Cameo di Guerra

Cameo di Guerra
Lettura boomer
Troppi inviati, sempre le solite notizie. Sembra che oggi tutti siano in Ucraina!

C’è un aspetto che è difficile non notare nell’INFODEMIA che da oltre un mese sta raccontando, a suon di servizi e dirette, il conflitto ucraino.

Ed è la gran quantità di giornalisti inviati di cui ciascuna redazione dispone.

Gli schermi dei telegiornali si dividono in quattro, con un inviato in diretta da Kiev, uno a Odessa, uno a Mariupol e uno a Leopoli; i talk-show rimbalzano la linea da una città all’altra alla velocità della luce, sempre rigorosamente in diretta; sulla stessa pagina di un quotidiano tre firme scrivono da altrettante aree del conflitto.

Ma se la carta stampata mantiene per suo stesso carattere, l’anonimato fisico dell’inviato e un minimo di approfondimento, che cerca di garantire il suddetto anonimato (se non altro stimolando la nostra immaginazione). Per quanto riguarda il mezzo televisivo è IMPOSSIBILE non notare alcuni tratti comuni degli inviati dal conflitto: sono tutti giovani, sono tutti belli, ma soprattutto mostrano e raccontano tutti le stesse cose.

Dopo il cinquantesimo servizio su come è fatto un bunker, dopo la centesima intervista ad una famiglia disperata che cerca di lasciare il paese, dopo l’ennesima immagine della vita che scorre come niente fosse nelle città estranee (per ora e speriamo per sempre) al conflitto, una domanda sorge quantomeno spontanea: ma tutti questi inviati che valore aggiunto danno alla narrazione?

È bizzarro che la guerra più social, più mediatica e con più inviati di sempre sia anche quella di cui sappiamo meno

e quella peggio approfondita.

Quella di cui nessuno capisce nulla e di cui non ci raccontano nulla che vada oltre il semplice doppiaggio di immagini che da giorni rimbalzano sui gruppi Telegram. C’è chi lo chiama GIORNALISMO 2.0 ma in realtà è GIORNALISMO 9:16, in verticale, perché si alimenta di video fatti da civili-soldati dati in pasto alle app di condivisione e comunicazione.

Nulla che tutti noi non saremmo in grado di reperire e commentare da noi.

Sia chiaro, nessuno fa il tifo per tragedie e rapimenti stile Afghanistan, né tantomeno pretende che il panorama giornalistico attuale faccia emergere dei nuovi Barzini o Fallaci. Semplicemente, noi fruitori e vittime di INFODEMIA, ci accontenteremo di un bunker in meno e un approfondimento in più.

Cederemmo volentieri l’intervista a una madre disperata con quella ad un esperto di negoziazioni. Di profughi che scappano ne abbiamo già visti abbastanza e siamo sicuri che pure loro comincino ad essere stufi del tappeto rosso (sangue) su cui le telecamere li costringono a camminare.

Purtroppo però le condizioni oggettive in cui si sta combattendo questo conflitto non scongiurano il pericolo. La vicinanza del fronte, l’ampia disponibilità di mezzi di comunicazione e condivisione oltre che – lo immaginiamo – la relativa sicurezza in cui oggi un inviato può operare dall’Ucraina, hanno scatenato una FOMO senza precedenti: tutti vogliono esserci per comparire davanti alla telecamera con l’elmetto e il giubbotto antiproiettile con scritto Press.

Un minuto di gloria non lo si nega a nessuno, nemmeno a Giletti che, dalle macerie post bombardamento di Mykolaiv, tra militari e pompieri estrae una bandiera gialloblu e con voce spezzata ci dice che ‘questa è la guerra’.

Un cameo di guerra come mai se ne erano visti.

Veni.
vidi.
WC.

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