Drive My Car: il capolavoro che vedi una volta sola

Drive My Car: il capolavoro che vedi una volta sola
Il film che si aggiudicherà l’oscar al miglior film straniero quest’anno. La nostra previsione.

locandina drive my car

Ultimamente mi capita di non avere più quella stanchezza la sera, di non saper più ragionare. Meglio, so farlo così in diversi modi da non sapere quale scegliere. Quando vedi certi film, per cui nulla ti aveva interessato a cominciarne la visione, rimani così coinvolto dalla storia dei personaggi e conosci solo all’ultimo minuto che il motivo è perché ti rivedi in loro, rivivi il loro dolore perché sai che è il tuo. Come dovrei farlo stasera? Ragionare. Finisce che non pensi a nulla.

Giappone, Giappone. Giappone, je t’aime. Che resta di quella sera, o del giorno in cui decidiamo di essere noi stessi un po’ di più? Quando in macchina, sulla strada di casa, all’orizzonte pulito e sgombro Betelgeuse, Sirio e Procione ci mettono di fronte allo specchio del passato che sa un po’ di futuro, o almeno la paura e la consapevolezza che questo passato si ripeterà. Tutto scorre, ma tutto si ripete.

Premetto che per vedere questo film ho dovuto non solo guardarlo in giapponese, ma coi sottotitoli in inglese di default e sovrapposti quelli in italiano, così, giusto per capirlo e capirci. Roba da far impallidire gli spettatori di un film cecoslovacco coi sottotitoli in tedesco. Roba che vedere il Gabinetto del Dottor Caligari è stato come quel giorno d’estate in cui sono andato al multisala a vedere il Cavaliere Oscuro. Alla fine della pellicola delle due l’una: o il congiutivismo ha preso il sopravvento oppure sai che domani è un altro giorno. In questa storia c’è molto, il lutto elaborato, la morte, l’imprevisto, l’amore, l’amicizia, il tradimento. Perché questa storia è la nostra vita, dove c’è molto in ognuna delle nostre, in effetti.

Silenzio e parole

Le parole che i personaggi di un drammatico con la D maiuscola impiegano tempo per usare, ma quando lo fanno scusano le tre ore di film e ci immergono in quella parte da cui cerchiamo di sfuggire a poco a poco, perché il dolore non ci piace. Ci immergono in quale parte se non noi stessi. Tra prosa e lirica, tra prosa e prosa, Drive My Car, il film che si aggiudicherà l’oscar al miglior film straniero quest’anno, come minimo s’intende, se lo merita. È una questione come sempre di gusti, anche se il metro dev’essere l’oggettività. Un film deve farci provare che il buon senso sia stato permeato in ogni scena a partire dall’energia che il regista ci mette nel girarlo.

Arriva, senti che la profondità dell’intera opera va sfiorando le corde della nostra emotività, seppur questo possa essere condito da un aguzzo e isoscele vaffanculo. Ultimamente mi capita di.. o forse no? Resto a guardare il film che scorre lento, il giusto. Drive My Car racconta con delicatezza ogni cosa succeda ai personaggi senza farci dedurre cos’è accaduto se non quando sono loro a dircelo. Non c’è narratore e l’unica analessi è il ripetersi degli eventi fin quando non siamo noi che decidiamo debbano finire. Non mi è mai capitato di vedere un film che avesse i titoli di testa a 40 minuti dall’inizio, ma difficilmente di commuovermi per le sole parole che un protagonista pronuncia, quando per quasi tre ore ha provato in ogni modo a tener dentro sé la sua timida tristezza, per poi dire quanto si sta male per chi non c’è più tra noi. Il protagonista è un regista teatrale che mette in scena Zio Vanja di Cechov, ma per farlo deve accettare che la compagnia teatrale gli metta a disposizione un’autista che guida la sua amata Saab Turbo rossa. Una ragazzina dall’umiltà scritta in faccia. 

k pop drive my car
Toko Miura, piccola stella del J-Pop è l’attrice che interpreta l’autista. Il film è tratto dal primo dei racconti del libro dello scrittore Haruki Murakami “Uomini senza donne”.

Lui siamo noi, ma possiamo rivederci anche nei personaggi che compongono i frammenti di uno specchio rotto. Lo specchio del passato che quel triangolo invernale ci ripropone senza nemmeno considerare la nostra nostalgia, senza domandarci se lo vogliamo. Non voletemene, non è così triste come sembra, non è tutta lirica, perché è il film stesso che ci dirà cosa fare. Altrimenti non sarei qui a parlarvene.

Laddove non c’è meccanopatia, ma gente che crea, ci si dimentica cosa possiamo fare per andare avanti

Seppure il regista Hamaguchi vincerà l’oscar anche un po’ grazie a Cechov, è il discorso finale di Sonja a dirci che la luce c’è, se siamo noi a volerla vedere. Le spalle si allargano quando dietro loro ti lasci il dolore. Senza dimenticare, perché è grazie a lui se sei chi sei oggi. Dobbiamo trovare quella ragazza che guida la nostra macchina, dire cosa teniamo dentro dopo aver sentito la sua storia. Dobbiamo lasciare che ogni tanto qualcuno guidi la nostra macchina e risentire, o come nel film vedere, cosa dice Sonja a Zio Vanja.

L’epilogo di un brutto periodo, riconsiderato, anzi rivisitato e reso morbido, caldo, da una nuova visione delle cose, dal giurare che andrà meglio malgrado non dipenderà da noi.

“Che vuoi farci? Noi comunque vivremo, diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto, che sentivamo tanta amarezza. Vivremo una vita luminosa, stupenda, meravigliosa. Ci volteremo a guardare le nostre sofferenze di oggi con tenerezza, con un sorriso. Riposeremo!”

Sonja

Ultimamente ho guidato solo io la mia macchina, ma chissà che prima o poi non mi sieda sui sedili posteriori a guardare fuori dal finestrino.

Drive my car
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