Eurasia Eterna

Eurasia Eterna
Eurasia non è più quello spazio che si estendeva da Lisbona a Vladivostok, se mai lo sia stato. E' una terra molto lontana dall'Occidente, un concetto, un'Idea che sfiora ormai solo i cancelli d'oro del paradiso paneuropeo. E' probabilmente ciò che l'Europa teme di più, laddove si rifugiano le più grandi paure, i crucci di una Storia, e quindi di un Mito, che si è semplicemente allontanato. Eurasia è una dimensione che da tempo non è più europea, ma questo forse ancora per poco.

Nelle sterminate pianure, laddove il mito e la storia vagano in un punto di fuga sempre più indefinibile, c’è un tempo in cui il cielo si fa d’acciaio specchiandosi nella terra scura e fumante delle distesa di torba. Un Tempo che lambisce, solo, leggero come una carezza di eterna giovinezza, e che allo stesso tempo si distende pesante sulle schiene di uomini incurvati. Ancorati ad esso come l’ultimo albero a uno scoglio, tenaci e consapevoli del sottile orlo su cui vivono. E di cui vivono. 

Le esili membra che si raggruppano al di là negli smisurati spazi sono consapevoli di essere il frutto di una Storia che sfocia nella leggenda, i figli benedetti e maledetti di secolari congiunture, rovesci, catastrofi e sommovimenti. Ben sanno che l’esistenza, nella Grande Pianura, è come una cittadella fortificata. Essa si realizza nella sua sopravvivenza, nella propria custodia di sé e ciò che gli sta attorno ma sa, e le sue mura lo sanno, che verranno compiute pienamente solo con la rovina, o la rinascita, che da sempre convivono fino alla deflagrazione della Storia. Che in Eurasia avviene ciclicamente, e improvvisamente si esaurisce spegnendosi in un tuono lontano. D’altronde è tutto racchiuso in quella sconfinata piattura lagunare, in quella ascesa perenne che invoca l’eternità.

Nessuna vetta dirompe tra i fumi della terra lunga, niente, nessuno si frappone tra l’occhio e l’orizzonte compiuto, congiuntura del firmamento, vertice estremo del creato e abisso. Laggiù la vista spinge per fuggire, odiando il vuoto e bramando di riempirlo, di occuparlo compitamente. La natura stessa di Eurasia, nel suo perenne dilatamento, è la promessa, il richiamo profondo verso una Apocalisse in grado di sconvolgere l’intero creato. O il suo evitamento. 

I popoli della Grande Pianura reggono sulle spalle infatti un disegno che travalica di molto i confini disegnati sulle carte. Un disegno in cui la guerra non solo è possibile, ma è la rappresentazione plastica di quel destino che accumuna ogni essere sotto la volta celeste che troneggia su Eurasia. Un destino che protende all’universalità come la terra cerca uno spazio dove espandersi e che non può scindersi da una Storia, un Mito e quindi una dimensione del sacro che abbraccia tutto l’orizzonte umano, dai suoi significati più infidi alle stategie delle più grandi potenze. 

Tumb tuuuuumb tummb

Passi, marce, ritmo di ingranaggi, tuoni e ancora centinaia, migliaia di passi che frusciano, rimbombano sempre più pesantemente, macigni che rotolano sul fondo. La discesa è fulminea, terribile, è la manifestazione del destino. 

La Storia reclama Eurasia. 

Velocemente, inesorabilmente masse si sollevano, si armano, precipitando come furie su cumuli di cemento. Discendono febbricitanti verso e dal mare agitando fiamme, cavalcando carri d’acciaio in schiere infinite. La distruzione è meccanica, tenace, infallibile. E percorre ogni ondulazione della terra impaziente di spingersi vicino al suo compimento, evitando, accarezandola solo, l’Apocalisse

E’ la storia d’Eurasia, laddove gli uomini sono collettività furiose in tensione verso una Visione che coincide con la Grande Pianura e con il suo carattere irriducibilmente sacro, dunque frammento d’Eterno, eco di un mondo altro. La devastazione è parte di questo, come pure i rombi che salgono dietro le nuvole ceree laddove i fuochi brillano e il cielo che rotea furioso invertendo il giorno e la notte, illuminato da vibrazioni che scuotono le profondità della terra. La terra…

Nel suo caldo e fertile grembo affondano i passi, milioni di passi, di orde, ondate, armate e cingolano faticosamente lunghe file corazzate. Nulla dura, o incide mai del tutto nella lunga eterna discesa verso i mari ma ogni rumore è destinato a spegnersi dove si inghiotte l’incendio del sole al di là dell’orizzonte. Nel’eco di un attimo tramonti e albe fulminano fin negli abissi, impregnando la volta di sangue, e i volti di lunghe schiere allineate. Ogni uomo, ogni macchina spinge per dissiparsi, e quindi per compirsi. Durante le lunghe marce, in mezzo alle strade, nelle campagne o rinchiusi nei ventri di cemento è chiaro il motivo per cui si va appresso alla fine: per toccare con mano la manifestazione di un Destino comune. Non c’è niente di ideale, o meglio c’è nella misura in cui abbraccia la terra di cui si esiste, e quindi la stessa infinita pianura è l’origine e la fine della spinta ideale. Eurasia è un Idea ma anche una realtà che sfocia nell’utopia, nel sogno, una realtà  che è il volto tangibile di una alterità. E’ una terra che non ha niente di terreno. Dunque non si va a morire per una Idea, un’Ideologia, spinti dalla propaganda, ma si va verso la rovina per qualcosa di molto carnale e allo stesso tempo di eterno, adempiendo alla chiamata che Eurasia stessa lancia ai suoi figli, non potendo offrire altro che distruzione e morte lungo il cammino per il compimento. 

Allo stesso tempo però non c’è eroismo, o epica. Non quella che comunemente si intende. La guerra moderna è un mattatoio avulso da narrazioni, se non quelle fabbricate dalla propaganda, e’ un sistema industriale di morte, una catena di montaggio febbrile, mastodontica, automatizzata. E’ la polverizzazione fulminea, immediata, inaspettata, spesso lontana. L’uomo in questa arena viene maciullato, fatto a pezzi senza neanche accorgersene, senza avere il tempo di realizzare l’ultimo momento, di urlare al creato il suo dolore, o l’ingiustizia. Eppure, nel panorama meccanico che più sembra la negazione di Eurasia, l’uomo è l’unica carne che muore veramente. L’unica la cui rovina sia definitiva, la cui distruzione sia assoluta. Nella guerra la morte umana è l’unica che in sé racchiude l’eroismo, l’epica, il mistero spaventoso ed eterno, l’unica in cui si può affermare una compiuta dissipazione. Un monumento perenne che si innalza sulla quotidianità scarna, sulla Storia stessa. L’unica cosa le macchine possono distruggere è l’uomo, me è la distruzione possibile, terribile dello stesso che rende la guerra la rappresentazione di Eurasia. E d’altronde non conta che le macchine le crei l’uomo, è solo l’appendice di una storia sempre più, ma mai del tutto, estranea all’umano. Non conta perchè le macchine stesse sono la più chiara manifestazione che l’uomo è strumento dell’ Apocalisse, ma che non lo sarà in eterno. Perchè oltre il tempo, la storia e la morte il destino di Eurasia si compie nella Salvezza.

Per un attimo… mentre l’uomo-ferro-metallo-fuoco si fonde, si intreccia con l’aria, la cenere, la polvere in un duello, in aspre, lucide stoccate che esplodono lampi, il giorno viene spaccato da un lungo, sottile sospiro. L’eco di una schiera d’anime che ascendono.

Tumb Tumb Tumbssssssssssss.

Dura un frammento. Un secondo, un respiro, un passo, ed è già finito. Le suole in marcia fluiscono, i cingoli si contorcono tra le fiamme, la deflagrazione si consuma, divora sé stessa fino a scomparire. Quell’ombra di fuoco scorre nell’acciaio abbacinante della volta per poi annegare nell’orizzonte. Silenzio. Le tracce, i segni lasciati scompariranno, si eroderanno lentamente. Niente dura nelle etterne terre. Solo quegli istanti contorti in cui l’uomo trasfigura, come angelo della devastazione, per poi cadere. L’attimo, l’unica dimensione in cui si può vivere, che si contrae e si dilata a contatto con ciò che va oltre esso, la carne viva di quel Destino, di quella manifestazione d’Eternità, per esplodere con mille strepiti.

La Guerra, Guerra, Guerra…

Come fecero i popoli a dimenticare? Come nelle lucenti città d’Occidente il ricordo di ciò che fu svanì lontano? Come fu, come è stato che noi eredi della Storia l’abbiamo ripudiata? Ripudiammo solo noi stessi. Abbiamo perso, mentre guardiamo esterrefatti le fiamme e la rovina, i volti tenuamente illuminati, chi siamo. Abbiamo perduto ciò che fummo. E non sappiamo più dove il Destino si compirà, procedendo a tentoni sulle nostre lacrime, naufraghi della Storia.

Quale, quale fu la mano colpevole? Ma abbiamo perso. Possiamo solo guardare da lontano Eurasia eterna, quella dimensione della nostra anima che abbiamo smarrito lontano. Dimentichi che, dalle sue ampie pianure che si aprono sulle nostre più recondite paure, nelle terre del silenzio e della devastazione, albeggia da sempre il Mito di ciò che fu, la Musa dei nostri più grandi crucci, la Storia. Che attende, forse per l’ultima volta, di marciare sui nostri mondi lucenti, seguita da tutta la potenza dell’eterna Eurasia.

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