Salgo in macchina con mio papà che mi deve accompagnare a prendere il treno, direzione Milano. La radio è accesa e parte la solita carrellata di notizie che arrivano dal mondo.
È notizia ufficiale che anche il Regno Unito, sulla scia dei cugini australiani, ha sancito una nuova strategia politica estremamente chiara. Il Regno Unito ha indetto il
Social Media Ban.
E qualsiasi scelta politica declinata normativamente stabilisce una direzione, una volontà di potere. Ma dall’esercizio del potere amministrativo/politico derivano limiti, che nella normale vita di cittadini assumono la forma di divieti. Ti vieto di fare questo, ti vieto di comprare quest’altro – però l’importante è che tu compri – ti vieto di agire diversamente dalla direzione decisa dalla maggioranza. E da una parte va bene così, senza le leggi ci spaccheremmo la schiena nei campi a beneficio di qualche sangue blu o signorotto della zona. Ora invece ci facciamo venire la scoliosi seduti in ufficio o in biblioteca. E nel frattempo, ecco che da qualche parte del mondo nascono nuovi divieti, come funghi, che si sommano uno sopra l’altro, sulle radici degli alberi delle nostre vite.

Ma torniamo al Social Media Ban.
Nuovi giovani, zostili del domani, avete due strade di fronte a voi: ottemperare al divieto o vietare di vietarvi.
Si è parlato di misure che al momento non si applicano in Italia, ma nulla esclude che i futuri under 16 italiani possano essere i prossimi bersagli. Torna utile una mappetta.

La vedete lì la penisola bella rosina?
Under consideration
Ricordiamoci che noi, purtroppo, siamo bravissimi a copiare gli anglosassoni, anche questo fa parte del Made-in-Italy (hanno unificato loro l‘Italia). Quindi, i nati nel 2015 potrebbero trovarsi impossibilitati (almeno legalmente) a utilizzare Instagram, Tiktok, Youtube, Snapchat – non potranno farsi ipnotizzare dai contenuti altrui, vero, ma non potranno nemmeno esprimersi con tali piattaforme.
Il Galimbertone nazionale, oltre a ripetere a ogni sua conferenza che la tecnica non è più uno strumento a disposizione dell’uomo, alla domanda di un genitore che gli ha chiesto se è giusto dare al figlio il cellulare anche in giovanissima età, ha risposto sì, perché altrimenti rimane tagliato fuori dalla società.
Mancano 30 minuti alla partenza del mio treno, c’è traffico, facciamo inversione a U e cambiamo strada.
Quindi, se lo psicanalista più apprezzato dai boomer dice che ai ragazzini bisogna dare il telefono per prevenire la loro emarginazione sociale, possiamo stare tranquilli.
Ma noi non siamo tranquilli. Se uno stato anglosassone fa una minchiata, stiamo sicuri che l’Italia tenterà di emularlo. Sì, il Social Media Ban è una minchiata, o meglio, una boomerata. La direzione che i governi boomer vogliono impartire è chiara. Meno social per i giovanissimi, più social per i boomeroni. I boomer devono detenere più mezzi di informazione possibile per rendere i giovani schiavi della società boomeristica. I boomer hanno allo stesso tempo capito una cosa: i nati dopo il 2000 sono veloci, troppo veloci, almeno per quanto riguarda il digitale. Più tardi entrano nella comunità digitale, più tempo hanno i boomer per studiare una piattaforma, accedervi e farla loro, o almeno provarci.

Passiamo un ponte a pedaggio che attraversa il fiume, una strada alternativa per evitare il traffico all’ora di punta. Esistono ancora i ponti a pedaggio. Il navigatore dà 15 minuti.
Dunque, stati come Brasile, Cina, Vietnam, Indonesia e Australia hanno già implementato misure restrittive per l’utilizzo dei social. Nella primavera 2027 lo stesso dovrebbe accadere nel Regno Unito. I governi guardano con riluttanza il consumo dei giovanissimi delle piattaforme digitali, e quelli che non l’hanno già fatto stanno prendendo in seria considerazione le contromisure, ergo i divieti. Ma noi di Blast abbiamo un mantra:
VIETATO VIETARE
Misure come il Social Media Ban servono a tenere all’oscuro i giovanissimi da ciò che oggi è la (non) realtà. I social esistono, ma non solo. I social sono diventati un bene di prima necessità. Non li hai, sei tagliato fuori dalla società. Non farne parte è una scelta ascetica, ma l’ascetismo non deve essere imposto. Se vuoi fare parte della società, ecco, gran parte della società si vive là, nell’etereo universo di Meta e dei suoi concorrenti. Piuttosto che cercare di nascondere questi mondi per paura di insidie psicologiche, sociali, morali, addestriamo le nuove leve ad affrontarle, a combatterle fin da subito.
L’indirizzo inserito nel navigatore sembra sbagliato. Sì, stiamo usando il navigatore per andare in una stazione in cui di solito non andiamo. È questo il 2026, le capacità di orientamento del singolo individuo sono diminuite, l’essere umano necessita di Google. Ma Google Maps non è infallibile.
Un millennial direbbe:
“sì ma io quando ero piccolo giocavo al game-boy, mica stavo incollato al telefonino di mia madre a guardare i cartoni da Youtube”.
Zi, ti rincoglionivi su Cartoon Network e MTV. È anche vero che Cartoon Network e MTV si guardavano a casa, mentre ora qualsiasi forma di intrattenimento digitale è costantemente a portata di mano. Sì, lo sappiamo, la società di oggi ci vuole rincoglioniti, e di fronte alla subdola arma del rincoglionimento di massa non c’è via di scampo. Prima o poi ti prende, non puoi scappare.
E allora rincoglioniamoci! RITARDOCRAZIA!
Entriamo nel centro cittadino, c’è traffico, Google Maps ci dà 5 minuti all’arrivo, il treno parte tra 8. La mia ansia sale alle stelle.
Nel momento in cui non c’è via di scampo, non resta che accettarlo. Ma dev’essere un’accettazione consapevole. L’unica arma per combattere il rincoglionimento è l’educazione al rincoglionimento, e il Social Media Ban va in direzione totalmente opposta. Prima ci si rincoglionisce, prima si impara a rincoglionirsi, prima si impara a uscirne. Dunque, i social non dovrebbero essere vietati ai giovanissimi, agli under-16, ai rincoglioniti del domani, ma dovrebbero essere parte della struttura di allenamento e sopravvivenza all’infosfera (quella che oggi è chiamata in modo buonista educazione digitale).
Arriviamo a destinazione. È sbagliata. Google Maps ha fallito. Perdo il treno, è sicuro. Inserisco nuovamente l’indirizzo, quello giusto, perché per Google Maps ci sono due stazioni dei treni in zona. Ci dà 5 minuti, ci proviamo lo stesso ma in cuor mio so che ho buttato nel cesso 27,90 €.
Vedete, non c’è nulla da fare. Lo abbiamo detto, il rapporto si è rovesciato. E forse il Galimbertone, per una volta, ci ha visto giusto. Siamo noi le protesi di un apparato tecnologico-digitale che non è più strumento, perché siamo noi lo strumento, siamo noi l’arma. I governi boomer l’hanno capito, ma non vogliono ammetterlo pubblicamente. Per evitare che le giovani generazioni prendano consapevolezza di chi sono, da dove vengono e dove stanno andando (a farsi fottere dal sistema) vogliono introdurre l’ennesimo divieto. Ma serve rendersi conto di essere rincoglioniti da anni di propaganda scolastica grazie al rincoglionimento social per uscire dal Matrix istituzionale. Social Media Ban deve essere bannato, per permettere agli zostili del futuro di salvarsi.
Arrivo a destinazione, mio papà mi molla in stazione dopo grandi porconamenti.

Google Maps ha fallito, e noi non siamo stati altro che i suoi strumenti. Governi, se proprio dovete vietare qualcosa, vietateci Google Maps. Fateci tornare alle origini, (pro)regrediamo alle creature primordiali che fummo, guidate dall’istinto, dalle tracce, dagli odori. Qualsiasi mio antenato avrebbe trovato la stazione dei treni prima di me. Abolite Google Maps, ma non vietate i social. Lasciamo alle generazioni del domani affrontare il loro destino. Se ci vuole un’educazione, è l’educazione al rincoglionimento.