Il Blast si è infiltrato a Bleech Festival, per scoprire cosa si sente nella provincia italiana.
Piacenza chiama.
Blast risponde.
E come si esce da Milano città-stato, si varcano i confini di una bolla ipocrita che funziona ma che pecca di autenticità. E noi blastidi non potevamo che fiutare il profumo dell’autenticità, del bello nostrano, della coppa piacentina, ma a una condizione. Partire il venerdì sera alle 19, perché gli uffici milanesi, nemmeno di venerdì, vogliono mostrarsi deboli agli occhi dell’ormai superato turbocapitalismo.
Sono Bardo di Piave e vi racconterò di una notte al Bleech Festival, la rassegna di musica dal vivo che da 10 anni sveglia Piacenza dal torpore.
Ma prima di iniziare, un ringraziamento va a Riccardo Covelli, colui che ci ha permesso di infiltrarci al festival. Secondo le informazioni che abbiamo raccolto attraverso i nostri uccellini meccanici è lui la mente dietro a questo progetto coraggioso, perché per organizzare eventi del genere nella radicata provincia italiana, specialmente quando l’invadente Milano è a un tiro di schioppo, ci vuole passione, e anche tanto coraggio.
Quando si è in guerra, e dall’altra parte c’è un avversario difficile come la burocrazia, i migliori strateghi insegnano che non bisogna mai dare troppi riferimenti al nemico. Così Bleech Festival tra un’edizione e l’altra ha cambiato forma e luogo, fino a insediarsi nel centro città, alzando il suo fortino a Palazzo Farnese.
Ed è a Palazzo Farnese che atterriamo con la nostra tecnonave Blast. Capiamo subito che l’atmosfera è quella di una festa. I ragazzi volontari scherzano, ridono, ma soprattutto, sono gentili. Non trattano l’ospite come un numero, ma lo accolgono come un oste accoglie i viandanti nella propria locanda, e questa locanda si chiama Bleech Festival. L’offerta gastronomica è semplice: hot dog, hot dog più gordo, panino con la coppa, paella, patate fritte.
E mentre facciamo la fila alla cassa, notiamo qualcosa di magico. I baristi alzano le coppe (aka bicchierini da shot) e si calano del vodka menta, che scopriremo poi essere un distillato molto apprezzato in queste zone. Ma prima dello shot, il brindisi è d’obbligo, e quello che sembra essere il capo bar esclama:
Viva Baghdad
Non diciamo che giorno è. Ma è ormai chiaro, in tutto l’occidente, Piacenza inclusa, che la democrazia americana sta cadendo.
E nell’attesa delle patatine, non mancano frasi altrettanto innocue e simpatiche, come quella di una ragazza che in coda dietro di noi afferma "A me l'indie piace". Allora è nel posto giusto. E mentre ascoltiamo Bhadmari, godendo il nostro panino con coppa, ci prepariamo a intercettare TÄRA, il nostro bersaglio di questa serata.
Eccola che sale sul palco in formazione trio con percussioni e sintetizzatori. Ci piace, ci sa stare là sopra. La sua è una danza sul palco senza bisogno di danzare. Unica pecca forse qualche sequenza in base di troppo, ma per il resto è un concerto piacevole.
Nell’attraversare il confine tra parterre e backstage il bodyguard stranamente non ci guarda male, perché l’abbiamo detto, al Bleech la gente è serena, entra in uno stato di pacifismo spirituale. Ci ritroviamo in una stanza che ci ricorda quelle sale che si affittano per fare le feste di compleanno alle superiori. Intervistiamo TÄRA.
Bardo: Siamo a Piacenza, terra di ottimi affettati, e in Italia il cibo plasma davvero la cultura delle persone. Tu in Diaspora scrivi: “Oggi l’italiano vuole fare l’americano / Baratta la pizza, pasta, l’espresso macchiato / Vuole la Glock appesa al posto del prosciutto / Tanto è trendy romanticizzare tutto.” Come ti è venuta in mente l’immagine della Glock appesa al posto del prosciutto?
TÄRA: Allora io non mangio maiale, però so che fa parte della tradizione italiana avere, ad esempio, un prosciutto appeso in casa. Il problema è che oggi a causa dell’americanizzazione della società al posto del prosciutto si appendono pistole, e si perdono così certe tradizioni e il loro valore.
Bardo: In Yafa racconti di mangiare olio e zatar col pane e raccogliere le olive a mani nude, qual è il tuo rapporto con i nonni?
TÄRA: Con i miei nonni ho un rapporto diverso a differenza di chi li ha potuti vivere costantemente, io non ho potuto perché vivevamo in paesi diversi. Non ho mai vissuto il pranzo della nonna o i pomeriggi a casa dei nonni quando ero bambina. Nonostante la distanza il rapporto con loro è sempre stato molto forte. A dire il vero ora non mi vengono in mente aneddoti, ma se ascoltate Yafa li racconto nella canzone.
Bardo: Qual è il tuo kebabbaro di fiducia?
TÄRA: Purtroppo ragazzi io non mangio kebab, mangio Shawarma. Il kebab per me non esiste realmente, è una cosa creata per tutti voi.
Qui TÄRA lascia spazio a teorie complottistiche. Chi ha creato il kebab? Sono stati davvero i turchi? L’hanno portato i Pleiadiani nel nostro pianeta? Per motivi legali non possiamo approfondire (((troppo))).
Bardo: Se Dio esiste, dove abita?
TÄRA: Dio per me è un’energia. Abita in me, fuori di me, ovunque.
Terminata l’intervista, è il momento del rituale. Consegnamo la maglia keblast a TÄRA.
Usciamo dal back, salutiamo il bodyguard gentile, e ci dirigiamo verso Rares. Ci accorgiamo di aver perso il microfonino con cui abbiamo fatto l’intervista.
Palazzo Farnese, avrai un ricordo di Blast.
Sentiamo dei fiati, la cifra stilistica del buon Rares, che ormai ha trovato il suo posto nel Music Business. Il pubblico è preso bene, l’atmosfera che si è creata è intima e rilassata. Tutti bravi a organizzare un festival a Roma o Milano. La vera sfida (follia) è provare a farlo nei centri storici italiani, stretti nella morsa boomeristica. E noi lo sappiamo che è da 10 anni che il Bleech ci sta provando, cambiando veste, cambiando luogo, a volte gratis a volte no, a volte Dargen D’Amico altre volte Fenoaltea, l’ultimo nome di questa serata.
E dopo il Bon Iver italiano abbiamo anche il Fred Again palermitano. Dai, si sa, nell’italiosfera tutto arriva con romantico ritardo: è bello così. E mentre Fenoaltea scalda Palazzo Farnese, a noi viene un certo languorino. Dal bar ci dicono che è avanzato un hot dog gordo.
Questo è lo spirito di condivisione piacentino. C’è del maiale in più, allora si condivide!
E mentre ci strafoghiamo col doppio wurstel, Fenoaltea droppa gli ultimi botti. Piazza Farnese è calda. Il Bleech è caldo.
È ora di andare all’after.
Eh già, perché i nostri informatori fin dall’inizio ci hanno detto oh, venite all’after dopo. Parte un piccolo esodo per lasciare la zona calda del festival, per dirigerci qualche via più in là, in quella che ci dicono essere una discoteca sotterranea dove ai tempi organizzatori e volontari del festival andavano a ballare, perché è bene ricordare che oggi (purtroppo) le enoteche tirano di più.
10€ timbro e via con la consumazione inclusa.
Riscosso il drink si va sottocassa, ed è proprio lì che cogliamo l’autenticità, lo spirito del Bleech. Sì, perché il Bleech alla fine è una festa. Una festa pensata e resa possibile da ragazzi che credono nella resistenza mondana, nella tutela sociale verso una burocrazia sempre più opprimente che spesso mette in ginocchio chiunque abbia un minimo di iniziativa per la comunità. Sotto cassa abbiamo visto persone che si conoscono da una vita, degli amici che vogliono una cosa pura e semplice: far festone insieme. E in una società che impone sempre più divieti, che ci vuole divisi, l’unica soluzione è combattere, nella mente e nel sottosuolo piacentino.
Usciamo, nella vietta davanti al locale compare un tizio che flexa il suo Defender. Si piazza davanti all’ingresso, cerca attenzioni. Qualcuno osserva la scena, qualcun altro se ne sta lì a fumare.
Il video sulla corrida di Nova Lectio e il suo farneticare quanto sia sbagliato e ingiusto ci ha fatti pensare:
Non sarà la fine della morte nel mondo moderno e la censura verso il sangue ad essere sbagliati?