è troppo importante per poter cedere alla dicotomia maschio conservatore/donna radical chic. Se vuole salvarsi, deve accelerare, andare oltre a ogni stereotipo di genere e trovare, al di là del woke e del basato, la sua strada.
Oppure può rimanere a scrollare YouTube shorts di ✨sigma males✨ con una scena di Peaky Blinders e Little Dark Ages in sottofondo.
Which way, Western man?
“L’erba ti fa male se la fumi senza stile”, cantano i Baustelle in Un romantico a Milano. Ed è proprio così, il matcha ti fa male se lo bevi senza postarlo.