Rusco Music Festival

Contro l'indifferenziata

Rusco Music Festival
Lettura boomer
In un certo senso, Bologna è un cantiere da sempre, sopratutto un centro nevralgico della nuova MUSICA italiana. Ve ne diamo un assaggio.

Bologna – 05/07/2026


L’afa estiva Felsinea non è quanto di più piacevole si possa sperimentare. Già da tempo però, in questa città, alla cappa bollente si aggiunge una manifesta volontà ostile. Noi (io) l’abbiamo chiamata “LARP di Milano”, ma solo perché il pattern è autoevidente: il Naviglio bolognese (al secolo: Reno) è stato scoperchiato dal suo decennale sonno sotterraneo, il progetto di un tram infinito fomenta una sibilante sensazione di isteria tipicamente urbana, i prezzi di una singola vista seminterrato e roditori del sottosuolo hanno raggiunto livelli da New York pre-Islamic Revolution… Non possiamo fingere di non-NOTARE il pattern, figa/soccia!


Si sa, tra il candore del paradiso e il caldo secco dell’inferno vi è solo l’umidità del limbo: probabilmente la condizione peggiore!
(Non è tanto il caldo… è l’umidità)


E Bologna è di fatto immersa in un limbo: da una parte la città di sempre, dall’altra il tentativo di transizione “neo-meneghina post-expo” della Città.
Più di qualcosa nell’etere ci avverte dell’intenzione di annullare quello spirito di città-paesone che vive di un’aura non dissimile da quella sensazione che provi tanto a una festa della fine della scuola quanto ad una prima festa in casa da fuorisede.
A Bologna siamo tutti a casa nello spaesamento, ora questi ci vogliono paesare nello scasarci…


Ma, probabile complice il solito caldo, polleggiamo comunque: l’antidoto risiede nella consapevolezza del carattere inscalfibile e parimenti mutevole di Bologna. Conosciamo la creatività petroniana che trova forma e vigore proprio in quei tentativi esterni di frammentazione.
Come fossero Plenarie, l’arte e l’ingegno bolognais ricavano vitalità e capacità di moltiplicarsi tra gli interstizi più ostili del presente, ottengono nuova linfa a partire dalle crepe e dalle cesure.
Ciò che questa presunta nuova città che avanza (nella realtà vecchia e stantia) presume di aver scartato, macerato, eliminato, è invece il sostrato di un atto creativo fenomenale.

Senza passare per il setaccio della differenziata – tanto si sa che poi mischiano tutto – accettiamo di essere avvolti e chiusi nel polietilene nero.

È nella sporcizia che avviene la magia, mentre la pulizia è sinonimo di sterilità.



Ci rechiamo quindi al Rusco Music Festival, organizzato nella cornice del Mezz’aria, attirati anzitutto da questo tipico termine Bolognese: RUSCO, per l’appunto (significa spazzatura btw).
Eh beh amici, sicuramente non male omaggiare il primo e più riconoscibile termine che il fuorisede apprende una volta approdato in città: il primo marchio che Bologna ti imprime prima di abbandonarti tra i flutti delle infinite commistioni culturali. Il secondo – e probabilmente ultimo – come sappiamo è il “VEZ”.


Ma nel rusco propriamente detto, come dicevamo, si getta di tutto, senza fare distinzioni:

è il preambolo di un festival musicale per artisti in fase di decollo, non soffocati QUINDI da quell’orrenda tendenza di ricollocare tutto a generi prestabiliti. Si fotta la raccolta differenziata.
Nella decomposizione si disfano le conformazioni obsolete e fermentano identità nuove. 

Questi artisti ci gasano perché ne intravediamo già la dimensione stilistica personale, ma allo stesso la capacità di non definirsi pienamente.


Ma chi è l’artefice?
Conosciamo il nostro uomo, l’acuto osservatore di questo cantiere che è ormai Bologna: il buon Umarell coordina questa avventura, passa tra il pubblico, inaugura, incita, lo fa con sprezzatura. Noi lo osserviamo, silenziosi: stiamo umarellando anche noi a modo nostro.
Questa è una sua creatura: l’umarell si è fatto capocantiere, il recinto e le transenne sono state scavalcate, il nastro -lavori in corso- strappato via:

il Rusco Music Festival è destinato a diventare un appuntamento fisso nella vita culturale bolognese, ce ne accorgiamo da subito.


In questo zoomerissimo pomeriggio ci rendiamo conto di come l’età media degli organizzatori e dello staff non superi i 23 anni… chapeau signori, chapeau.

Saluti e ringraziamenti iniziali e poi tutto comincia.

I giusti e doverosi preamboli

I giusti e doverosi preamboli



Siamo a Bologna? Sicuri? Eppure, con Zoe, stiamo già percorrendo prima tappa del cammino degli Dei. Poi da Firenze si vira verso Pisa, facile facile. Pensavate che in toscana fossero tutti dei buholici simpaticoni dediti a dar da bere – letteralmente – agli americani il tavernello come fosse Sassicaia?
Ebbene, contro ogni pregiudizio, beccatevi questo distillato dolceamaro sadcore dai toni Plathici e confessionali.

Phoebe Bridgers? Brava per carità, ma lei saprebbe stuzzicare le corde più recondite e sentimentali del nostro animo con una cover di “Sfiorivano le viole”? Non credo…



Ggiovanni propone sonorità a metà fra l’indietronica ‘tagliana, e la neopsichedelia. Attraverso questa versione live ci sentiamo ancora più pervicacemente catapultati nella stagione dei “feels”: percepiamo così di essere definitivamente tornati ai nostri sedici anni quando si rievocano, dal palco, sonorità Bieberistiche con onde che si propagano perfino al pop-punk.


Una nostalgia ci afferra il cuore, ma ne siamo entusiasti. 



Stef 5k sostiene di essere di Milano, ma il suo assetto tricologico e il tipico POLLEGGIAMENTO ci farebbero scommettere su un’identità – perlomeno nell’animo – BOLOGNESE.
La sua crasi tra Hip-Hop e Soul è fresca, innovativa, talvolta capace di approdare nell’Abstract.

Si è fatta ‘na certa e logicamente stiamo assumendo uno squisito e ghiacciato aperitivo in forma sonora. 


Il dottor Umarell si erge sul palco del Rusco a metà show, nelle vesti di un trascinatore di folle.
Come colto da una piaga del ballo, il pubblico del Rusco viene calato – quasi non lo fosse già di suo – nell’immaginario agrodolce di quella “fase-non-fase” tra fine anagrafica dell’adolescenza e inizio dei vent’anni* (mai passata).
La post-ironia dei testi si intreccia a un paradossale e instillato senso di appartenenza all’indecifrabile e indefinita post-adolescenza… le mani le tiriamo su perché infami non lo siamo, ma qui ci starebbe una snitchata per aver messo a nudo quello che di noi stessi conosciamo, ma non sappiamo esprimere a parole. 

Sono momenti di grande affanno collettivo al Rusco, sentiamo di appartenere tutti a qualcosa, siamo nel qui e ora, QUI STA AVVENENDO FINALMENTE QUALCOSA!



*Abbiamo giustappunto deciso che i nostri vent’anni dureranno dai 25 ai 35.

L’indietronica trascinata dalla batteria live conferisce alla musica un tono sicuramente meno ipnotico rispetto al materiale registrato, ma sicuramente arricchito – ancor più che compensato – da una esaltazione cerimoniale del ritmo, quasi sciamanica: siamo spettatori del nostro cantiere interiore.
Talvolta ci pare che dal pop elettronico allo screamo il viaggio sia più breve di quanto si possa immaginare, e quindi giù di pogate:

piena deflagrazione musicale dei generi, assoluto dominio dell’entropia ormonale.  


Mori è un progetto ambizioso di matrice Spagnola, ma anglofono: pura apolidia che si trasmette anche nel genere. Il bedroom pop è solo la base su cui si innestano sonorità post-punkeggianti quasi new-wave, psichedeliche. La cameretta respira: abbiamo la non-vaga sensazione di essere stati ricalati nella fase d’oro di bandcamp, alle tre di notte davanti al computer,

senza rate your music o qualche altra diavoleria a guidarti.

 


TOTALMENTE A SORPRESA: IL MIGLIOR DJ SET CHE (???NON???) CI SIA MAI STATO
Non vi diciamo altro…

https://www.instagram.com/p/DausdbAK7Cm



Si sta facendo una certa…
La plastica fa bene bene bene/ io ti volevo bene bene bene”
LAMAKKINA è un collettivo di ragazzi dediti all’intarsiamento di sinestesie sintetike che non di rado rimandano a sonorità imparentate con quelle sperimentate tra gli anni 90 e i gloriosi 2k.
Ma queste allucinazioni sonore e vocali sono filtrate dalla tipica attitudine zostile.
Il pop elettronico condito da elementi tendenti al lo-fi, e non di meno l’assoluta capacità ROMANA di far stare tutto divinamente insieme, ci accompagnano mano nella mano nel perimetro di un ampio spettro di emozioni: dai tipici feels, passando per l’autentica esaltazione, fino al completo abbandono sensoriale ai ritmi evocati.


Usciamo dal Mezz’aria che è già sera inoltrata.


Siamo leggermente alterati, dall’alcol, dalla musica, dalla torta alle verdure, oltre OVVIAMENTE che dai feels. Nel post-serata cerchiamo di tirare due somme. Non è molto difficile dopotutto:

Il Rusco Music Festival CI HA GASATI.

E ci ha gasati perché non ha provato a essere altro da quello che è: nessuna ossessione per la coerenza, nessun genere in provetta asettica, SOPRATTUTTO NESSUNA DIFFERENZIATA.
Tutto nel giusto bidone: il bidone unico. 

 
Diverrà appuntamento fisso dell’estate bolognese? Magari – AZZARDO UN’IDEAun festival a cadenza meno dilazionata? Questo sarebbe invero OTTIMO.
Ma a prescindere, alle edizioni future del Rusco Music festival

ci torneremo comunque…

In che veste, si vedrà: per ora ci limitiamo a umarellare con insistenza sospetta attorno al cantiere organizzativo del caro Umarell. Poi magari chissà, un giorno le mani da dietro la schiena le porteremo davanti, e che dalla semplice contemplazione si passi al tirar su qualcosa con la carriola non è da escludere, chissà… 

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p53
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Importi l'America, diventi l'America(nata)
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